martedì 23 settembre 2014

Le foto le fa il fotografo, non la fotocamera!

Questo insopportabile luogo comune aleggia come un fantasma ed olezza come un cane morto in tutti i forum fotografici di questo mondo. Viene spesso evocato intorno a tavolini zeppi di cifre incomprensibili da medium grassi ed ottusi, che intendono nascondere la loro palese impreparazione dietro una facciata nazional-popolare di cui sinceramente non se ne può più, ma anche da finti professori che si riempiono la bocca di paroloni vuoti per stupire la diffusa ignoranza collettiva e destare così profonda ammirazione. Così ai poveri neofiti bramosi di un upgrade vengono prontamente tarpate le ali, facendo loro intendere che con la reflex di fascia ultrabassa, comprata da mediaword con 96 comode rate mensili a TAN e TAEG millantati quasi nulli, si possono fare foto degne dei più grandi fotografi del passato, perché (corollario del teorema), per fare le foto occorre avere il manico.

Non sarà mica invece quel manico che vi hanno infilato in mezzo alle chiappe da quando è arrivato il digitale? Comodo, pratico, alla portata di tutti, grandi e piccini.
Giusto oggi sul giornale di Genova appare un titolo allarmante: un ragazzo su due perde le sue notti dietro ad internet, magari cercando di farsi pagare pseudo spettacolini porno fatti con l'occhio di HAL9000.

Eh no, ragazzi, vi hanno raccontato un sacco di balle. Le foto belle si fanno con attrezzatura di alto livello, scordatevi ogni scorciatoia proletaria, perché non esiste, non è mai esistita, non esisterà mai.
Certo, oggi le capacità di giudizio del volks, complice l'imbecillità informatica diffusa, sono assai offuscate, basta farsi un giro per le vetrine dei fotografi di matrimonio, ed osservare quali pazzesche porcate espongano per attirare i clienti, roba che non molti anni fa non sarebbe stata nemmeno degna di essere usata in una latrina per pulirsi le natiche dopo una defecazione purificatrice.

E giusto per farvi vedere cosa si può fare con qualche giocattolo d'annata, oggi svenduto a 4 soldi, ma che richiede ben altre cognizioni che l'uso del piccì per estrarne qualcosa di buono, vi mostro qualche scatto effettuato con un Tele tessar 500 per Hasselblad del 75, un oggetto di dimensioni notevoli e tutt'altro che facile da padroneggiare a mano libera, ma che riesce ad estrarre il soggetto dal caos, rendendo quest'ultimo partecipe di una composizione da sogno, che nessun photoshop di questo mondo, né oggi né mai, potrà darvi.  (A proposito, quelle licenze di photoshop pagatele, è comodo farsi fighi facendo pirateria informatica).

Per chi volesse sapere di cosa stia parlando, consiglio l'articolo dell'amico Marco Cavina.

Buona visione (e non schiattate, mi raccomando, la mia è soltanto ironia, nulla più).

Foglie di magnolia a 3.5m con tubo di prolunga 55 ad F/16,
vi prego di notare lo sfuocato e lo stacco netto tra il piano di fuoco e lo sfondo.

Fondo valle a 4km di distanza. F/16 notate i ciclisti sulla statale.


Aggiornamento 28 settembre.

Visto che le foto di prova hanno suscitato le lamentele dei soliti incontentabili, ho fatto qualche altro scatto con questo incredibile Teletessar, che se non fosse così ingombrante, sarebbe al mio seguito perennemente.
E' un obiettivo con un carattere multiforme che può sfornare immagini dal carattere diversissimo.


Si va dalla incredibile tridimensionalità dei piani di fuoco, unita alla morbidezza dello sfocato dello sfondo:




Ma quando lo si usa per comprimere violentemente i piani, riesce a far uscire dal nulla elementi che diventano fulcro dell'immagine, come l'uomo che dà il carburante alla nave (a circa 500m di distanza), che se ripreso con qualsiasi altra focale sarebbe invisibile:



Se poi andiamo a guardare da vicino si notano anche gli spettatori...






Usato in controluce genera immagini di tutt'altro impatto:





Mantiene però, nonostante il controluce una resa dei dettagli fini ed una separazione dei toni ancora ragguardevole, basti guardare il traliccio in primo piano, che si staglia contro la base della lanterna, e del quale si legge alla perfezione la struttura grazie al tono più scuro.





Ora, se non fosse stato chiaro precedentemente, questa dovrebbe essere una buona notizia: attrezzatura di altissimo livello che si trova ancora per quattro soldi.
Se invece comprate l'equivalente odierno (per esempio un 300/2.8) spenderete una vera fortuna ed otterrete immagini stucchevolmente tutte uguali tra loro. Fatevi un giro dove fotografano insetti: sfondi inesistenti ed incoerenti, ma bramati e definiti addirittura "burrosi", dettagli così fitti da risultare assolutamente artificiali. Insomma, parliamo di foto di m....
Vi faccio riflettere soltanto su un fatto: negli anni in cui si dava importanza alla qualità, le fotocamere venivano costruite con tolleranze di lavorazione strettissime (un decimillesimo di mm per hasselblad, 2 millesimi di mm per canon). Oggi le parti meccaniche sono di plastica (pomposamente chiamata "ad alte prestazionI", oppure quando il manico è più grosso, in magnesio). Tanto in prima battuta c'è l'autofocus, ed in seconda photoshop. Hanno voglia i poveracci di lamentarsi nei forum perché manca la nitidezza... ah... già, si mette dopo.
Quasi dimenticavo: queste ultime foto le ho scattate senza esposimetro, lo avevo scordato a casa... vogliamo parlare dei bianchi?

8 commenti:

  1. Il fotografo non fa le foto ma le "prende" (Gilardi insegna). Lo strumento è sicuramente importante ma i risultati lo sono ancora di più, e i risultati ci possono essere anche con un'attrezzatura scadente. La parte del fotografo è interpretativa e deve far si che la sua "scrittura" o il suo "prendere" sia leggibile e re-interpretabile.
    Se prendiamo a caso Robert Frank, lodevole fotografo che basava volutamente il suo lavoro sul caso utilizzando materiali e attrezzature scadenti (tradotto: si basava sulla "serendipity"), si può dire che la teoria dell'attrezzatura alto livello crolla all'istante.
    Il "manico", termine osceno generalmente usato in una società maschilista e che non rientra nel mia terminologia, non è nello strumento ma nel fotografo con l'interpretazione e con il livello raggiunto emotivamente nel "prendere" quella fotografia, nel saper trasmettere con l'immagine un messaggio: un saper raccontare. E una sola immagine non basta.
    Le fotografie che proponi sono belle ed eseguite in modo impeccabile ma mancano di pathos e di quel tanto di magia che ogni fotografo (compresa me) vorrebbe avere.
    La tua più affezzionata proletaria.
    :)
    Anna.

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    1. Anna, aspettavo questa obiezione.
      Noi non sappiamo e non sapremo mai quale livello di interazione potessero avere i grandi fotografi con la loro attrezzatura, di queste illazioni i beoti parlano per settimane. Helmut Newton ad esempio prima di comprare un obiettivo ne provava diversi esemplari, e scelto quello che gli piaceva poi spendeva cifre rilevanti per tenerlo sempre in ordine perché sapeva che esistono fluttuazioni nella produzione che rendono certi esemplari migliori e certi peggiori, pur usciti tutti dalla stessa linea di produzione.
      E' una cosa che se c'è è dentro di te, una sorta di estensione del tuo corpo che ti permette di usare lo strumento senza pensare a come usarlo. Quando raggiungi questa capacità, le foto vengono da sole perché ti concentri sulla composizione, sul momento, sull'espressione della persona e la macchina è già a posto, la tua mente ha lavorato a tua insaputa. Per quanto riguarda la qualità, puoi sempre toglierla, ma mai aggiungerla. Se una macchinetta è castrata alla fonte per motivi di marketing, è castrata, più di quello non ti darà. Se voglio mettere un foro stenopeico sulla mia hasselblad, posso farlo, ma nessuno potrà aggiungere ad un foro stenopeico la qualità e lo sfocato di certi obiettivi, la cui impronta è come le parole del vocabolario. Più ne hai, più riesci ad esprimerti, e più probabilmente troverai il tuo linguaggio. Poi esistono le eccezioni, come hai citato giustamente, ma esistono anche i geni e tutti gli altri, generalizzare mi sembra incongruo. Quando hai una macchinetta che brucia sistematicamente le luci di un tramonto o di una foto notturna, è come se subissi una amputazione, certe cose, certi movimenti non li potrai mai fare. La tecnologia ofierna è così: mutilata. Se vuoi qualcosa in più devi accedere al livello superiore, ma questo è sempre esistito, non è certo una novità, basta leggere libri di 40 anni fa per rendersene conto. Sono però esistite persone che non hanno voluto compromessi, hanno voluto dare il massimo possibile, e tra queste persone dobbiamo sicuramente comprendere Victor Hasselblad, che ha consegnato alla storia il meglio che sia mai stato costruito. Come usarlo spetta a te, ma non ci sono né scusanti, né alibi: se la macchina è buona e le foto cattive, il problema è da qualche altra parte. Le foto che ho messo sono solo esempi di quale linguaggio possa parlare l'obiettivo in oggetto, ma è ovvio che sta a chi lo usa valorizzare le sue sfumature. Quel che è certo, ed è quello che intendevo dire, che il suo linguaggio è unico e non paragonabile con niente altro che abbia mai visto.

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    2. Sandro, la mia non è un'obiezione ma una semplice riflessione.
      La tua presa di posizione è comprensibile dal momento che la tua ricerca fotografica consiste, prima di tutto, nel trovare la perfezione tecnica per poter lavorare sui tuoi progetti con la massima serenità senza pensare a nulla se non all'inquadratura stessa e al risultato che vuoi; la tua scelta è basata sicuramente dall'esperienza e da una forte motivazione personale per raggiungere un obiettivo che ti sei prefissato. Su questo non discuto e grande rispetto anche per il Sig. Hasselblad!
      Trovo interessante che nella risposta tu parli di vocabolario e di linguaggio di un obiettivo legato all'attrezzatura e il mio riflettere ricomincia da questo spunto, ignorando volutamente tutta la questione legata al digitale perché non è un argomento che mi interessa e penso sia anche abbastanza inutile, nè mi metterò a parlare, senza offesa per nessuno perché penso di esserlo pure io, dei fotografi della domenica.
      Se parliamo di linguaggio "tecnico" (non mi viene in mente nessun altro modo per definirlo) credo sia necessario parlare anche del linguaggio del fotografo, un linguaggio che non sempre necessita di tutte le parole del vocabolario. Tu citi Helmut Newton e io cito Terry Richardson; uno l'opposto dell'altro eppure entrambi hanno dato alla fotografia di moda un qualcosa di più. Newton scriveva con la stilografica e Richardson con una penna a sfera, due approcci alla fotografia diversi: uno ricco-elegante l'altro povero-volgare. E cosa usa Richardson per essere ancora più volgare? Plasticaccia con flash sparatissimo.
      Questi due fotografi, coscienti dei risultati che volevano ottenere, hanno fatto la loro scelta personale come l'hai fatta tu o altri.
      Io credo molto che la "cheap photography" sia creativa e allo stesso tempo comunicativa quanto un nudo alla Weston o un panorama alla Adams o come le fotografie perfette e stupende di Newton.
      Credo e ne sono convinta che per fare un capolavoro non siano necessarie troppe parole del vocabolario e che il linguaggio della fotografia debba essere comprensibile a tutti: un linguaggio universale e se necessario anche re-interpretabile da altri.
      Il linguaggio del fotografo deve trovare nello strumento quel qualcosa che gli permetta di esprimersi al meglio e non è detto che quello strumento debba essere per forza perfetto e superpreciso.
      Ciò che voglio dire è che i due linguaggi (tecnico e del fotografo) si devono fondere, si devono amalgare per poter comunicare con un linguaggio che si possa tradurre in una visione, e se la visione è presa volutamente attraverso uno strumento "castrato" significa che è proprio in quello strumento che il fotografo ha trovato la sua estensione ottica ed emotiva.

      E' forse per questo che molti sostituiscono tutta o solo una parte di attrezzatura almeno una volta all'anno?
      E' forse per questo che inizilamente più che fotografi sembriamo tutti dei collezionisti di ferraglia, plastica e vetro?

      Forse ci affidiamo troppo alle altrui esperienze e visioni, e non comprendiamo le nostre che magari si risolvono con un semplice buco in una scatola di fiammiferi.

      :)
      Anna

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    3. Continuando sul parallelo linguaggio-fotografia, penso che un poeta, per poter toccare l'animo altrui con le sue parole, debba avere un vocabolario molto, molto ampio, in modo da poter scegliere quali termini usare per trasmettere il suo messaggio. Molte parole simili tra loro suonano in modo diverso quando sono raggruppate in una frase, la scelta oculata fa la differenza tra una assonanza ed una dissonanza.
      Così è con la fotografia. Più vocaboli hai, più scelta avrai quando sarà il momento di comporre una foto. Anzi, uscire sapendo di avere a disposizione pochi vocaboli (pellicola+1 focale fissa), aiuta molto più a comporre la foto che non avendo dietro tutto il vocabolario (zoom+digitale):sei costrettto a scegliere la scena adatta al linguaggio che puoi esprimere. Non sempre è possibile, ma è un esercizio di allenamento mentale che vale anche il fatto di tornare a casa senza foto.
      Sotto questo punto di vista tu rifiuti a priori il linguaggio che uno o più obiettivi possono dare. Ciascuno ha sfumature diverse, è utile in un genere, inutile in un altro. Un fotografo DEVE sapere, poi potrà coscientemente decidere se è meglio, come dici tu, la plasticaccia. Ma se prima non ha riempito le pagine del protocollo di aste e cerchietti, a mio avviso, non riuscirà ad esprimere nulla, crederà forse di poterlo fare, suggestionato da letture interessanti. Tu sai solo che Richardson ha usato un mezzo, nulla sai del percorso che lo ha portato a quella scelta. Nel mio cammino di apprendista fotografo ho iniziato con la perfezione assoluta, sterile, e fotocopiata del digitale, via via scoprendo la magia di tutto quando in passato è stato fatto ed è ancora degno di essere usato, con un piacere enorme, che prima non avevo. Non mi sento di escludere che in futuro passi alla plasticaccia anche io, intendiamoci, ma che sia almeno una plastica con almeno 40 anni sulla groppa.

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    4. Lo scegliere sottintende una conoscenza ampia del vocabolario, cioè nel momento in cui il fotografo ha vagliato e/o provato tutte o quasi le possibilità con tutti i limiti del caso; solo a quel punto sarà in grado di capire a quale sistema e a quale strumento fare affidamento, fino ad allora ci si "accontenta" studiando magari altre tecniche o macchine fotografiche con obiettivi diversi, cercando di sfruttare al massimo le proprie capacità fisico-mentali e la propria attrezzatura.

      Parlando di me e non dei famosi.
      l mio non è un rifiuto a un linguaggio, non escludo che un giorno pure io, per migliorare la mia fotografia, potrei essere tentata nel ripartire da zero con un'altra attrezzatura; potrei optare per una bellissima mamiya 7II, chiederti consiglio per una Hasselblad o, esagerando, potrei arrivare a fare fotografia all'albumina!
      Non si può né sapere né prevedere come andrà a finire, sarà solo la nostra volontà ad ampliare gli orizzonti (o il vocabolario) ad aprire delle porte e a chiuderne delle altre. Non è detto che sia buona la prima e non è detto che possa esistere uno strumento adeguato alla mia (in)capacità tecnica, come non posso nemmeno prevedere se tra un anno fotograferò ancora.
      I passi vanno fatti con cautela e uno alla volta, il voler tutto e subito potrebbe rivelarsi dannoso e poco costruttivo, ci vogliono anni per raggiungere una stabilità e tu sei l'esempio perfetto.

      La questione economica esiste e ci sarà sempre, basti pensare che anche "solo" 80 euro spesi per un obiettivo fd 50mm f/1.4 possono gravare su un bilancio familiare, quindi mettere la discussione su questo piano trovo sia di poca utilità.
      La domanda che ci si può porre è se la qualità o il linguaggio dei nostri obiettivi si avvicinano o sono complementari al nostro e se ci ci ritiene soddisfatti.
      Tutto il resto è noia.

      :)
      Anna

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  2. Personalmente trovo la prima foto davvero bella, per quello che può valere il mio giudizio, rifilerei solo leggermente in alto(1/4) per evitare che lo sfocato(pur bello) diventi troppo "protagonista", in sintesi la vedo meglio in formato rettangolare. Che mostro il teletessar, ci vuole il porto d'armi :) ciao Sandro

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    1. Simone, ti ringrazio, ma ho pubblicato solo due foto di prova sull'onda dell'entusiasmo, dopo aver visto che spettacolo generi la compressione dei piani e lo sfocato di un obiettivo che più di F/8 non apre. L'ho comprato perché ho in progetto alcune foto nel porto di Genova che a suo tempo feci con il 300mm sul piccolo formato (focale equivalente a 500 sul medioformato). Come prevedibile ho suscitato invidia, non capisco nemmeno perché visto le ridicole cifre in gioco, nemmeno paragonabili a quello che si spende per le scatole magiche di plastica. Nei prossimi post forse si capirà cosa intendo dire. Quel che è certo è che ormai quasi nessuno sa cosa sia la qualità, perché sino a quando non la vedi sotto al tuo naso, non ti puoi rendere conto che quel che hai fatto sino a quel momento non vale nulla. La qualità è come la tecnica, occorre averla, e poi eventualmente decidere di non farne uso, ma partire dal basso livello con la presunzione di poter raggiungere vette espressive a mio avviso è semplicemente ridicolo. Il fatto è che oggi, paradossalmente la qualità costa poco (ma i prezzi dell'usato stanno rapidamente salendo), peccato che occorra una buona dose di volontà per ricominciare in un cammino completamente diverso, ma ricco di infinite soddisfazioni.

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  3. La compressione dei piani espande i forti, Ogni post è una lezione di fotografia. Grazie

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