giovedì 23 febbraio 2017

La rivincita del Distagon

L'amico Francesco di Roma mi ha affibbiato un bel lavoretto: riparare un Distagon 50 serie C per hasselblad, con una vistosa ammaccatura sul portafiltri e la totale inoperatività dei tempi lenti e del diaframma.

Il problema più serio, nei casi in cui l'obiettivo sia caduto, è la difficoltà, anche notevole, che si può trovare nello smontarlo, a causa delle deformazioni subite.
Nel nostro caso a quel tempo erano così lungimiranti da ipotizzare la caduta dell'obiettivo come danno piuttosto frequente, quindi pensarono di realizzare i sistemi di montaggio in modo da non essere pregiudicati da ammaccature.

In effetti l'anello di ritegno che blocca la campana ed il gruppo sottostante è arretrato rispetto alla filettatura del portafiltro, quindi in caso di ammaccatura, anche grave può essere smontato.

Ma questo obiettivo è rimasto anche inutilizzato a lungo, probabilmente ha sviluppato ossidazione e la campana si sarà leggermente ovalizzata, cosa che non mi ha permesso di smontare l'anello portanome con i classici tamponi gommati.

Ho scaldato la campana per dilatarla, ma inutilmente e poi ho provato anche con tubi di plastica dello stesso diametro dell'anello, sulla cui costa ho applicato un potente biadesivo poliuretanico, cosa che molto spesso mi ha tolto dalle secche, ma invano.
Ho fatto quindi presente a Francesco che avrei dovuto praticare due fori sull'anello, per poterlo svitare con una chiave a compasso, ma che li avrei anche verniciati in modo da renderli accettabili.

In questi casi occorre rinunciare alle lusinghe degli strumenti elettrici ed ho usato un mandrino a mano da orologiaio per praticare i due fori, con una punta da 1.25 mm, appena accennati in profondità, giusto per far entrare le punte della chiave.




So che non è un'operazione "filologica" ma era l'unico modo di salvare un obiettivo altrimenti destinato alla spazzatura.

Smontata la ghiera finalmente è risultato accessibile il gruppo ottico anteriore, che si smonta con chiave a compasso.





Gli obiettivi Hasselblad sono stati progettati e realizzati per garantire la massima semplicità operativa a chi dovesse occuparsi della loro manutenzione.
Con pochissime eccezioni (i due teletessar), tutti gli obiettivi hanno i gruppi ottici anteriore e posteriore premontati su canotti di ottone (poi diventati di plastica con la morte di Victor e l'avvento della serie CF) in modo che possano essere tolti senza dover scomporre (e poi riallineare) le singole lenti.




Fortunatamente le muffe erano deboli, già morte, ed avevano "infestato" soltanto le lenti esterne, questo mi ha consentito una facile pulizia con isopropanolo senza dover smontare i gruppi. Per sicurezza poi ho esposto i gruppi ai vapori di formaldeide per scongiurare future recidive.




La campana è tenuta da tre viti che si erano allentate (succede abbastanza spesso con i distagon e con i teletessar), ed è stato facile rimuoverla. Immediatamente sotto la campana altre tre viti tengono in posizione le due ghiere tempi e diaframmi e bisogna stare attenti ad una molla che carica la sferetta del movimento a scatti, che può saltar via facilmente.

Lo scoglio veramente duro arriva quando si deve accedere all'otturatore.

Come si vede da questo esploso, l'otturatore è protetto da una cassa in lega di alluminio che ha anche lo scopo di mantenere avvitato il gruppo ottico anteriore. In questo modello specifico il gruppo è avvitato ad una ghiera di ottone a sua volta avvitata nella cassa. E' la costruzione speciale degli otturatori prediaframmati usati anche sui due s-planar. Si dicono prediaframmati perché il diaframma non si apre al massimo, ma rimane leggermente chiuso, nascosto poi da un anello delimitatore. In questo modo hanno potuto sfruttare al massimo il progetto anche a tutta apertura, dove solitamente si ha la peggior resa, migliorandola con una prediaframmatura.


Questa cassa, o calotta che dir si voglia, è avvitata sul supporto tramite una serie di viti che non sono tutte uguali per forma e lunghezza, inoltre due di queste viti mantengono in posizione le molle che servono ad accoppiare le ghiere tempi e diaframmi.



La calotta ha una serie di piedini forati perimetrali a sbalzo sui quali vi sono i fori per le viti, e questi piedini interferiscono con alcuni elementi dell'otturatore (la levetta autoscatto-flash VXM, ed il relativo pulsante, la preselezione del diaframma, il contatto pc-sync, il connettore isolante in plastica del contatto pc-sync (unica parte in plastica in tutta la costruzione).
Inoltre la levetta della selezione dei tempi scorre in una feritoia posta a metà altezza della cassa.

A prima vista è impossibile estrarre questa cassa, ogni tentativo errato comporta potenziali danni a tutti gli elementi in interferenza.
Esiste uno ed un solo modo per estrarla, e poiché questa manovra non è documentata in nessuno dei manuali di cui dispongo, all'inizio è stato veramente arduo, tanto che più volte ho rinunciato. Poi ho comprato un obiettivo rotto per fare esperienza e dopo ore di tentativi ho scoperto come fare. Ora impiego pochi secondi a toglierla, ma ho vissuto momenti di grande sconforto.

Ecco quindi la cassa estratta ed accanto tutte le viti nell'esatto ordine in cui vanno messe; questo è un altro aspetto critico perché alcune viti sono più lunghe di altre e se erroneamente montate al posto di quelle corte, uscirebbero dalla platina dell'otturatore, andando a danneggiare i delicati indici mobili della profondità di campo che si trovano "al piano di sotto".





Tolta quindi la cassa si accede finalmente all'otturatore. Il precedente manutentore ha pensato di scrivere a matita la data dell'ultima revisione: 11-6-1990. Ventisette anni or sono. Nonostante questo l'incredibile robustezza costruttiva permette di riportare questi obiettivi al loro normale funzionamento in breve tempo (se non vi sono rotture di pezzi, cosa peraltro rara).




Il grande anello ramato sotto il paraluce nero è la ralla che regola i tempi di scatto, tramite una serie di asole sagomate che impegnano, a seconda dei tempi scelti, il gruppo dei tempi lenti oppure quello dei tempi veloci. I due gruppi non lavorano insieme e quello dei tempi veloci è dotato di una levetta che lo disaziona quando entra in funzione l'altro, sempre tramite la grande ralla sagomata. E' una cosa di notevole complessità concettuale.


Smontati l'anello paraluce nero, e tolto l'anello elastico che trattiene la piastra rotante di selezione dei tempi, si accede finalmente alla pregiata meccanica dell'otturatore.




Si riconoscono nell'ordine:

Ad ore 12 il contatto per il flash, con il ritardatore da 15 millisecondi per le lampade al magnesio.
Ad ore 1 il pignone con la molla motrice principale, che apre l'otturatore ed anche il diaframma.
Tra ore 2 ed ore 5 il complicato gruppo dei tempi lenti.
Ad ore 5.30 la coppia di ingranaggi collegati all'alberino di comando che effettuano la carica.
Tra ore 6 ed ore 8 il gruppo dei tempi veloci.
Al di sotto della piastra che regge questi gruppi abbiamo poi la meccanica dell'otturatore e quella del diaframma.






E' tipico negli obiettivi della serie C il difetto che rallenta i tempi più lenti dell'otturatore: 1 secondo, mezzo secondo, un quarto di secondo; per risolverlo occorre lubrificare i perni del relativo ritardatore che sporgono sulla platina con un olio specifico per orologeria (moebius 9010/2, costa venti euro un flaconcino da 3ml) tramite un attrezzo specifico per orologiai detto lubrificatore ad asta.
L'eccesso di olio è molto più deleterio della sua mancanza, perché col tempo imbratta otturatore e diaframma incollandoli e richiedendo poi uno smontaggio totale di tutto l'otturatore che è estremamente oneroso (almeno 4/6 ore di lavoro).
La lubrificazione invece richiede pochi minuti se otturatore e diaframma sono puliti.

Fatto questo si ripulisce la superficie delle platine con un panno che non lasci filacce e ci si appronta a richiudere la cassa, badando con molta cura all'allineamento dei due ingranaggi, il più piccolo dei quali è collegato al pignone di ricarica. Un solo dente di disallineamento comporta l'alterazione di tutta la complessa sincronizzazione delle operazioni della fotocamera, rendendo inutilizzabile l'obiettivo.





Prima di richiudere la malefica cassa protettiva è bene provare tutti i tempi dell'otturatore, la manovra del diaframma ed il funzionamento della prechiusura, altrimenti bisognerà nuovamente rimuovere la cassa per sistemare quello che non va.

Ecco la cassa rimontata.





Sistemato il funzionamento dell'otturatore si passa alla lubrificazione dell'elicoide di messa a fuoco.

Anche in questo caso vi sono notevoli insidie: la filettatura dei manicotti di messa a fuoco non ha un solo principio, come nelle viti, ma ne ha molti di più, per consentire con una breve rotazione una notevole escursione.
Negli obbiettivi hasselblad si arriva ad avere sino a 21 principi per il distagon 40, il che significa che se si estrae il manicotto senza segnare accuratamente il punto di ingresso, si hanno 21 possibilità di montaggio delle quali una sola è giusta, tutte le altre alterano la scala metrica di messa a fuoco; inoltre l'abbocco delle parti filettate è difficilissimo, perché richiede di presentare i pezzi perfettamente allineati tra loro, pena il danneggiamento di qualche principio.

Raramente estraggo i manicotti, lo faccio solo nei casi peggiori, quando il movimento è estremamente ruvido o bloccato.
In questo caso il movimento era accettabile, quindi ho estratto il manicotto sino al limite massimo di escursione senza toglierlo, provvedendo con uno spazzolino ed uno straccio inumidito con etere di petrolo alla rimozione del vecchio grasso e della sporcizia.






Una volta pulita la filettatura, ho applicato il grasso nuovo (è un grasso industriale per applicazioni estreme):





Poi ho fatto distribuire il grasso manovrando la messa a fuoco più volte e rimuovendone infine l'eccesso.

Già che ero "al piano di sotto" ho lubrificato la camma che sposta gli indici mobili della profondità di campo, che è particolarmente delicata e si vede nella foto sopra ad ore 6.

Infine ho rimosso i funghi anche dal gruppo ottico posteriore.





Poi ho rimontato provvisoriamente il gruppo ottico anteriore per evitare che la polvere arrivasse sulle lame dell'otturatore.





A questo punto è rimasta da raddrizzare l'ammaccatura sulla campana.

Ho preparato un listello di faggio (legno duro) lungo una trentina di centimetri, spesso 1,5x1,5 cm, rastremato leggermente in punta e l'ho stretto in una morsa da banco. Poi ho appoggiato il bordo della campana sul listello e con un martello con punte in plastica dura da mezzo chilo ho ribattuto l'ammaccatura con colpi leggerissimi, ruotando continuamente la campana avanti e indietro.
Le ammaccature erano due, non una, e con questo sistema le ho perfettamente raddrizzate.

Ovviamente la filettatura non poteva essere rimasta intatta, ed ho dovuto ripristinarla, non con quegli attrezzini di alluminio cinese che vendono su ebay, ma con una "lima ripristino filetti" in acciaio duro che non è nemmeno facilissima da usare a mano libera.

Rimane solo un problema: la lima ha asportato l'anodizzazione dell'alluminio nelle parti dove ho corretto la filettatura, rendendola più tenera e mostrando il colore del metallo.
Il colore non è un problema, basta la punta di un pennarello permanente, quando alla delicatezza della filettatura, visto che al massimo ci si avvita un paraluce, ritengo che sia del tutto trascurabile.
Naturalmente ho ripetuto l'aggiustaggio della filettatura sino a quando l'anello portafiltri si è avvitato correttamente.

Infine la prova generale sul corpo macchina, e poi la spedizione all'impaziente ragazzo, che ha letteralmente patito le pene dell'inferno sino a quando non lo ha ricevuto!


Ecco il lavoro finito.




venerdì 30 dicembre 2016

L'arte della stampa in bianco e nero.

La stampa in bianco e nero è una disciplina che si impara lavorando, e coinvolge tantissimi aspetti che occorre conoscere per poter arrivare a risultati efficaci.
Bisogna essere chimici, fisici, fotografi, e poi ancora conoscere l'arte della composizione, ed avere visto tante opere di tanti artisti. E sicuramente dimentico qualcosa.

Solo così si può dare un senso ad ogni stampa, adeguando il lavoro alle intenzioni del fotografo.

Oggi mi è capitata una stampa difficile, che ho deciso di pubblicare per mostrare cosa si può fare per trasformare una stampa sbagliata in una stampa valida.

In questo scatto, che ritrae un gondoliere all'ombra, vi sono diversi elementi che rendono difficile il lavoro.

Innanzitutto il negativo è stato sviluppato da un laboratorio commerciale, e questo è un male, perché nei laboratori commerciali si bada pochissimo alla qualità, e si tende a restituire dei negativi che sembrino accattivanti, ma che in realtà sono pessimi perché molto sovrasviluppati.
Se a questo aggiungiamo che la maggior parte dei fotografi sottoespone, otteniamo il quadro della situazione: stampe veramente molto difficili.



Esaminando i provini di stampa preliminari ho deciso di usare un contrasto piuttosto elevato per mettere in risalto la tipica maglia a righe dei gondolieri, ma questo fin da subito ha messo in luce che tutta la parte sovrasviluppata del negativo, ossia la zona a sinistra che ritrae uno dei ponti di Venezia, sarebbe sparita nel bianco puro ed accecante, cosa ovviamente inaccettabile, del resto abbassando il contrasto generale, la maglia del gondoliere sarebbe diventata scialba.


Foto di Pietro Tega


Come si può vedere tutta la parte sinistra della stampa è priva di dettagli, e crea una zona così luminosa da rendere la visione antipatica.

Questo è il tipico caso in cui sfruttando le caratteristiche delle carte multigrado si possono far emergere dettagli dalle alte luci senza modificare le ombre, semplicemente cambiando il colore della luce dell'ingranditore.
Come tutti sanno la luce gialla genera immagini a basso contrasto e quella viola genera immagini ad alto contrasto.
Tuttavia sottoponendo la stampa a diverse esposizioni con contrasto differente, occorre anche mascherare le zone già esposte con tecniche varie, quindi bisogna fare una prima esposizione con un dato contrasto, mascherare le zone già esposte, cambiare il contrasto ed esporre le altre zone.

Poiché amo lavorare comodo, dispongo di una testa a colori specifica per il bianco e nero, che ha una ghiera di regolazione tarata in gradi e mezzi gradi di contrasto ilford, dallo 0 al 5, inoltre sono possibili anche regolazioni intermedie con continuità al di fuori degli scatti preimpostati.
All'interno della testa ruotando la ghiera i filtri giallo e magenta si muovono in modo contrapposto per garantire la rispondenza della taratura alle gradazioni Ilford. 
Ciò rende l'operazione più agevole rispetto ad una testa a colore standard sulla quale occorre contemporaneamente aumentare  il giallo ed abbassare il magenta per diminuire il contrasto e viceversa per aumentarlo; è una doppia manovra che pur non rendendo la vita infelice risulta antipatica se fatta spesso su quelle stampe che richiedono molti interventi.




Poiché i tempi di stampa con le diverse gradazioni sono tra loro diversi, e spesso le bruciature sui toni chiari si fanno previo provinatura scalare, dopo aver già esposto sui toni scuri, risulta molto pratico usare un timer che abbia la possibilità di contare avanti e indietro, che abbia due memorie, e che sopratutto abbia un segnale sonoro ogni secondo, in modo da regolarsi opportunamente.

Io uso un Gralab 625 nato per il mercato americano ma facilmente adattato per la nostra rete semplicemente cambiandogli il trasformatore saldato sulla scheda; sui tasti da usare al buio (impostazione ed azzeramento dei tempi) ho applicato del nastro adesivo fosforescente in vendita presso Ars Imago e tagliato con fustelle.
Inoltre è indispensabile il comando a pedale, con cui accendere e spegnere la lampada mentre con le mani si opera mascherando.







Tornando alla nostra stampa si nota che oltre alla zona a sinistra troppo chiara, vi sono anche altre due zone che lo sono, e precisamente dietro la testa e sotto il mento.

Per darle coerenza occorre quindi rinvigorire anche quelle zone.

Perciò la stampa finale si fa in questo modo:

  • Esposizione della zona ad alto contrasto (la parte destra) con gradazione alta (17 secondi).
  • Cambio a gradazione bassa, mascheratura della zona destra, ed esposizione della parte sinistra (25 secondi).
  • Bruciatura localizzata a basso contrasto della zona dietro la testa e sotto il mento (15 secondi ognuna).


Per fare le bruciature localizzate si usano due cartoncini sagomati ad "L" tenuti ad una certa altezza sotto l'obiettivo, in modo da osservare l'immagine sul cartone (e schermare tutta la luce sulla stampa) ed aprendo il foro centrale opportunamente si va a dosare la luce nei punti richiesti. (Andrea Calabresi docet).





Ed il risultato finalmente è questo (nei limiti delle foto fatte con lo smartphone).


Foto di Pietro Tega

Resta da alleggerire leggermente la pelle sotto la tesa del cappello, ma questa è un'altra storia, e si fa in un secondo tempo, col pennello ed il ferricianuro di potassio.

E pensare che c'è chi si ostina a parlare di bianco e nero digitale... poveretti!

giovedì 8 dicembre 2016

Ispirazioni.



Lo scorso novembre, in occasione delle festività dei Santi, vennero a farmi visita Marco ed Alice.

Marco, originario del basso Piemonte è andato a lavorare in Germania (beato lui), dove ha conosciuto Alice, e siccome frequenta gli stessi spazi virtuali che frequento anche io, si è creato il pretesto per la visita: desiderava farmi vedere una sua Rolleiflex con un problema alla lente anteriore.

Ingenuamente, dando per scontato che la mia esperienza sulle Hasselblad fosse facilmente trasmissibile anche alle creature di Frank Heidecke, ritenni di poter sistemare l'inconveniente, ma la cosa purtroppo non funzionò, lo smontaggio di quelle diaboliche scatole richiede attrezzatura, cognizioni e documentazione che non ho mai avuto, e siccome l'azzardo in questi casi può costare caro, preferii ritirarmi piuttosto che fare un danno.

Mentre io e Marco studiavamo la sua macchina, la bella Alice in silenzio osservava il mio laboratorio, le mie stampe e tutto ciò che stessimo facendo, con occhio attento e limpido.

In particolare poi mostrai loro le stampe delle foto fatte con il superachromat al porto di Genova dove il trionfo dei colori è qualcosa che va visto; sono sempre più convinto che la diffusione della fotografia tradizionale deve passare per la visione delle stampe. Nessun surrogato informatico ha la stessa potenza emotiva.

Al termine della piacevole mattinata, non potendo pranzare con loro per altri impegni, li accompagnai presso una trattoria tipica del luogo, dove furono accolti e serviti con una gentilezza che in liguria spesso è inaspettata.

Ritenevo che la questione si fosse chiusa li, al di là dei contatti sporadici sugli odiati social.

Invece l'altroieri sera a sorpresa ho ricevuto un messaggio di Alice che mi ha lasciato di sasso.

Ispiratasi ad una mia fotografia, ha realizzato un quadro ad olio da ben 70x100 centimetri:



La cosa mi ha lasciato attonito su più fronti.

Non sapevo infatti che Alice sapesse dipingere, so che lavora all'Università in Germania, ma nel breve incontro non mi ha detto molto altro di lei.

Ma sapere che una mia banale fotografia le ha ispirato un quadro mi ha colmato di gioia, e non è tutto, era anche convinta che la cosa non mi avrebbe fatto piacere!

In italia siamo abituati a vivere in mezzo a squali che ti strappano le gambe senza troppe cerimonie, e la sua modestia mi ha davvero sconcertato.

E allora la sua ispirazione da me ha generato una mia ispirazione da lei.

Ho deciso cioè di ristampare quella stessa foto facendola assomigliare il più possibile al quadro che lei ha dipinto.

In pratica si è trattato di studiare la fattibilità di un triplo viraggio: rosso nella parte superiore, grigio nella parte inferiore, e nero nella parte centrale.

Dopo una serie di provini a quali ho dedicato la mattina di festa sono arrivato a qualcosa di molto somigliante:



E perfezionato ulteriormente il procedimento ho fatto la stampa finale, che nei prossimi giorni le spedirò a casa quale omaggio doveroso alla sua bella personalità.



Per quanto ciò possa valere (cioè nulla), la stampa sarà un esemplare unico, firmato, siglato con timbro a secco e dedicato personalmente alla musa ispiratrice!


mercoledì 23 novembre 2016

Storia di una rinascita.

Lo scorso settembre mi si è presentata un'occasione importante che non potevo assolutamente perdere: è apparsa su ebay una macchina RA4 per la stampa del colore: una Jobo Printlab 3504.
Si tratta di una macchina professionale cosiddetta "dry to dry", perché le stampe escono lavate, stabilizzate e già asciutte. 

Quando la stampa RA4 era al culmine, negli anni 90, questa macchina era il non-plus-ultra per un piccolo laboratorio di stampa, perché ha tutte le caratteristiche tipiche delle macchine di fascia più alta, ma è di dimensioni contenute.
In particolare è una macchina per banda 35, con quattro vasche:

- Sviluppo colore
- Sbianca-fissaggio
- Lavaggio (oppure stabilizzatore)
- Lavaggio (oppure stabilizzatore)

Tra le caratteristiche di rilievo di questa macchina vi sono l'integrazione automatica di CD e BX in base alla superficie di carta sviluppata, il lavaggio in acqua sempre fresca, il cui rateo di ricambio  è programmabile, funzioni di carico, scarico e lavaggio completamente automatizzate: si imposta il ciclo di pulizia e la macchina scarica la chimica e poi effettua una serie di lavaggi con acqua corrente per pulire vasche e telai.

La stampa entra in macchina su un velo d'aria per evitare danni all'emulsione: la stessa ventola che raffredda la scheda madre crea anche il velo d'aria.
 

In caso di inutilizzo resta in attesa, mantenendo la temperatura, ma appena si inserisce una stampa, le stesse fotocellule che misurano la superficie ne rilevano la presenza,  facendo partire i telai e l'asciugatura, che poi si fermano se non vengono inserite altre stampe di seguito.
Insomma, un vero gioiello, entrato in produzione (credo) nel 1995 e dismesso nel 2007; la mia macchina è datata dicembre 1996.
Un gioiello che costava diverse migliaia di euro quando era in catalogo, l'unico listino che ho trovato, su di una rivista americana del 1999 è di 8826 dollari. L'ho poi vista in vendita tempo fa su un sito americano alla cifra di 10.340 dollari.





Il prezzo richiesto dal venditore ebay era modesto (291 euro) e devo dire che non mi aspettavo una grande battaglia per aggiudicarmela, perché non è una macchina per fotoamatori, abbisogna di cinque litri per ogni vasca, ha un consumo elettrico elevato, ed è molto complessa, ha un sistema di menù e sottomenù molto articolato perché è completamente programmabile in ogni sua funzione.

Infatti me la sono aggiudicata con la sola offerta di base.



Durante il corso dell'asta avevo chiesto al venditore in che condizioni fosse la macchina che era venduta "in buone condizioni", e mi confermò lo stato di esercizio, sostenendo di averla usata e poi dismessa, oltre a mandarmi qualche altra foto, dalla quale però non si capiva un granché.




Le foto erano confuse e poco utili per capire lo stato della macchina, ma considerando il basso prezzo richiesto non ho voluto investigare ulteriormente per non fare mangiare la foglia al venditore, nell'ipotesi che stesse vendendo qualcosa di cui non conosceva l'effettivo valore.

Non vi dico il timore per il trasporto di un oggetto tanto delicato e pesante allo stesso tempo; fu concordato un prezzo di trasporto extra di 50 euro per un imballo sicuro, poi per tutto il tempo della spedizione sono entrato nella fase "anima in pena", ma quando la macchina mi è arrivata mi è preso un colpo.

L'imballo, a malapena sufficiente, era aperto, poi richiuso alla carlona dal corriere con del nastro da pacchi.
Aperto lo scatolone mi si è presentata davanti una triste verità: la macchina oltre ad essere sporca e mal tenuta, era priva dei quattro telai che movimentano la stampa, quindi del tutto inutilizzabile.





Lo sconforto, credetemi è stato grande, in pratica senza i telai non vi erano speranze di poterla utilizzare e in quegli istanti pensavo sinceramente che sarebbe stato impossibile trovarli; a posteriori non escludo nemmeno che i telai siano andati smarriti durante la spedizione.
Ma non era tutto: la macchina doveva essere stata tenuta sporca per chissà quanti anni: tutti i tubi della chimica erano neri e quando, superato il malore iniziale, l'ho approntata per avviarla, nelle vasche luride giravano continuamente pezzi di materiale nerastro appiccicoso che avrebbero insozzato le stampe.
Un altro grave problema riguardava la valvola di ripartizione a sei vie: la piastra di alluminio visibilmente corrosa era deformata provocando un continuo gocciolamento a terra di tutti i liquidi che essa controlla.
Inoltre il display era difettoso perché delle quattro righe una era spenta, impedendo la comprensione dei menù di programmazione, mancavano anche i filtri in vasca, le taniche erano incrostate e forate, e le sonde di temperatura completamente sballate.
Insomma, avevo preso una bella fregatura, così ho aperto una contestazione e richiesto il rimborso, che ho ottenuto con le scuse del venditore, il quale, perlomeno alla fine, si è dimostrato corretto, ammettendo di non avere mai usato la macchina e rimborsandomi l'intero prezzo sborsato, trasporto compreso.
Non mi è stato dato sapere perché la vendesse e dove l'avesse presa, ritengo che l'abbia ritirata da qualche laboratorio che stava per gettarla via senza sapere minimamente come funzionasse.

Nervoso ed arrabbiato ho sbattuto la macchina in cantina, e lasciato decantare il mio stato d'animo: pensavo sinceramente che ormai essa fosse destinata alla discarica.






Nei giorni successivi, perso per perso ho deciso di contattare l'assistenza della Jobo, ed in particolare il Sig. Klaus-D. Seynsche, che in passato mi aiutò a risolvere alcuni seri problemi che avevo avuto con la mia CPP2.
Ho scoperto con stupore che la Jobo ha ancora il set di telai di ricambio, il display ed i filtri mancanti ed ho capito quindi che potevo rimettere in marcia questa macchina da stampa.
Certo la spesa è stata elevata, ma con i telai nuovi la macchina si può considerare nuova una volta risolti gli altri problemi.
Purtroppo per la valvola a sei vie non sono previste le guarnizioni di ricambio, ma solo l'intero corpo valvola ad un prezzo esorbitante, per cui mi sono industriato per ripararla da solo.

Ringrazio pubblicamente il Sig. Klaus, che nonostante sia andato in pensione, ha preso a cuore la mia situazione adoperandosi per farmi avere i ricambi e tutta la documentazione necessaria.
E' stato simpatico quando gli ho chiesto se ricordasse la procedura di taratura delle sonde termiche: mi ha risposto che 25 anni fa aveva programmato la piastra madre ma ora non ricordava più nulla, ma era certo che ci sarei arrivato da solo. In effetti la sua fiducia in me è stata ben riposta.

Prima di ordinare i ricambi, dato il costo elevato, ho deciso di smontare la valvola di controllo dei liquidi, per capire se potessi ripararla da solo, vista la mancanza di ricambi ed il prezzo esorbitante richiesto per il pezzo completo.

La valvola ha diverse funzioni, ed è molto complessa: la macchina ha due tubi di ingresso (CD e BX) che però fungono anche da tubi di uscita a fine lavoro, poi vi sono altri due tubi di uscita per il troppo pieno di CD e BX, che durante il funzionamento drenano il sovraflusso di integrazione in una tanica a perdere (ma non nello scarico), questi tubi di uscita durante il lavaggio cambiano funzione e servono a mandare nello scarico il troppo-pieno del lavaggio. Poi ci sono le due vasche di lavaggio che vengono scaricate in una tanica se contengono stabilizzatore, e nello scarico durante il ciclo di lavaggio.

Tutto questo è gestito dalla complessa valvola, azionata da un motore il cui posizionamento è controllato elettronicamente. Per evitare contatti tra la chimica ed il metallo, i liquidi circolano in due spesse piastre di poliammide grigie, la valvola apre e chiude i passaggi mediante una doppia membrana in silicone, che tappa i fori di passaggio tramite la pressione esercitata da sfere in acciaio, spinte nella sequenza corretta da un albero rotante sagomato; infine sopra la doppia membrana in silicone è appoggiata la piastra in alluminio a cui sono avvitati i blocchi in plastica, il motore, l'albero di comando ed i bilancieri che premono le sfere.

Poiché la costruzione assomiglia a quella delle valvole idrauliche usate nelle presse industriali, sulle quali ho avuto esperienza in passato, ho deciso di smontarla per capire perché perdesse copiosamente durante il funzionamento,  pensando sinceramente ad una foratura della membrana.

Invece la membrana era perfettamente intatta. Il problema nasceva dalla piastra di alluminio che regge la valvola e tutti i suoi componenti: la lunga permanenza a contatto con l'umidità ed i vapori corrosivi ha generato una ossidazione distruttiva, atipica nell'alluminio, ma decisamente deleteria, perché aggredisce la superficie in profondità.

Smontata la valvola ed avuto accesso alla piastra la situazione era questa:



Si vede la "fioritura" dell'alluminio, che gonfiandosi ha deformato la piastra, staccandola dalla guarnizione e generando la perdita.

Questi invece sono tutti gli altri componenti della valvola:



Per rimuovere l'ossido dalla piastra ho usato una levigatrice orbitale con carta di grana 400,  questo però non ha potuto ripristinare la perfetta planarità della piastra. 
Come si può osservare guardando i bordi, lo sconfinamento del disco abrasivo ha causato uno smusso che è tipico di queste lavorazioni e non eliminabile; per rettificare le superfici occorrono ben altri macchinari e le relative lavorazioni costano non poco.

Quindi sapevo di sicuro che anche così ripulita non avrebbe garantito la tenuta; l'ho comunque rimontata per controllare che la chiusura delle sfere fosse perfetta, e della perdita perimetrale mi sarei occupato più tardi.

Questa è la valvola ripulita e rimontata col motore alimentato direttamente, cosa che mi ha permesso applicando aria compressa ai vari tubi, di controllare la tenuta durante la chiusura delle sfere.


Poi ho rimontato la valvola in macchina per controllare che la logica di funzionamento, sotto il controllo dell'elettronica non fosse stata per qualche motivo alterata.


Anche in questo caso il risultato è stato positivo: perfetto funzionamento delle tre posizioni.
Risolto questo problema ho dovuto affrontare il successivo: eliminare la perdita perimetrale.
Sulla base della mia esperienza ho deciso di spalmare le superfici di contatto con un sigillante speciale, e la scelta è caduta su di un MS polimero prodotto dalla Soudal, neutro ma resistente alla aggressione chimica, trasparente e permanentemente elastico.
L'ho ingenuamente spalmato con le dita pensando che potesse bastare, ma non è stato così, la perdita copiosa si è fermata, ma restava un comunque inaccettabile gocciolamento.
Quindi dopo aver smontato e ripulito tutte le superfici dal precedente sigillante, le ho rilavate con etere di petrolio e questa volta ho applicato l'MS polimero con un rullo di gomma.
Questo intervento è stato risolutivo.




Ho lasciato la macchina con le quattro vasche piene di acqua per dieci giorni, senza notare nessuna traccia di perdite dalla valvola.

A questo punto, confortato dall'esito della riparazione, ho fatto il passo successivo: innanzitutto ho ripulito le vasche dai depositi dovuti ad anni di incuria, e non è stato facile perché i residui erano incorporati nella plastica, quindi ho carteggiato le vasche e poi le ho pennellate di diluente nitro, che sciogliendo lo strato esterno ha praticamente "verniciato" la superficie della plastica rendendola idrorepellente.

Poi ho comprato i tubi in silicone e tutti i raccordi di collegamento, e li ho sostituiti uno per uno, pazientemente, fascettandoli su ogni raccordo; nello stesso tempo ho pulito l'interno degli scambiatori di calore che riscaldano il contenuto delle vasche, la doppia pompa di circolazione, ripulito le elettrovalvole di ammissione acqua, preparandomi per una prova generale con acqua.

L'esito della prova ha confermato il perfetto funzionamento della componentistica idraulica, ma è stato infausto per la gestione delle temperature, che rimanevano costantemente più alte di 4 gradi rispetto a quanto segnalato dal display. 
Dato atto che la gamma di tarature delle sonde termometriche, limitata a due gradi non permetteva l'aggiustamento, ho scritto a Klaus, il quale mi ha risposto spiegandomi che l'errore era dovuto alle sonde guaste.

Era giunto quindi il momento di ordinare tutti i ricambi: i 4 telai nuovi, le due sonde termiche, il display LCD retroilluminato, i filtri delle vasche.

Senza questi componenti non avrei potuto comunque valutare il funzionamento della macchina, vi era il ragionevole dubbio che qualcosa potesse andare storto, e dopo aver fatto la spesa sarebbe stato un dramma.
Ma la fortuna che mi ha accompagnato in questa mia nuova avventura mi ha suggerito che potevo osare. In qualche modo, se avessi avuto altri problemi, li avrei risolti.

In effetti dal momento in cui i ricambi sono arrivati il percorso ha iniziato la discesa verso il successo finale.

Ecco come si presenta la macchina con i nuovi telai durante la taratura della temperatura:



I primi due telai rossi sono in ordine quello per lo sviluppo e per la sbianca-fissaggio, poi vi è il telaio blu di lavaggio/stabilizzatore, ed infine il telaio bianco di lavaggio/stabilizzatore con la torretta di asciugatura, entro la quale il soffiatore nero sulla destra insuffla aria riscaldata e filtrata.
Ogni telaio è diverso per tipologia dei rulli, tipo di gomma, durezza, finitura superficiale e forza di trazione.
Sulla destra dei telai si vede l'albero di comando con i 4 gruppi a vite senza fine, e tra i telai e l'albero di comando vi sono le sopraelevazioni che racchiudono i 3 troppo pieno: le due vasche di lavaggio lo hanno in comune sulla terza, perché l'acqua fresca entra dall'ultima vasca e poi tracima nella penultima tramite un passaggio a sfioramento, in questo modo l'acqua dell'ultimo lavaggio è sempre più pulita di quello precedente.




Ed ecco qualche video che illustra il funzionamento della macchina, ancora in cantina, nel collaudo con acqua.

E nei video successivi il funzionamento della macchina con i telai scoperti, con i coperchi anti-evaporazione, e con il coperchio a tenuta di luce.





I coperchi anti-evaporazione sono molto utili, impediscono l'evaporazione dei liquidi in vasca essendo sagomati per far ricadere il vapore condensato sopra il telaio, e nello stesso tempo gli impediscono di condensarsi sul coperchio a tenuta di luce, che essendo di frequente rimozione non si bagna fastidiosamente come accadeva con la precedente Thermaphot.

Superati tutti i collaudi in cantina, era giunto il monento di portare la macchina in laboratorio, tre piani con 40 chili sulla groppa, ed un ingombro di 90x60x40 centimetri.

Prima però ho dovuto realizzare l'alimentazione di acqua corrente per i lavaggio e scarico.

Poiché anche l'idraulica non è un mistero per me, non è stato difficile, tranne che per la foratura dei 30 centimetri di soletta armata della casa. Le mani mi vibrano ancora adesso.

Sulla linea di acqua ho montato un filtro autopulente per evitare l'ingresso di particelle sabbiose o ferruginose, e tutto lo scarico è stato realizzato con tubi da cucina in plastica e raccorderia adeguata.


Ecco finalmente rinata, dopo 20 anni dalla sua fabbricazione, questa splendida macchina da stampa: è già diventata la regina del mio laboratorio!




Sopra la macchina vi sono le due taniche da cinque litri di CD e BX in posizione di lavoro; vengono poi messe sul pavimento a fine ciclo di stampa, in modo da ricevere il contenuto delle vasche: il carico e lo scarico delle taniche di chimica avviene per gravità, ma sempre sotto il controllo della macchina.
Sotto la macchina invece, nel cesto azzurro, due taniche di sovraflusso per stabilizzatore e CD/BX, servono a ricevere l'eventuale traboccamento di integrazione durante il lavoro; a fine ciclo drenano l'esiguo quantitativo di chimica rimasto nei tubi e non lambito dal lavaggio.
Nel cesto rosso invece le due bottiglie provvisorie per CD e BX dalle quali le pompe perilstatiche di integrazione prelevano il quantitativo consumato durante la stampa. Le bottiglie definitive sono previste del tipo a soffietto e di plastica nera (forse l'unico caso un cui servono le odiate bottiglie pieghevoli), perché l'aspirazione del liquido schiaccia la bottiglia in modo che non entri aria che ossiderebbe le soluzioni di lavoro. I due cesti contenitori servono a raccogliere i liquidi in caso malaugurato di perdite o trabocco.

L'unica modifica che ho fatto all'elettronica della macchina è stata di montare un interruttore per spegnere il display di controllo.


E' vero che la luminosità è programmabile al 10% di quella totale durante la stampa, ma questo livello non permette di leggere il display né al buio né alla luce e resta così per tutto il ciclo di stampa (a differenza di quello delle sviluppatrici CPP che ha una fotocellula di controllo). Così quando spengo la luce per fare la stampa all'ingranditore, disattivo il display della macchina, poi quando la stampa è in macchina ed il coperchio chiuso posso riaccenderlo, per controllare sia la posizione della stampa durante il percorso, sia i parametri operativi (temperature, superficie di carta usata, integrazione rimanente nelle bottiglie, stato dei sensori).
I due cerchietti bianchi accanto al pulsante start sono luminescenti al buio, e mi permettono di trovare il tasto quando risulta necessario azionarlo per vari motivi.

E' stata una sfacchinata senza precedenti, forse l'ultima (ma conoscendomi non ne sono tanto sicuro), ma ne è valsa veramente la pena!

Il collaudo definitivo l'ho fatto con due fogli di cui uno esposto alla luce, ed uno invece non esposto.

Nel primo caso il nero è stato spettacolare: uniforme, senza macchie, aloni o irregolarità; nel secondo caso il bianco assoluto della carta ha dimostrato la totale assenza di infiltrazioni dal coperchio a tenuta di luce.


La temperatura di asciugatura è regolabile, e questo è un gran vantaggio perché permette di contrastare la curvatura della carta e di adeguarsi alla temperatura ambientale a seconda della stagione.
Un'altra utile funzione è la "anti cristallizazione" che in caso di inutilizzo della macchina ogni cinque minuti aziona brevemente i telai e la ventola per evitare appunto la cristallizzazione dello sviluppo o della sbianca sui rulli.

Questo post vuole essere un omaggio ad un tempo in cui si costruivano le macchine per farle durare: se vi capita un'occasione come quella che è capitata a me, non lasciatevela scappare, tutte le fatiche saranno poi lautamente ricompensate da una qualità superiore, da una praticità di uso eccezionale figlia di uno studio attento e di un grande lavoro di squadra. 
Provate a chiedere lo stesso ad una sputainchiostro di 20 anni fa...


Aggiornamento 27 novembre.

Dopo avere usato la macchina per una settimana, mi sono reso conto che durante la fase di riempimento delle vasche di lavaggio, e durante la fase di carico acqua per la pulizia, veniva caricata acqua in eccesso, provocando il trabocco  dei vari troppo pieno.
Di per sé non sarebbe un problema, ma nel malaugurato caso di un malfunzionamento, avrei rischiato l'allagamento del laboratorio, o della macchina, cosa poco piacevole.
Visto che il tempo di carico acqua non è tra i parametri regolabili, ho ipotizzato che la macchina fosse stata programmata per una determinata pressione dell'impianto idraulico, e che nel mio la pressione fosse superiore, causando un eccessivo riempimento.
Così, visto che questo dato non è specificato sul manuale, ho scritto al Sig. Klaus, che con la consueta gentilezza mi ha dato i parametri: 1.5-2.5 bar. Il mio impianto ha 3 bar, troppo.
Così ho montato una valvola regolatrice di pressione con manometro, e regolato la pressione sino a quando il riempimento delle vasche cessa prima del trabocco, circa 1.7 bar.



Inoltre ho montato un aspiratore centrifugo comandato da un interruttore a tiretto (come le lampade di sicurezza) per ricambiare l'aria durante i cicli di stampa.



Infine ho comprato due bottiglie a soffietto da due litri per l'integrazione di CD e BX (sono veramente orrende, ma è l'unico modo per non fare ossidare troppo in fretta i prodotti), e poi aggiunto un piccolo rubinetto per il lavaggio extra dei telai o delle vasche se necessario.


Aggiornamento del 18 marzo 2017.


Dopo sei mesi di utilizzo continuo, e di grandissime soddisfazioni, ho fatto alcune modifiche e notato alcune cose interessanti.

Intanto le bottiglie a soffietto sono durate poco: siccome non si comprimevano quanto avrei voluto a causa del modesto risucchio delle pompe perilstatiche, le ho gettate nello smaltimento della plastica, e sostituite con due bottiglioni di vetro scuro da due litri e mezzo, sui tappi dei quali ho applicato un rubinetto che apro periodicamente per compensare la depressione, e che a fine lavoro mi serve anche per riempire la bottiglia con gas butano in modo da contenere l'ossidazione prematura.



Nelle ultime settimane poi avevo notato un leggero gocciolamento dal basamento durante la fase di carico acqua  per le vasche di lavaggio ed anche durante la fase di pulizia automatica.
Così ho riaperto la macchina ed ho notato che la perdita derivava dalle fascette in plastica che avevo usato per serrare i tubi sulle due linee di acqua separate (riempimento e lavaggio), perciò le ho sostituite con fascette stringitubo inox.

Infine ho capito come funziona il sistema di integrazione dei prodotti chimici e dell'acqua di lavaggio.
Ogni 0.25 metri quadri di carta misurata dalle fotocellule, le pompe perilstatiche caricano un quarto del quantitativo programmato per ogni metro quadro. Questo garantisce un'integrazione frequente e di conseguenza mantiene le caratteristiche dei bagni costanti durante l'utilizzo.
Inoltre ogni mezz'ora viene eseguito un reintegro di chimica e di acqua anche se la macchina non sta lavorando, suppongo per compensare evaporazione ed ossidazione in vasca.
 
Contemporaneamente la linea di acqua del lavaggio si apre per un tempo che dipende anch'esso dal valore programmato.
Il campo programmabile è espresso in litri/minuto e può andare da 0.5 a 11.99.
La cosa è incongrua, perché in realtà il ricambio di aqua non è continuo, ma vincolato al reintegro della chimica, ogni 0.25 mq.

Quindi per capire come funzionasse il sistema ho impostato il valore minimo di 0.5 litri/minuto e misurato quanta acqua viene erogata ad ogni reintegrazione: il flusso dura tre minuti e viene caricato un quantitativo di due litri e mezzo di acqua (dovrebbero essere 1.5 litri, e penso che la differenza sia dovuta alla regolazione di pressione dell'impianto). Immagino che impostando un rateo di ricambio maggiore aumenti il tempo di apertura dell'elettrovalvola.
In pratica viene rinnovata metà della quarta vasca, ma l'eccedenza trabocca nella terza rinnovando in parte anch'essa, e poi esce dal troppo pieno.
Impostando quindi il valore di 0.5 l/min si ha che per ogni metro quadro di carta vengono caricati 10 litri di acqua cioè rinnovate entrambe le vasche. Questo comporta l'aggiunta dello stabilizzatore ex-novo ogni 4 reintegrazioni (oppure ogni due ore con macchina in attesa, ma in questo caso per evitare lo spreco dello stabilizzatore, si può chiudere il rubinetto dell'acqua).

Nel contempo, visto che in sei mesi la macchina ha avuto il tempo di assestare i componenti nuovi, ho controllato la temperatura di esercizio delle vasche, che è risultata perfetta: 34.8°C in vasca CD e sul display.
Inoltre ho verificato la taratura delle pompe di reintegrazione, risultata anche essa perfetta.





Da notare che l'acqua delle due vasche di lavaggio è statica, non ha una pompa di ricircolo, ma viene preriscaldata durante la fase di carico e durante i rabbocchi di reintegro tramite uno scambiatore di calore di potenza doppia rispetto a quelli delle due vasche a ricircolo, in modo da consentire il riscaldamento anche con acqua ambientale fredda; con una temperatura ambientale di 15 gradi le vasche una volta riempite si trovano a circa 28 gradi. Ciò serve ad evitare sbalzi termici nocivi alla gelatina della stampa.


Il display infine è un vero concentrato di informazioni.


La prima riga indica lo stato dei sensori carta: se appare STANDBY, la macchina è in attesa, ma appena si inserisce un foglio di carta appaiono cinque trattini   - - - - -   ciascuno dei quali viene sostituito da un asterisco quando il relativo sensore è coperto dal foglio.
La scansione dei sensori rispetto al bordo sinistro di inserimento è questa: 8, 11, 17, 24, 27 cm dal bordo; sono la fila di fori più bassa in foto, mentre i cinque fori superiori servono a creare un velo d'aria per l'inserimento del foglio, e contemporaneamente raffreddano la scheda madre collocata subito sotto lo scivolo di inserimento. I due fori più piccoli centrati sul bordo superiore ed inferiore servono per montare un vassoio in plastica concepito per dividere la bocca di ingresso in tre parti uguali da 15cm, per permettere l'inserimento multiplo di stampe di piccola dimensione.




Inserendo quindi un foglio largo 15 cm il display mostra i seguenti simboli: * * - - - che indicano i primi due sensori impegnati. In base poi alla lunghezza del foglio, misurata dagli stessi sensori e dal contapassi del motore di traino, la macchina calcola la superficie del foglio inserito.
Immediatamente dopo l'inserimento di un foglio, tutti i trattini lampeggiano per indicare che non è possibile inserirne un'altro, finché quello in lavorazione arrivi nella sbianca, in modo che aprendo il coperchio non possa più essere danneggiato dalla luce. Quando questa condizione è verificata i trattini smettono di lampeggiare, e viene emesso un segnale acustico per indicare che la macchina è pronta per l'inserimento successivo. Naturalmente operando in totale oscurità si possono inserire le stampe una dietro l'altra; il lampeggio dei trattini avverte solo che se la luce è accesa non bisogna aprire il coperchio.

Sulla seconda riga abbiamo la catena di trasporto cd___bx__w__w__dry, che indica la posizione della stampa:

cd= prima vasca  sviluppo
bx= seconda vasca sbianca fissaggio
w= terza vasca lavaggio
w= quarta vasca lavaggio
dry= torretta asciugatura

Quando il simbolo diventa maiuscolo vuol dire che il foglio è nella corrispondente posizione, ad esempio: cd___bx__w__W__dry indica che il foglio è nell'ultima vasca di lavaggio e si appronta a passare nella torretta asciugatrice.
La cosa è molto utile perché permette di controllare a colpo d'occhio lo stato del lavoro.

La terza riga indica le temperature dello sviluppo, della sbianca e della asciugatura.
I numeri lampeggiano quando le temperature sono inferiori o superiori a quelle impostate, e in questo frangente la macchina non carica automaticamente il foglio, ma la si può forzare premendo il tasto start dopo averlo inserito, se si ritiene la differenza trascurabile .
Ad ogni inserimento di carta, oppure dopo ogni reintegrazione si ha una ovvia caduta di temperatura, dell'ordine dei decimi di grado, che viene ripristinata entro uno o due minuti dal sistema di riscaldamento; questo è un altro motivo per cui le reintegrazioni sono frequenti e di modesta entità, per evitare cadute di temperatura troppo elevate che richiederebbero un riscaldamento più lungo e conseguente inefficienza operativa.

L'ultima riga indica quale dei dieci programmi è stato selezionato e che tipo di trattamento si stia facendo. Vi sono 10 programmi in tutto, completamente personalizzabili. Io li ho programmati con diverse velocità di avanzamento della carta per poter sotto o sovrasviluppare a piacere.

Le operazioni sono controllabili anche grazie a dei segnali sonori, mediante i quali viene comunicata l'avvenuta presa del foglio, l'eventuale sollevamento dai sensori, il momento in cui può essere inserito il successivo, l'apertura del coperchio, ed altri vari segnali diagnostici e di fine ciclo di pulizia.