mercoledì 13 maggio 2015

Delicate sfumature.



Victor Hasselblad presentò la sua rivoluzionaria fotocamera nell'ottobre del 1948, presso l'Athetic Club di New York.





La macchina, denominata 1600F era un modello con otturatore a tendina sul piano focale ed obiettivi Kodak, più precisamente lo standard Ektar 80mm f/2.8, il teleobiettivo Ektar 135mm f/3.5 ed il grandangolare Ektar 55mm f/6.3.

Fin da subito il tempo di scatto di 1/1600" diede problemi per l'accuratezza non rispettata e difficoltà nella messa a punto in produzione, tanto che nel modello successivo, 1000F, che rimpiazzò la 1600F nel 1952, il tempo di scatto più breve fu portato a 1/1000".

La scelta di usare le pregiate ottiche americane derivò dal consolidato rapporto economico tra l'azienda Hasselblad e la Kodak, di cui essa era rappresentante esclusivo per la Svezia, quindi apparve naturale rivolgersi a Rochester anche perché la Germania nell'immediato dopoguerra non poteva ancora riprendere la produzione, e la Zeiss era stata smembrata e divisa dal muro di Berlino.
Tuttavia le ottiche Kodak erano costose perché in quegli anni il dollaro era molto quotato contro le divise europee, compresa la corona svedese.
Grazie all'apprendistato effettuato da Victor alla Zeiss 20 anni prima, si poterono successivamente dotare le fotocamere 1000F di obiettivi Zeiss, per la precisione ottiche Tessar 80mm f/2.8, Sonnar 135 mm f/3.5 e Distagon 60mm f/5.6, oltre un Sonnar 250mm f/4; più avanti fu aggiunto addirittura un Dallmeyer 508mm.

La 1600F e la 1000F erano di concezione diversa rispetto ai modelli odierni ed avevano alcune limitazioni che pregiudicavano l'ammodernamento futuro delle fotocamere.

C'è da dire infatti che l'otturatore a tendine scorrevoli sul piano focale poneva seri limiti nei tempi da usare con il flash, inoltre gli obiettivi erano realizzati per essere usati ad apertura effettiva, con conseguente rabbuiamento del mirino, e comportavano manovre che rallentavano l'utilizzo della fotocamera.
La macchina in effetti era stata concepita negli anni 40 ed apparve chiaro che per affrontare il futuro dovesse essere totalmente rimodernata.

Fu così quindi che arrivati al 1957, fu presentata la nuova 500C, anche questa volta a New York:



Fu un enorme successo, che consegnò questa fotocamera alla storia della fotografia, come tutti ben certo saprete.

Fin da subito la nomenclatura dei modelli fu impostata in modo razionale: il numero indicava il tempo di scatto più breve (1/1600" per la 1600F, 1/1000" per la 1000F, 1/500" per la 500C) mentre la lettera designava il tipo di otturatore: F per otturatore sul piano focale e C per quello centrale.
Nel 1965 fu introdotto il modello con motore elettrico 500EL, e successivamente furono applicati gli schermi di messa a fuoco sostituibili, così si rese necessario identificare tali modelli e la 500EL divenne 500EL/M, mentre la 500C divenne  500C/M e beneficiò anche di un miglioramento del sistema di ammortizzamento della corsa dei volet posteriori (otturatore ausiliario), mentre sparì invece la presa flash ad esso collegata posizionata sul fianco sinistro (che era stata prevista per l'uso sul soffietto in accoppiamento a microscopi oppure ad ottiche adattate).
Su qualche raro modello di transizione (come la mia) si hanno entrambe le cose: presa sincro sul volet e schermo sostituibile, con marcatura 500C, perché la sigla C/M fu decisa successivamente all'avvio della produzione dei modelli con schermo sostituibile.

Inizialmente la fotocamera fu dotata di un obiettivo standard Zeiss Planar 80 mm f/2.8, ma a differenza delle precedenti 1600F e 1000F, l'otturatore era stato disposto dentro l'obiettivo intercambiabile.

Tale otturatore, un Syncro-Compur 0-MXV CN 1210 022, raggiungeva il tempo minimo di 1/500" ed era sincronizzato su tutte le velocità sia con lampo elettronico, sia con lampade al magnesio (con gli ovvi limiti delle curve di combustione e senza la possibilità di regolare l'anticipo di accensione come nei modelli precedenti, essendo fissato in 15 millisecondi).

Esso era di concezione moderna: il diaframma restava sempre a tutta apertura chiudendosi al valore effettivo al momento dello scatto, inoltre era dotato di autoscatto e pulsante di effettiva chiusura del diaframma per la verifica della profondità di campo.
La stessa profondità di campo che poteva essere valutata sulla scala delle distanze tramite due indici meccanici mobili ed automaticamente collegati all'apertura del diaframma, con una costruzione complessa ma ben studiata.
L'autoscatto introdusse una notevole complicazione costruttiva, richiedendo due azionamenti separati per l'otturatore: uno per chiuderlo provvisoriamente all'inizio del conteggio, ed un'altro collegato alla molla principale per aprirlo e richiuderlo dopo il conteggio; non era infatti possibile usare la molla principale per effettuare la prima chiusura: ciò avrebbe scaricato la macchina richiedendo un secondo armamento e la perdita di un fotogramma, oltre ad una manovra insensata.
L'osservatore attento avrà notato che quando parte il conteggio dell'autoscatto l'otturatore si richiude con le 5 lame in una posizione leggermente più aperta da quella che hanno quando è chiuso dopo uno scatto normale. Ciò è dovuto alla diversa forza della molla che effettua la manovra di pre-chiusura.

Tale funzione nel 1982 fu allegramente eliminata nella nuova serie CF, proprio per la grande difficoltà produttiva che richiedeva un ulteriore treno ad orologeria, perdipiù molto complesso da regolare.

Inizialmente Victor avrebbe voluto avere sui Syncro-Compur il tempo di 1/1000", ma l'enorme complicazione costruttiva dell'otturatore richiesta, ed il rischio di non poter sincronizzare questa velocità con il lampo, gli fecero ,a malincuore, cambiare idea.

Il planar iniziale con barilotto in esecuzione cromata satinata aveva uno schema ottico a 6 lenti, tuttavia la produzione di questa versione fu rapidamente interrotta e venne sostituito da una versione a 7 lenti, di immutate caratteristiche ottiche. Sembra, ma non ci sono notizie certe in merito, che l'aggiornamento si rese necessario per migliorare la risolvenza a tutta apertura, giudicata inadeguata per il livello dell'ottica.
Tutte le ottiche prodotte a partire dal 1957 con barilotto cromato godevano di un trattamento antiriflesso a singolo strato, e soltanto nel 1973 fu introdotto il trattamento antiriflesso multistrato, denominato T* (trasparenz), e contemporaneamente la livrea del barilotto fu modificata in nero anodizzato (vi fu una breve serie di transizione di pochi esemplari con livrea cromata e trattamento T*, oggi molto ricercati tra i collezionisti).

Fin qui è storia.

Mi sono sempre chiesto quale potesse essere la resa degli obiettivi Zeiss cromati prodotti in quegli anni, perché ho sempre avuto soltanto obiettivi T*.

Non è mio costume fare richieste nei forum perché so bene che la maggior parte delle persone risponde con frasi copiate ed incollate chissà da dove. Tuttavia ho letto tante discussioni in merito, e molti ritengono queste ottiche "obsolete" ed inaccettabili per il basso contrasto e per l'intollerabile flare generato controluce.
Una sola persona definì le foto generate da questi obiettivi "delicate e sognanti".
E poiché quell'uomo l'ho conosciuto di persona e so che non è un cialtrone, mi è rimasta la grande curiosità verso questi obiettivi affascinanti.

Il caso vuole che recentemente sia entrato in possesso di uno di questi obiettivi cromati e, mannaggia a me, me ne sono innamorato perdutamente, ancor prima di poter vedere che razza di negativi potesse sfornare. Forse perché è così che lo ha immaginato e concepito il grande Victor Hasselblad, persona verso cui nutro una sincera ammirazione, e quando è montato sulla fotocamera, essa prende un altro aspetto, totalmente diverso da quando si montano obiettivi neri.
Penserete che sia pazzo, e forse è vero, ma questo Planar possiede un carattere delicato e fortissimo allo stesso tempo ed una capacità di leggere le ombre assolutamente stupefacente.  L'unico obbligo che impone è quello del paraluce. E non basta il paraluce normale, occorre il compendium.

Ora vi prego di osservare queste scansioni, poi potrete emettere un verdetto più sereno sulla mia salute mentale.




















L'obiettivo è giunto a me in condizioni catastrofiche, ed ha richiesto una revisione profonda ed accurata come mai non avevo avuto il coraggio di fare:




Ma ne è valsa la pena ed ora finalmente posso dire, a ragion veduta, che si tratta dell'ennesimo capolavoro del passato, figlio di uomini e di un tempo in cui nulla veniva tralasciato in nome della perfezione assoluta.

Ringrazio Massimiliano di Genova per avermi ceduto il suo planar cromato il cui anno di produzione ha per me un significato simbolico, ed averne accettato uno più recente, da me acquistato in sostituzione.


Aggiornamento del 18 maggio.


Ho provato anche una negativa colore, la Portra 400.




Ho usato il paraluce standard al posto del compendium, ed il flare è stato inevitabile.

Ma è sicuro che sia un errore?


E poi, ancora...





Aggiornamento del 24 maggio.



Torno ancora sull'argomento perché mi sembra incredibile che un obiettivo costruito oltre 50 anni or sono abbia una personalità tale da generare negativi assolutamente stupefacenti.
Più ci penso e più sono portato a credere che che le menti che hanno realizzato tutto questo fossero di un altro mondo; il paragone con ciò che viene prodotto oggi è così drammaticamente sproporzionato che sembra impossibile che soltanto in mezzo secolo l'umanità sia sprofondata nel fango fino al collo, e sia nello stesso tempo fortemente illusa di poter dominare ogni aspetto della propria vita con il clic di un microinterruttore a corsa corta.




L'ariosità dello scatto è tale che sembra di poter respirare l'aria salmastra.

Come al solito il mio banco di prova della risolvenza è la lanterna: qui in un netto controluce si può osservare la struttura della gabbia del faro, i ponteggi a metà della torre, lo scudo crociato della Superba.





E non è finita...












lunedì 27 aprile 2015

Le dieci regole d'oro dell'apprendista fotografo.

Diversi anni or sono scrissi questo scherzoso decalogo, che ripescato dai meandri del web, mentre lo credevo perduto, vi ripropongo oggi.

"Sulla base della mia esperienza, corroborata dalla lettura di libri che in alcuni casi sono vecchi di 40 anni, ma che confermano quanto sto per scrivere, ho tracciato i 10 passi fondamentali dell'apprendista fotografo moderno."


1.
Compra la fotocamera.
Senza nemmeno degnarsi di leggere il manuale e di fare ricerche, comincia ad riempire il forum di domande canoniche. Ad esempio:

- Come posso inserire la data nelle foto?
- Che differenza c'è tra adobe rgb e srgb?
- Perché è cambiata la numerazione delle mie foto?
- Perché vedo i colori diversi tra monitor e stampa?
- Che differenza tra 350D-50D-7D-1Ds??

e la domanda più gettonata:

- con cosa sostituisco il plasticotto?

Chi proviene dalla compatta ha una domanda speciale:

- quanti "per" ha il mio zoom?

Prima di arrivare al passo successivo viene colto da terribili incertezze sulla messa a fuoco dei suoi obiettivi. Inizia quindi la serie dei test delle pile, e per i più smaliziati il test della focus chart, del quale si digerisce a malincuore che sia stato redatto da un nikoniano.
Spesso in questa fase viene colto da una sindrome insidiosa: l'horror millimetrum che si manifesta col bisogno ossessivo di coprire tutti i buchi di focale.

2.
Scopre i grandangolari.
E naturalmente, affascinato da foto viste in giro dove nessun palazzo rimane a piombo, e dove le piazze sembrano quadri di De Chirico, compra uno zoom grandangolare, possibilmente un 10-20.
Il forum viene quindi intasato di prospettive distorte, persone con testa a siluro, panorami con soggetti annegati nello sfondo, ritratti dai lineamenti grotteschi.
Resosi conto che i panorami vengono malissimo, passa automaticamente alla tecnica HDR, e realizza foto dove il primo piano in ombra è più rischiarato della faccia degli intervistati a linea verde la domenica mattina.

3.
Scopre i teleobiettivi, naturalmente zoom.
Comincia la rassegna stampa di uccellacci&uccellini in tutte le salse, rigorosamente croppati e con piumaggio costantemente bruciato. Talvolta il crop è così spinto che le foto sembrano di plastica, ma tutti plaudono, specialmente i compagni di merenda.
Il passo successivo è ovviamente comprare il duplicatore, per poi accorgersi che l'autofocus non funziona più; immediatamente viene posta la domanda del trucchetto dello scotch.
Qualcuno invece rimane affascinato dai teleobiettivi catadiottrici, specialmente quelli di produzione attuale con menisco in plastica. Quando ci si rende conto che F/8 in combinazione con il tremore nel mirino è una tagliola tremenda e si tenta di rivenderli ci si rimane di stucco: bisogna regalarli.

4.
Si rende conto dell'incredibile utilità dei dati EXIF.
Quindi comincia a tormentare coloro che realizzano belle foto per chiedere i dati di scatto, prefigurandosi di impararli rigorosamente a memoria.
Gli utenti più smaliziati, avvezzi a creare sudditanza psicologica verso i loro lavori omettono sistematicamente di indicare i dati e non rispondono mai a richieste in tal senso.

5.
Scopre la desaturazione selettiva.
Comincia l'ondata degli elementi rigorosamente rossi annegati nel grigio uniforme.
Quasi contemporaneamente si scopre l'immenso mondo dei filtri e se ne comprano una quantità e varietà che sarebbero sufficienti per le successive sette generazioni.
Naturalmente è d'obbligo girare col filtro UV sempre montato, altrimenti la sabbia del deserto proveniente dalla Libia potrebbe creare gravi danni all'obiettivo.

6.
Inizia la fobia verso lo sporco nel mirino. I pelucchi assumono un'importanza tale da impedire letteralmente la visione della scena. Si narra di utenti impazziti, che abbiano cambiato corpi macchina come fossero mutande, alla ricerca della camera asettica della CIA dell'area 53.
Allo stesso tempo lo sporco sul sensore viene vissuto come il licenziamento dal posto di lavoro. Pare che alcuni utenti presi da attacchi di panico, abbiano usato cateteri ginecologici per aspirare lo sporco dal sensore; l'insuccesso dell'operazione li ha portati all'esaurimento nervoso.

7.
Si rende conto della cronica mancanza di nitidezza.
Comincia la serie delle maschere di contrasto -che-più-artificiali-non-si-può-; pare addirittura che qualche utente sia stato bannato per aver creato fantasmi che poi gli si sono ritorti contro peggio degli zombie.
Contestualmente si rende conto della poca saturazione delle foto, e si passa allora alla rassegna delle foto ipercolorate; le palette di photoshop girano vorticosamente ed i più furbi combinano le due tecniche ma naturalmente se le foto vengono male è colpa del monitor non calibrato.

8.
Si rende conto che l'esposizione è un terno al lotto.
Qui comincia la crisi mistica. Non riesce a rassegnarsi all'idea del -grigio-medio-18%- e non capisce perché la valutativa non valuti un fico secco e quale differenza vi sia tra grigio 12%, 18%, 50%.
Insieme all'esposizione si crolla sul bilanciamento del bianco. Comincia la tragica sequenza di giocatori di basket dalla pelle verde, ma è sempre colpa del monitor.
Se qualcuno gli fa osservare che sarebbe bene che leggesse qualche libro, risponde ironicamente che i libri non servono, e che è meglio farsi da sé stessi, provando e riprovando. Quindi le successive rassegne di foto differiscono solo per quantità di bruciatura e colore della dominante.

9.
Si rende conto che il mondo è pieno di ladri.
Comincia quindi ad appestare le foto con firme fantasiose ed appariscenti quasi sempre composte da due parole, di cui una è photographer e rigorosamente accompagnate da cornici o barre nere, come se si stesse vedendo un film cinemascope sul televisore da 12 pollici phonola.

Da qui in poi, il cammino si divide, in base alla consistenza del conto in banca, o delle carte di debito ricaricabili con rateo mensile bassissimo.

10a. (fotoamatore abbiente)
Comincia la scalata agli iperluminosi, ai supertele, agli ultracorpi, come nel film dei baccelli e del cagnetto.
Fa le stesse foto di prima, però gongola perché negli exif c'è scritto con cosa le ha fatte; ovviamente si premura di inserire nome e cognome nei dati exif tramite eos utility.
Gli utilizzatori di linux non ci riescono e si disperano peggio dei possessori di fotocamere Minolta negli anni 80.
Qualora per qualche misterioso motivo non si leggano i dati exif delle sue foto è colto da crisi febbrili, ed aggiunge i dati di scatto manualmente ad ogni sua foto, rimarcando con L rosse la qualifica dei suoi obiettivi, che finiscono tutti in firma, insieme agli zaini, schede di memoria, treppiedi, software, profumi e callifughi preferiti.
Ogni volta che si approssimano febbraio ed agosto, comincia il tormentone dei rumors. Si chiede come mai non sia stato ancora aggiornato il 100-400 con lo stabilizzatore nucleare.
Tutti tremano all'idea dell'adozione di lenti di plastica e cominciano a collezionare superteleobiettivi, sperando che in futuro l'investimento possa fruttare enormemente.

10p. (fotoamatore pezzente)
Scocca l'invidia nei confronti della categoria superiore.
Allora si lancia nelle recensioni di oggetti che non conosce, e nelle comparazioni tra mele, arance e patate.
Suggerisce ai novizi di comprare obiettivi che non conosce e non si può permettere, vantandone le qualità come se li tenesse sotto il cuscino tutte le notti; il più delle volte riporta pedissequamente i test di DPreview e di Photozone come fossero il vangelo secondo Matteo.
Sostiene che le sue foto sono identiche a quelle prodotte dalla categoria superiore, ed ha ragione da vendere.

Esiste infine una minoranza etnica atrocemente perseguita e disprezzata che, dopo aver percorso questo lungo cammino decide di ripudiare l'agnello d'oro e rifiuta di bruciare i libri del sapere.
Seguendo i consigli dei pochi sopravvissuti alla cancellazione elettronica della personalità, impara a ragionare, comincia a leggere e si rende conto di cosa è veramente la fotografia.

Qualcuno riesce a fare foto veramente emozionanti, condividendo la sua vita con pochi altri come lui; si scambiano di nascosto fotografie stampate su pezzi di carta, usano terminologie arcaiche parlando in codice e rifiutano di girare per la strada imbardati come muli e rigonfi come l'omino michelin.
Hanno finalmente capito che per fotografare un fiorellino non occorre portarsi dietro 25 chili di plastica e vetro.

Per loro l'apprendistato è terminato.


Oggi mi rendo conto che non solo il decalogo è perfettamente valido ed attuale, ma posso finalmente integrarlo con le regole aggiuntive del nuovo apprendista di fotografia (mai leggerete da parte mia l'aggettivo "analogica", la fotografia è solo una, il resto è onanismo informatico).

L'apprendista fotografo ha già ampiamente superato tutti i dieci comandamenti precedenti, quindi si considera a buon diritto superiore a tutti gli altri.

Arriva un punto della sua vita in cui si rende conto che ha sbagliato tutto, che le sue foto fanno schifo, che non ha mai saputo esporre e che prima di morire deve assolutamente raggiungere la consapevolezza della fotografia su pellicola. A tale scopo inizia un cammino irto di difficoltà insormontabili.

1.
Dopo aver capito che le pellicole esistono ancora (incredibilmente!) e che possono essere sviluppate in casa, inizia il balletto "quale pellicola usare" e tormenta la povera gente nei forum chiedendo se per fotografare un concerto di Giorgia può andare bene la HP5 tirata a settemila asa e sviluppata rigorosamente in rodinal.

2.
Non capisce una beneamata mazza di chimica per lo sviluppo, per lui sono tutti "acidi" e invece di comprarsi un buon manuale di camera oscura rompe le palle a mezzo mondo chiedendo cosa usare per la tale pellicola, quale tempo e quale temperatura.

3.
Comprende che l'esposizione è la cosa più difficile in fotografia e comincia a comprarsi una valanga di esposimetri, e siccome la maggior parte di essi usa pile non più in commercio, inizia lo spappolamento sulla PX675 al mercurio.
Ovviamente avere un esposimetro non insegna ad esporre, ma fa figo tirarlo fuori insieme ad una Kiev88 per stupire i digitaloidi.

4.
Mai contento delle risposte avute, pone la stessa domanda su almeno tre forum, senza nemmeno avere il garbo di modificare il testo. Un feroce copia&incolla ed il cafone è servito.

5.
Ovviamente di stampare le foto non se ne parla, quindi il successivo smarronamento è la ricerca dello scanner col migliore "rapporto qualità-prezzo". Ovviamente tale attrezzo non esiste, e la scansione è una chimera che offusca la visione ed annulla la comprensione dei propri negativi, ma guai a dirlo, si passa per antidemocratici.

6.
Perdurando i soliti pessimi risultati, inizia a comprare a più non posso anticaglie meccaniche, passando con disinvoltura dalla Lubitel alla Yashicamat, per poi approdare alla Rolleiflex o alla Hasselblad. Ad ogni cambio di corredo la domanda di rito è la stessa: "Ho comprato questa macchima, cosa ne dite, va bene?". Viene voglia ogni volta di elargire il buono per un vaffanculo gratis.

7.
I peggiori esemplari sono quelli che leggono le risposte sui forum più seri, quelli dove la cialtroneria è ostacolata, e riportano pari pari le risposte sui forum per babbei, dove si capisce immediatamente che non si tratta di farina del loro sacco, ma i gonzi, si sa, abboccano sempre.

8.
Poi ci sono i seguaci di Devchart.
Sono fermamente convinti che si possa consigliare un tempo di sviluppo ad una persona che ha usato una certa pellicola, esposta in non si sa  quale modo, seguendo una tabella scritta non si sa per quale scopo. E se glielo fai notare si incazzano pure! I più disonesti modificano leggermente i valori per depistare le indagini, ma basta un fiato per capire la loro cialtroneria.

9.
Ma gli individui più fanatici sono quelli che si reiscrivono ripetutamente dopo essere stati cacciati per palese cialtronaggine, magari dopo aver sostenuto di aver fatto splendide foto con la stenopeica mentre invece hanno ottenuto negativi schifosissimi poi rabberciati con photoshop.
C'è addirittura chi sosteneva di poter pesare i liquidi invece di misurarne il volume,  e che non potevano esserci differenze. Gli scienziati del passato che hanno perso la vita per trasmettere la conoscenza si rivoltano nella tomba.

10.
Alla fine, come nel decalogo precedente, c'è per fortuna chi studia in silenzio, ostacolando gli infiniti cialtroni che credono di occuparsi di fotografia.
Ad essi va tutto il mio plauso: si tratta di autentici eroi, che devono nuotare in un mare di liquami per trasmettere la loro passione ai pochi illuminati che rifiutano la dabbenaggine del progresso.


mercoledì 15 aprile 2015

Fiori di ciliegio.


Il processo dello sviluppo di pellicole in bianco e nero funziona regolarmente e senza intoppi nel 90% dei casi.
Ma in quel restante 10% può creare problemi di incredibile difficoltà perché spesso non si tratta di un solo problema, ma della sinergia di tanti fattori, che identificare ed isolare può diventare un vero e proprio rebus.

Negli ultimi mesi ho avuto delle inspiegabili macchie sulle pellicole bianco e nero, macchie che si presentavano come alterazioni della densità del negativo secondo bande verticali, e si verificavano soltanto sul formato 120 e principalmente nelle zone più dense, quindi nel cielo.
Occasionalmente inoltre trovavo delle tracce casuali filiformi, come se i negativi avessero contratto la scabbia.

Tanto per farvi capire di cosa sto parlando, vi mostro un negativo che assomma tutti i difetti, compreso anche un flare in controluce:




Inizialmente i problemi si sono verificati soltanto con la pellicola Ilford PanF+ 50, e non riuscendo a risolverli in nessun modo ho semplicemente eliminato questa pellicola dalle mie preferite, non con poco rammarico, ma in certi casi è meglio amputare l'arto malato piuttosto che morire di cancrena.

Nei mesi successivi tuttavia il problema si è allargato progressivamente a tutte le pellicole, indistintamente, e la cosa ha preso una piega tale che risultava doveroso indagare a fondo per comprendere la natura del problema, ed è stato tutt'altro che banale.

Inizialmente temevo che si potessero verificare riflessi interni nel box specchio della mia Hasselblad 500CM del 1973. In fin dei conti il rivestimento antiriflesso non è che una specie di "vellutino" e la cosa poteva avere un senso, visto che non esistono materiali in grado di mantenere inalterate le loro caratteristiche per decenni.

Ma una prova molto semplice ha tagliato alla radice questa ipotesi: mi è bastato scattare qualche rullo di diapositive. Nessuna macchia, nessun segno, nessun alone.




Tirato quindi un sospiro di sollievo per l'ipotizzata inadeguatezza del corredo hasselblad, mi sono dovuto dedicare attentamente all'analisi dei problemi.

Premetto che sviluppo con la Jobo da molti anni ormai, prima utilizzavo la CPE2 con le tank serie 1500, poi sono entrato in possesso della CPP2 ed ovviamente ho venduto la piccola, ma ho conservato le tank 1500, che permettono di sviluppare usando quantità ridotte di liquidi.

Purtroppo uno dei problemi principali era esattamente questo: l'impiego di tank di piccolo diametro.

Le spirali della serie 1500 infatti hanno una spaziatura ridotta tra spira e spira e questo, durante la rotazione, non consente una adeguata circolazione dello sviluppo sulla pellicola.
Utilizzando quindi le tank della serie 2500 che sono di diametro maggiore ed hanno una spaziatura più ampia, il problema è scomparso.

Tuttavia inizialmente questa ipotesi l'avevo fatta, ed avevo provato appunto le tank 2500, col risultato che il problema si era ridotto, ma non eliminato.

Inoltre ho anche provato ad usare la tank a mano, senza usare la jobo, col risultato che le chiazze, invece di essere verticali, erano casuali. Ciò ha isolato lo sviluppo in rotazione come primo elemento di disturbo.

Doveva esserci però un altro motivo, che sommato al precedente creava gli aloni.


Dopo una serie di consultazioni telefoniche con i massimi esperti del settore, Andrea Calabresi e Gianfranco Pompei della Bellini, siamo arrivati ad ipotizzare che l'acqua del rubinetto che uso per le preparazioni dovesse essere satura di qualche elemento nocivo allo sviluppo, che poi è risultato essere il ferro.
Ho provato quindi ad utilizzare l'acqua di un'altra zona, con un deciso miglioramento, e poi l'acqua demineralizzata con un ulteriore miglioramento. Ma ancora non era ottimale.
Ho usato quindi l'acqua distillata da farmacopea ufficiale (che poi è acqua distillata con permanganato di potassio in caldaia per ossidare le frazioni organiche, ed è detta "bidistillata").

Con l'uso della tank piccola il problema persisteva, ma con le tank maggiorate il problema è scomparso del tutto.

Era ovvio però che non potessi assolutamente continuare ad usare acqua distillata per lo sviluppo: l'indebolimento della gelatina, oltre a creare problemi di potenziale distacco, spappola la grana, che negli ingrandimenti spinti si vede.

Col senno del poi dovevo arrivarci prima: ho sempre trovato tracce di ruggine nei filtri dei rubinetti. Ma si sa, gli unici che nascono già imparati sono i fotografi digitali, loro si che sanno tutto.

Perciò, dopo ulteriori consultazioni telefoniche mi è stato fornito uno speciale additivo, che aggiunto allo sviluppo ha complessato il ferro nell'acqua, liberandomi finalmente da un incubo che mi perseguita da mesi, se non da anni.
Il motivo per cui le diapositive vengono perfette anche in tank piccola è che il trattamento E6 è fortemente tamponato perché è standard ed è previsto per l'uso nelle peggiori condizioni. Ma il bianco e nero....è arte per pochi.

Quanto alle tracce filiformi, anche qui non è stato facile capire che erano dovute all'asciugatura forzata in armadio essiccatore: l'evaporazione rapida dell'acqua concentra le gocce residue facendole diventare sempre più piccole e calde e durante il loro movimento casuale sulla superficie, disegnavano queste "piste" sul negativo.
L'asciugatura in armadio può essere condotta alla temperatura massima di 32°C e conviene avviarla solo dopo che la gelatina non è più bagnata, la fase iniziale della asciugatura deve essere naturale.

Per quanto riguarda il flare invece ho deciso di fare un investimento: ho preso un compendium per hasselblad, che sarà brutto ed ingombrante quanto si vuole, ma che permette di scattare controluce quasi impunemente, ad onta della vetustà dei miei adorati obiettivi C.

Finalmente quindi posso riprendere a fotografare i cieli, ed il primo scatto "pulito" ho deciso di dedicarlo alla fioritura dei ciliegi, proprio con la PanF 50 (non ho usato il flash di riempimento).













sabato 11 aprile 2015

La coerenza nel bianco e nero.

Una doverosa premessa: il giudizio di una foto in bianco e nero si può dare solo davanti ad una stampa, quindi le immagini che vedrete, che sono scansioni di negativi, vanno interpretate con cautela perché anche se cerco di farle assomigliare alle stampe, in realtà sono ben diverse, sopratutto nell'estensione tonale.

La coerenza tonale del bianco e nero è qualcosa di così difficile da spiegare che la si può apprendere solo dopo anni di esperienza in ripresa, sviluppo e stampa.
Oggi la maggior parte dei fotoamatori ritiene il bianco e nero come il ripiego della foto a colori malriuscita, spesso infatti mi tocca leggere frasi come "questa è la versione in bianco e nero".

Il bianco e nero non è una versione alternativa della foto a colori. E' una visione della realtà attraverso una distribuzione di toni grigi su carta bianca. La messa a punto della coerenza tonale richiede un impegno enorme, che può durare molto tempo.

Le immagini che siamo abituati a vedere oggi, in bianco e nero, fanno venire il vomito; essendo figlie del digitale e del suo puzzolente fiato corto, mancano di estensione tonale, e spesso, in omaggio al presunto lavoro di chissà chi, contrastate in modo barbaro, al punto da renderle grottesche.

La perdita della capacità di ragionare, dovuta alla semplificazione del lavoro da svolgere su una foto in bianco e nero, ha reso i fotoamatori tutti uguali. Scattano a caso, eventualmente ripetendo lo scatto sino a quando credono che possa andare bene; arrivano a casa e devono sopportare il tedio dello scaricamento delle foto sul pc (dove la maggior parte di esse poi muore) e del successivo rimaneggiamento in photoshop per cercare di restituire a quei poveri pixel la dignità che non hanno mai avuto (operazione che i più disonesti chiamano "sviluppo").
Poi, davanti alla triste realtà, non resta che spostare quei finti cursori un pò a casaccio, magari chiedendo aiuto nei soliti forum su quali impostazioni possano dare i migliori risultati.

Sembra la ricerca affannosa della pietra filosofale che impegnò gli alchimisti del medioevo.

La pubblicazione di questi obbrobri, magari deturpati dall'invadente "firma" che preserverebbe l'autore dal furto (ma quando mai rubano la spazzatura??) conclude la prima fase.

Successivamente, qualora l'immaginetta non riscuota il successo sperato, il fotoamatore più cafone arriva a frignare sui forum perché ha ricevuto tante visite e nessun commento.

Dignità=zero.

Il bianco e nero è un'arte visiva sublime, permette di arrivare ad una visione del mondo, degli oggetti e delle persone che può produrre forti emozioni in chi osserva.
Ma bisogna rieducare l'occhio, gettando via tutto il pattume che i produttori di ciarpame tecnologico ci hanno costretto a vedere facendo credere che sia il meglio. Non è vero. Non è il meglio, è il peggio.

La pellicola, sapientemente esposta, sviluppata e stampata, può generare fotografie che quando arrivano nelle nostre mani sortiscono l'effetto di un pugno nello stomaco e fanno capire di colpo quanto sia vuoto, nullo ed inconsistente tutto quello che abbiamo fatto e creduto sino a quel momento.
Salvo poi riprendersi dopo essersi resi conto che l'apprendimento della fotografia richiede un impegno enorme, uno studio continuato ed approfondito, e visto che la società attuale è pigra, inerte e viziata, rinunciare, magari disprezzandola come fece la volpe nella favoletta di Esopo.

Vi mostro qualche scansione, ottenuta anteponendo un leggero filtro giallo da mezzo stop, che riequilibra l'eccessiva sensibilità al blu delle pellicole (pur pancromatiche), restituendo una gamma tonale più delicata e coerente con la visione del mondo in bianco e nero, come piace a me.


Lo scafo dello yacht è nero e le murate sono bianche. Difficile renderle coerentemente.




Questo è un ingrandimento della lanterna sullo sfondo...onore all'S- Planar.






Passeggiata di Nervi a pasquetta....un delirio!



domenica 22 marzo 2015

Sulla bellezza dello sfocato.

Aggiornamento 8 aprile.

Torno sull'argomento con qualche scatto in bianco e nero.
Stessa attrezzatura usata in precedenza, S-Planar con flash di riempimento.












Aggiornamento 2 aprile.

In questo caso ho usato un piccolo flash manuale (NG16) per schiarire le ombre insieme all'S-Planar, regolato per avere uno schiarimento di uno stop inferiore alla luce naturale.
Nel caso delle canne l'ho sottoesposto tre stop per illuminare soltanto le giunte dei vari segmenti che ho voluto mettere in risalto nell'ombra del canneto.


 






Aggiornamento 31 marzo.

Un pò di colore finalmente, dopo un grigio inverno sembra essere arrivata la primavera.
Anche in questo caso ho usato l'S-Planar 120 con tubo di prolunga 21 e polarizzatore.












 Provia 100 in Bellini E6. Una gioia per gli occhi, peccato che la scansione la mortifichi.




Aggiornamento 29 marzo.

Ho deciso di usare questa pagina per mostrare cosa intendo per "bello sfuocato", giusto per compensare le troppe chiacchere vuote che il post ha suscitato.
Per gli amanti dei dati tecnici indicherò anche come ho ottenuto le foto, anche se ciò non serve a nulla, ma gratifica chi crede di poter replicare scatti altrui partendo dai dati.

Hasselblad S-Planar 120/5.6 su tubi prolunga 10+21 con filtro polarizzatore e paraluce.
Ilford FP4+ in Bellini Hydrophen 1+50 5' a 20°C.
Esposizione 13EV pari a 1/250, f/5.6


Da notare lo sfuocato generato ad un diaframma che certuni non si sognerebbero mai di usare, preferendo quegli inutili obiettivi superluminosi di cui amano tanto vantarsi, usati oltretutto a piena apertura. Intendiamoci, io sono il primo ad avere un armadio pieno di superluminosi, ma non me ne vanto, e li uso cum grano salis, non certo sempre e comunque a tutta apertura.

Il contrasto era piuttosto elevato, ma nonostante questo vi è ottima lettura delle ombre e le luci sono correttamente interpretate.