martedì 22 novembre 2011


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Il sistema Canon FD


Con questo articolo riporto alla luce un meraviglioso sistema fotografico che la Canon condannò all'estinzione nel 1987: il sistema FD.

Esso fu spazzato via dall'avvento del nuovo sistema EOS che tramite l'adozione di un nuovo innesto, un maggiore tiraggio  ed obiettivi controllati elettronicamente venne volutamente reso incompatibile col sistema precedente,  in modo da essere sviluppato senza vincoli di compatibilità con tecnologie del passato.

La documentazione attuale sul sistema FD è scarsa e frammentaria, ma nel corso degli ultimi anni ho raccolto una notevole mole di informazioni ed ora posso raccontare la storia di questo grande sistema, che fu il più completo e maturo fra tutti quelli prodotti dalla marca giapponese; esso vanta macchine, obiettivi ed accessori ancora oggi insuperati.

Non mancherò tuttavia di parlare brevemente anche dei sistemi precedenti:

  • Telemetro (innesto S, baionetta M)
  • Reflex Canonflex (innesto R)
  • Reflex F prodotte dal 1964 al 1970 (innesto FL)

Questo articolo sarà composto da tre importanti sezioni:

1) Una brevissima storia della Canon, con la rassegna delle macchine a telemetro prodotte dagli inizi sino al 1968; si tratta di una esposizione molto approssimativa, serve per darvi un'idea dei modelli principali.
Canon in quegli anni non aveva un archivio razionale dei modelli prodotti e la conseguente identificazione è molto difficile, complicata dal fatto che per diversi modelli prodotti in serie vennero realizzate varianti non documentate.
Il testo di riferimento in merito è l'ottimo libro di Peter Dechert del 1984 "Canon rangefinder camera book 1933-1968".
2) Una descrizione di tutti i modelli reflex prodotti a partire dalla Canonflex del 1959, passando per le due F-1 degli anni 70 ed 80 per arrivare sino alla T-90, ultima ammiraglia del sistema FD.
3) Una descrizione di tutti i sistemi flash a partire dalle lampade al magnesio sino all'A-TTL della T-90
4) Una descrizione dei migliori obiettivi FD prodotti alcuni dei quali restano per molti aspetti tutt’ora insuperati, con riferimento a quelli in mio possesso, messi a disposizione per le prove negli articoli, con esempi chiarificatori, nei limiti della riproduzione digitale. Non scriverò nulla a proposito di obiettivi che non abbia mai provato, le chiacchere con copia-incolla da wikipedia le lascio fare ad altri.
 
Le altre macchine della serie T, ultime ad essere prodotte nel sistema FD prima dell’avvento del sistema EOS, verranno trattate sommariamente.
Questo perché esse riflettono l'avvento dell'orrendo design spigoloso degli anni 80, ma anticiparono anche l'impostazione produttiva odierna, basata sull'uso massiccio dell'elettronica e della plastica.

Oggi le macchine della serie T di categoria inferiore (T50-T60-T70-T80) si trovano sul mercato per poche decine di euro quando per una nuova F-1 in ottime condizioni non ne bastano 400, senza contare che la T90 è una macchina che (purtroppo) col passare del tempo ha dimostrato scarsa affidabilità.

Farò inoltre una descrizione particolarmente accurata delle due vere ammiraglie della serie F (F-1old ed F-1new), di cui ho diversi esemplari, e del relativo panorama accessori della mia collezione personale.
Tale descrizione sarà basata su documentazione storica in mio possesso, sulle mie esperienze personali di utilizzo; sarà integrata con fotografie di repertorio, ma anche con foto fatte da me, per illustrare caratteristiche che normalmente restano ignote ai più.
Utilizzerò informazioni tratte da rari cataloghi e brochure dell’epoca e tutto ciò che sono riuscito a raccogliere negli ultimi anni.

Comprenderete quindi che si tratta di un lavoro piuttosto corposo: oltre alle mie esperienze personali in merito, le altre fonti di informazione sono un libro di Bruno Palazzi del 1986 “Il libro Canon” edito da Cesco Ciapanna ormai fuori catalogo, ed il famoso sito “Photography in malaysia" attualmente ultimo punto di riferimento (in lingua inglese) per il sistema FD anche se purtroppo non più aggiornato da molti anni, infine, il sito Canon Camera Museum che molti di voi già conoscono.
Altre preziose fonti di notizie sono articoli su riviste degli anni 70 ed 80 e due preziosi libri editi in tiratura limitata da Canon nel 1972 e nel 1982 relativi alle due F-1, oltre la brochure relativa al sottosistema macro.

Nella parte sugli obiettivi segnalerò di volta in volta gli articoli tecnici molto apprezzati dell'amico Marco Cavina.

Questo è l'elenco di tutti i modelli prodotti da Canon oggetto di questa rassegna:



Ciò che mi piace credere interessante di questo lavoro, non è tanto la sua originalità: in fin dei conti il materiale che ho raccolto è di pubblico dominio (anche se molti dettagli oggi sono sconosciuti); semplicemente ho deciso di riunire le informazioni, molte delle quali in inglese, per renderle disponibili a tutti, tradotte in italiano in modo da creare un punto di riferimento per gli appassionati delle vecchie fotocamere Canon, che vivono ancora nei nostri cuori e sono tuttora capaci di regalarci grandi emozioni.

Ringrazio sin d'ora:

  • L'amico Marco Cavina per il costante aiuto e la preziosa consulenza.
  • Il professor Vicent Cabo per avermi permesso la pubblicazione dei suoi inediti schemi ottici.
  • Chris Rollinger, fondatore del sito CanonFD.com, per avermi inviato tutto il materiale in esso contenuto dopo la chiusura.
  • Ryuichi Watanabe, titolare del miglior negozio di fotocamere analogiche italiano, New Old Camera a Milano per la collaborazione e la simpatia travolgente.

Chiunque desiderasse informazioni supplementari o manualistica FD può contattarmi privatamente, sarò lieto di mettermi a disposizione.



1. Una breve storia della Canon.
Prime telemetro con l'innesto S (Leica M39)

 


La storia della Canon inizia nel 1933, quando il Dott. Takeshi Mitarai, primario ginecologo giapponese, fondò la Seiki Kogaku a Tokyo, un laboratorio ottico di precisione.

In questo laboratorio si trovò a lavorare Goro Yoshida, appassionato fin da giovane di fotocamere ed abile meccanico.

A quel tempo il riferimento era la meccanica di precisione tedesca che negli anni 30 aveva messo sul mercato con Leica e Contax le migliori fotocamere 35mm con otturatore sul piano focale.

Yoshida quindi, smontando tali macchine si ripropose di costruirne un esemplare simile, così nacque la prima fotocamera costruita in giappone, venne denominata Kwanon, in omaggio alla Dea della fertilità giapponese.
Tenete presente che all'epoca il Giappone vigeva una forte politica di autarchia, quindi i suoi rapporti commerciali con il resto del mondo erano molto limitati.

Questo è il marchio che fu allora adottato, in una rara inserzione pubblicitaria dell'epoca:




Tale fotocamera, di cui vedete qui una fotografia:



era chiaramente ispirata alla Leica ed era dotata di mirino a traguardo, telemetro separato, ottica intercambiabile, ed otturatore a tendina con tempi di posa da 1/500 ad 1/30, compresa la posa B.
L'ottica in dotazione era un obiettivo Kasyapa 50mm F/3.5.

Successivamente il nome fu cambiato da Kwanon in Canon, che significa "ordine e precisione", concetto che in un periodo come quello che precedeva la seconda guerra mondiale, suonava un po' come una dichiarazione programmatica militarista.

Questo prototipo venne in seguito modificato per la produzione in serie con il marchio Hansa Canon sino al 1938.

Nel 1935 fu introdotta sul mercato la "Original" ancora più somigliante alla Leica:



essa rispetto alla kwanon montava un mirino galileiano rovesciato mentre l'obiettivo montato era prodotto dalla Nippon Kogaku K.K. alias Nikon (con buona pace dei puristi), di cui potete vedere un altro esemplare in questa foto:


Obiettivi Nikon furono montati sulla Canon S (senior) del 1937 (un 50mm F/3.5, un F/2.8 del 1939, ed un F/2 nel 1940), tuttavia già nel 1939 il modello Canon J (junior) montò un obiettivo destinato a diventare leggendario, il Serenar 50mm F/3.5:


 


Ecco due splendidi esemplari di Canon S con obiettivo Nikkor (identificazione a pag. 47 del testo di Peter Dechert):

Foto per cortesia di Ryuichi Watanabe



L'avvento della seconda guerra mondiale provocò l'arresto della produzione a scopo civile, che riprese a pieno ritmo solo nel 1946, con la Canon S-II che incorporava già nel mirino il telemetro accoppiato alla messa a fuoco dell'obiettivo, che potete vedere qui sotto:


Nel 1947 venne venduto il primo obiettivo Serenar 135 F/4, altro pezzo leggendario della produzione Canon, di cui qui vedete un rarissimo esemplare prodotto con baionetta Exakta, verso la quale canon ebbe sempre un'occhio di riguardo:


Con il modello II-B il mirino divenne multifocale (50, 100, 135mm) e ad esso seguì nel 1950 il modello II-C che aveva una diversa selezione dei tempi.

La qualità di queste fotocamere era così elevata che Canon le garantiva per 5 anni.

Qui potete osservare qualche foto di un raro modello IIF che illustra la complessità costruttiva, il sistema di caricamento della pellicola con distacco del fondello, ed un obiettivo innesto S (M39) Canon 50mm F/2.8 I, adattato sulla fotocamera successivamente, in quanto prodotto nel 1955:






Nel 1951 il modello III fu dotato del tempo 1/1000 e con il modello IV si aggiunse la sincronizzazione per i lampeggiatori; quest'ultimo modello fu il primo ad essere importato in Italia:



Nel 1953 venne abbandonato il nome Serenar, e gli obiettivi furono denominati semplicemente "Canon"; il vero salto in avanti fu compiuto però nel 1956 con la presentazione del modello V-T:


Tale modello infatti abbandonava il tradizionale metodo di carica della pellicola tramite distacco del fondello ed inserimento dei rulli, estremamente scomodo, a favore di quello attualmente usato, con sportello incernierato; la V-T aveva un mirino a tre focali più una posizione per l'ingrandimento, per agevolare la messa a fuoco, ed aveva autoscatto incorporato. Inoltre era equipaggiabile con un luminosissimo 50mm F/1.2 con vetri alle terre rare. Infine incorporava sul fondello la leva di carica per la pellicola (in luogo delle scomode manopole zigrinate) ed aveva la correzione automatica dell'errore di parallasse.

Nel 1957 apparve il modello L-1 con leva di avanzamento rapido, e poi la V-TD con otturatore a tendina metallica. Nel 1958 fu prodotta la V-TD con bottone dei tempi singolo e non rotante e con azzeramento automatico del contapose all'apertura del dorso.

Il sistema di caricamento rapido (rapid winder) venne proposto come accessorio per le fotocamere compatibili che non ne erano originariamente dotate:



Sempre del 1958 è il modello VI-T, sul quale apparve per la prima volta la ghiera dei tempi con valori distanziati di uno stop (1000-500-250 ecc.), con mirino dotato di cornicette per le focali 50mm e 100mm e correzione automatica del parallasse.
Per le focali da 35 a 50mm occorreva un mirino supplementare.
Eccola in rara esecuzione laccata nera:




Nel 1959 apparve il modello P (popular) che vantava un incredibile mirino con rapporto di visione 1:1 :





Qui raffigurata con l'esposimetro opzionale:


A proposito della Canon P, una foto dell'epoca che mostra le operaie mentre inscatolano le macchine pronte per la vendita:




Canon 7
Una delle migliori telemetro degli anni '60.
 

 

Nel settembre 1961, mentre venivo al mondo, il modello 7 (prodotto in 137250 esemplari dal '61 al '65) segnò l'apice produttivo per le fotocamere telemetro e venne equipaggiato con il leggendario e mai più eguagliato obiettivo 50mm F/0.95, che era dotato di un innesto a baionetta denominato M, esterno alla filettatura M39:










Nel 1965 infine fu introdotta sul mercato una versione aggiornata denominata Canon 7S (prodotta in circa 16000 esemplari dal '65 al '67):




Con un nuovo esposimetro molto più compatto al solfuro di cadmio, in luogo del precedente al selenio (afflitto da effetto memoria ed esaurimento della cellula).

La 7s era tecnicamente superiore alle Leica del tempo in quanto aveva:

  • Correzione automatica dell'errore parallasse in base alla focale, e segnalino nel mirino indicante la focale selezionata.
  • Semplicità operativa decisamente maggiore, grazie a comandi più ergonomici.
  • Il miglior e più luminoso mirino del tempo, che permetteva di focheggiare tenendo aperti entrambi gli occhi.
  • Esposimetro CdS con due gamme di funzionamento (alte e basse luci) e sensibilità da 2 ad 11EV.
  • Otturatore con tendine in acciaio.
  • Caricamento pellicola tramite dorso incernierato e non per distacco del fondello.
  • Presa sincro in posizione agevole e slitta accessori sulla calotta.
  • Possibilità di realizzare doppie esposizioni in modo facile.
  • Finiture di alto livello.

Nell'ultimo anno di produzione venne realizzata la versione finale, denominata "tipo 2" ("7sz" secondo Peter Dechert), prodotta in circa 4000 esemplari dal '67 al '68):




che venne dotata sia di un manettino di riavvolgimento più largo, sia di una diversa disposizione della vite per la regolazione verticale del telemetro, come si può vedere in questa foto:



Sulle due macchine 7 e 7s fu prevista la possibilità di montare teleobiettivi potenti, da montare tramite una cassetta reflex; questa cassetta, denominata Canon Mirror box 2, del tutto simile a quelle prodotte dalla Leica si innestava sul bocchettone tramite la baionetta esterna M e su di essa vi era un bocchettone FL che permetteva il montaggio dei teleobiettivi appositamente prodotti con tale innesto..




Questo è il panorama della produzione di alto livello delle telemetro Canon:


La Canon 7s / 7sz fu l'ultima telemetro di fascia alta prodotta; col 1968 infatti cessò la produzione, ma negli anni successivi, contemporaneamente alla produzione di reflex, venne mantenuta una produzione di telemetro economiche ad obiettivo fisso, le Canonet.


Prima di chiudere la trattazione delle telemetro vi racconto una curiosità interessante.

Pare che Canon sia stata la prima casa a depositare un brevetto per la misurazione fotometrica TTL.

Questo è il brevetto del 1958 depositato da Takeshi Goshima per conto di Canon:




Questo brevetto fu quindi depositato ben 13 anni prima dell'equivalente Leica ed almeno due anni prima dello spotmatic della Pentax.

Per quale motivo fu abbandonato?

Probabilmente in quegli anni le cellule al selenio non furono giudicate affidabili (il solfuro di cadmio arrivo' dopo il 1961). La misurazione TTL la troviamo a partire dal 1964 in poi, sulle prime reflex F (il sistema usato sulla 7 e sulla 7S non è TTL, è un esposimetro accoppiato ai tempi di scatto che misura tramite una cellula esterna).

Resta il fatto che, come poi avvenuto altre volte, Canon abbandonò un segmento produttivo dopo averlo perfezionato ai massimi livelli; se la produzione delle telemetro fosse continuata probabilmente oggi avremmo apparecchi stupendi capaci di prestazioni elevate. Ma il tempo delle reflex era giunto, e si doveva andare avanti.




2. Nascita delle reflex Canon.
Sistema R





Canon iniziò la produzione di reflex nel 1959, con il modello Canonflex, che potete vedere in questa foto:


La Canonflex era una macchina decisamente avanzata per quel tempo: era dotata di pentaprisma intercambiabile con altri accessori, aveva uno schermo di messa a fuoco con stigmometro ed introduceva per la prima volta un attacco a baionetta (fino ad allora erano stati usati attacchi a vite M39 leica).

Tale innesto, denominato R era caratterizzato da un collare di serraggio (denominato breachlock, o brecklock) che permetteva il recupero dei giochi meccanici, cosa che nei tempi moderni è assolutamente impensabile. Tale baionetta, del tutto identica alle successive FL ed FD, era caratterizzata da un meccanismo particolare: il ritorno dello specchio in posizione di riposo comandava la riapertura del diaframma, come potete vedere in questo disegno tratto da un raro opuscolo dell'epoca:




Esso fu progenitore dei successivi innesti FL ed FD i quali ne ereditarono la geometria della baionetta, introducendo nuove caratteristiche.

Tornando alla Canonflex, essa era dotata di otturatore a tendina in tela gommata, con tempi sino a 1/1000 e posa B e T.

La macchina non era provvista di serie di esposimetro interno, ma era munita di una slitta sulla calotta, accanto all'obiettivo, per poter innestare un esposimetro esterno, dotato di diffusore opalino rimovibile per lettura incidente, che potete vedere montato in queste foto:




Osservate l'accoppiamento con la ghiera dei tempi tramite cascata di ingranaggi.

Il caricamento della pellicola era effettuato tramite una leva ad azionamento rapido posizionata sul fondello, come di consuetudine in quegli anni:




La canonflex era già dotata di un sistema di accessori completo e di alto livello, che per quei tempi era davvero inusuale.

Osservate in questa foto il curioso innesto a baionetta per il contatto del flash, già utilizzato sulle telemetro:



Su di esso potevano venire innestati flash con lampadine a combustione quali il modello V:


Ma anche flash a slitta, utilizzando un accessorio denominato flash coupler:




Ed ecco una rara foto del visore a pozzetto verticale waist level finder che anticipava di 10 anni gli accessori che avremmo poi trovato sulle macchine di fascia superiore della serie F:



 Altrettanto rari ed introvabili gli obiettivi Canonmatic sui quali, nei lunghi fuochi era necessario un soffietto di messa a fuoco interposto tra l'obiettivo e la fotocamera:



Oppure l'introvabile soffietto bellows per macrofotografia:




Insomma, era stato pensato un vero e proprio sistema fotografico, cosa che per quei tempi era appannaggio di pochi produttori.

Nel 1960 fu introdotta la R2000, con tempo di scatto appunto di 1/2000":





Sempre nello stesso anno fu anche introdotta una versione più economica, la RP, con pentaprisma fisso:



Tuttavia nel 1962 cominciò un'inversione di tendenza, che portò sul mercato modelli più economici alcuni dei quali, molto discussi, si rivelarono di scarso successo commerciale.

Fu infatti messa in commercio una ulteriore versione delle canonflex, la RM, ancora più economica e semplificata della RP, anche se dotata di esposimetro accoppiato ai tempi di scatto.

Fu l'ultimo modello Canonflex prodotto:




Questo provocò delusione nei professionisti che avevano acclamato la Canonflex come una macchina veramente interessante; stranamente canon continuava a spingere sulle telemetro: la 7S un vero capolavoro, era dotata di ottiche di grande prestigio che sulla linea R erano assolutamente mancanti, sembrava quindi che ci fosse, in piena controtendenza rispetto ad altri marchi, l'idea di spingere sulle telemetro sfavorendo le reflex, che pur erano partite con il progetto molto valido della Canonflex.

I modelli successivi di reflex inaugurarono la nuova serie F e furono la FX e la FP a cui seguirono la Pellix e la FT-QL.



Nascita del sistema FL.
Canon FX








La prima Canon della serie F fu la FX, e nacque nel 1964.

La FX era dotata di pentaprisma fisso, slitta porta-accessori e leva di carica superiore, dotata anche di esposimetro con fotoresistenza CdS (al solfuro di cadmio).

L'otturatore a tendina gommata permetteva tempi di 1/1000, posa B, tempo sincroX di 1/50" ed accoppiamento all'esposimetro, che era di tipo esterno (non TTL) sistemato dietro una finestrella sulla calotta superiore.

La FX era dotata di autoscatto, azionabile con una leva posta a lato dell'obiettivo; un'altra levetta sul lato opposto consentiva di alzare lo specchio in modo da montare l'obiettivo grandangolare da 19mm f/3.5 nato originariamente per le telemetro ed incompatibile col sollevamento dello specchio, per cui andava usato con un mirino ausiliario. Oggi questo obiettivo è piuttosto raro, e molto quotato fra i collezionisti, di cui potete vedere un esemplare qui:



Questa invece la versione successiva, riprogettato per l'uso su tutte le fotocamere eliminando la sporgenza del gruppo ottico posteriore:




Il dorso incernierato si apriva tramite una levetta a chiavistello posta sul fondello.

Con questa macchina nacque ufficialmente il sistema di obiettivi FL, che per la prima volta era ragionevolmente ampio rispetto alle serie precedenti di reflex, fornendo anche ottiche di pregio e colmando la lacuna nel settore grandangolare.

Con il nuovo innesto fu mantenuta la geometria del sistema R, ma cambiato il sistema di riapertura del diaframma dopo lo scatto:  fu comandato da una molla posta dentro l'obiettivo invece che dal ritorno dello specchio come sulla Canonflex. Questo fece sì che obiettivi R (Super Canonmatic) potessero essere montati su baionetta FL (ed anche FD) ma dovevano essere usati in stop-down, in quanto il diaframma non poteva più riaprirsi automaticamente dopo lo scatto.  Questa modifica si rese necessaria sia per semplificare la costruzione, ma sopratutto perché avrebbe permesso in futuro lo sviluppo di automatismi di scatto come la priorità di diaframmi oppure la raffica motorizzata.



Canon FP






La Canon FP, immessa sul mercato pochi mesi dopo la FX, di cui era una versione semplificata, non era dotata di esposimetro.

Era infatti previsto un esposimetro esterno, da montare sulla slitta accessori; tale strumentino non ebbe gran successo perché costava caro ed i tempi erano cambiati visto che altre marche proponevano già fotocamere dotate di esposimetro TTL, ossia con lettura attraverso l'obiettivo, che è il concetto usato tuttora:



 Ed ecco tale esposimetro in una rara illustrazione:





lo stesso esposimetro sulla pubblicità di una rivista italiana, dove tra l'altro si legge che la FP costava 120.000 lire.




Canon Pellix e Pellix QL




Canon Pellix


Canon Pellix QL




Questa macchina aveva una particolarità: lo specchio non era ribaltabile come in tutte le reflex, ma fisso e semitrasparente, costituito da una pellicola dello spessore di 2/100 di mm, molto delicata, da cui derivò il nome della fotocamera.

Tale pellicola purtroppo sottraeva una parte di luce utile ai fini dello scatto (circa 1/3 stop) con un ulteriore problema dovuto alla non perfetta industrializzazione di questo componente: la fluttuazione dell'assorbimento da modello a modello.
Inoltre la pellicola era soggetta a graffi e danneggiamenti, e lo sporco depositato su di essa finiva immortalato nel fotogramma, infine l'immagine più scura nel mirino (non di molto a dire il vero, specie confronto ad oggi) e l'esposizione afflitta dalla sottrazione di luce da parte della pellicola resero il modello un insuccesso commerciale.

Le intenzioni tuttavia erano meritorie: la Pellix era dotata di tendine in titanio (per la prima volta in casa Canon), esposimetro ribaltabile TTL semispot circa 10% situato tra la pellicola e l'otturatore.
Una macchina decisamente più moderna delle precedenti.

Purtroppo però l'industrializzazione di questo modello fu compiuta in modo infelice: Canon aveva intrapreso una strada interessante, ma la messa in pratica fu troppo approssimativa.

La misura dell'esposizione infine non era automatica come siamo abituati ad averla oggi, infatti occorreva puntare sul soggetto mantenendo premuta la leva dell'autoscatto che provocava contemporaneamente la risalita della fotocellula alloggiata sulla base del box specchio e la chiusura del diaframma al valore impostato, quindi manovrare il diaframma (o la ghiera dei tempi) per fare collimare l'indice presente nel mirino collegato all'esposimetro con un riferimento fisso a forma di cerchietto; il secondo indice mobile collegato al diaframma fu introdotto succesivamente, sul sistema FD, mentre sul sistema FL il diaframma non era accoppiato all'esposimetro.

Questa manovra oggi sarebbe giudicata scomoda, ma in realtà è rapida perché la leva di azionamento è collocata in posizione ergonomica; l'unico neo è il rabbuiamento del mirino, ma è cosa da poco, visto che l'operazione è volta esclusivamente alla misura esposimetrica.

Altra caratteristica interessante era l'otturatore dell'oculare collegato alla ghiera sinistra (usata sia per accendere l'esposimetro che per controllare la carica della batteria), introdotta non per evitare di disturbare l'esposimetro, ma per evitare che la luce proveniente dal mirino potesse creare flare sulla pellicola riflettente, rovinando lo scatto.

Insomma, considerando l'anno di nascita possiamo dire che si trattase di una macchina tecnicamente all'avanguardia.

Naturalmente il diaframma funzionava in preselezione, ossia rimaneva a tutta apertura per le operazioni di messa a fuoco e composizione, chiudendosi al valore impostato al momento dello scatto, prerogativa del sistema FL introdotto nel 1964 con la serie F.

Nel 1966 fu introdotto il modello Pellix QL dotato per la prima volta di un interessante sistema rapido di caricamento della pellicola (Quick Loading) che potete vedere illustrato qui:


Tale sistema, ingegnoso, ma complesso nella realizzazione, permetteva di caricare la pellicola semplicemente appoggiando il lembo dell'esca su un riferimento e chiudendo il coperchio in quanto l'automatismo composto da un rocchetto con tamponi gommati avrebbe automaticamente avvolto l'esca.
Inoltre la Pellix QL aveva la leva per l'azionamento dell'esposimetro bloccabile in sede ed una sensibilità estesa rispetto al modello precedente.

Era inoltre possibile montare un esposimetro supplementare, denominato "Canon Booster":




ideato per estendere la sensibilità di accoppiamento con tempi più lenti di un secondo.

Esso leggeva la luce tramite la fotocellula della Pellix, mediante un connettore bipolare, e fu dotato pure di scala retroilluminata, per eseguire letture al buio.

Tale esposimetro fu concepito inizialmente per il modello QL (non può essere applicato alla pellix) e successivamente esteso alle FT-QL ed FTb-QL.

Garantiva la possibilità di accoppiare l'esposimetro per tempi lenti, a seconda della fotocamera usata:

Modello FT-QL: da 1/60" sino a 30"
Modelli FTb-QL e Pellix QL: da 1/30" sino a 60"

con possibilità di selezione di pellicole da 12 ASA sino a 12800 ASA.

Funzionava tramite due pile PX675 con circuito a ponte (lavora quindi anche con le odierne pile da 1,5V) ed una terza pila, rimossa dalla fotocamera per connettere il cavo di lettura per la fotocellula, trovava alloggiamento sopra il vano pile alimentazione (nella sede del connettore, usando il tappo pila della fotocamera) e permetteva la retroilluminazione della scala tramite un pulsante rosso frontale.

Esso fu l'antesignano del ben più sofisticato Booster T finder montato in seguito sulla prima F-1.

Qui potete vedere una rara pubblicità italiana della pellix:



Esclusivamente per la Pellix fu presentato nel 1964 un particolare obiettivo FL: il primo obiettivo 38mm F/2.8 FL-P panfocus :




Tale obiettivo, soprannominato "pancake" era caratterizzato da un profilo basso, che rendeva la fotocamera molto compatta.
Purtroppo a causa della sporgenza del gruppo posteriore non può essere utilizzato su nessuna altra macchina FL o FD.

Una considerazione personale: posseggo una pellix del 65, equipaggiata proprio con il panfocus 38/2.8 ed è una macchina leggera, facile da usare, silenziosa allo scatto e sopratutto discreta.
Probabilmente all'epoca non fu capita anche perché la concorrenza vendeva già macchine con esposimetro accoppiato ai diaframmi oltre che funzionante a tutta apertura; a mio avviso si tratta di una macchina molto interessante, sia da usare, sia da collezionare.


C'è da dire che purtroppo su tutte le macchine FL il pentaprisma venne fissato in posizione tramite staffe su cui venne interposta una gommapiuma espansa, la stessa usata per il battispecchio e le guarnizioni del vano pellicola. Tale materiale disgregandosi col passare degli anni aggredisce la pitturazione protettiva del pentaprisma, facendo comparire due antiestetiche macchie nel mirino. Solo con l'avvento del sistema FD il pentaprisma venne rifasciato con una pellicola il polietilene ad alta densità, cosa che risolse definitivamente il problema.

Oggi quindi è praticamente impossibile trovare una macchina FL priva di questo difetto.

La produzione della Pellix tuttavia non durò a lungo, i tempi erano maturi per il primo, vero cavallo di battaglia della Canon, la FT-QL.


Canon FT-QL





Questa macchina, lanciata nel 1966, era caratterizzata dall'essere pratica e razionale, di facile impugnatura, con i comandi disposti in modo intuitivo.

Per la prima volta l'esposimetro catturava luce attraverso la lente condensatrice, come si puo' vedere in questo schema:



Tale sistema sarà poi adottato sulle ammiraglie della futura serie F.

Anche per questa macchina era possibile utilizzare il booster per incrementare il campo di accoppiamento dell'esposimetro, che doveva essere usato sempre tramite il consueto sistema della leva dell'autoscatto.

Il sistema di caricamento rapido QL fu adottato anche sulla FT.



Canon TL



Introdotta nel 1968 era una versione semplificata della FT QL.

Come tale disponeva di tempi di scatto limitati ad 1/500", era priva di autoscatto, ma dotata di sistema di carica quick loading, che sembra sia stato introdotto solo sugli ultimi modelli prodotti.

L'esposimetro CdS funzionava solo in stop-down come sulla FTQL con un campo rilevato del 12%.

Osservate come già nel 1968 l'offerta Canon per telemetro e reflex si configurasse come un vero e proprio sistema:






Canon EX-EE





La EX EE, introdotta nel 1969, fu una macchina che segnò un importante punto di svolta, l'introduzione per la prima volta di due automatismi:

1) Determinazione automatica dell'esposizione
2) Introduzione della modalità a priorità di tempi.

Tuttavia aveva una caratteristica molto limitante: l'obiettivo in dotazione da 50mm F/1.8 era fisso, non intercambiabile come sulle precedenti reflex, ma era possibile svitarne la parte anteriore e sostituirla con tre aggiuntivi ottici acquistabili a parte, che portavano la focale a 35mm, 95mm, 125mm, di qualità non eccelsa, ma di buone prestazioni, con diaframma fisso nella fotocamera, che di fatto limitava non poco la distanza minima di messa a fuoco, che si attestava a 26cm per il 35mm ma 2,1m per il 125mm (quando normalmente un 135 ha una distanza minima di circa 1.3m).

Questa scelta fu fatta evidentemente per contenere il costo dell'intero corredo, cosa però che precludeva l'utilizzo di soffietti bellows, tubi di prolunga ed obiettivi specialistici.

Inoltre il diaframma incorporato nella fotocamera semplificava non poco i collegamenti con l'obiettivo, contenendo i costi.

Ecco un raro kit completo:


Qui illustrato in un opuscolo che mostra la configurazione prevista per la fotocamera:


Commercialmente la EX EE fu un discreto successo, sia per la forza del marchio, sia per il fatto che centrò l'esigenza di un pubblico non troppo sofisticato, desideroso di avere una fotocamera versatile, semplice da usare e non troppo costosa.

Il mirino della EX EE era abbastanza semplificato:

ed era munito di galvanometro che indicava il diaframma selezionato dall'automatismo a priorità di tempi (che era l'unica modalità operativa della fotocamera). Il sistema di collimazione era basato sul classico cerchio di microprismi.

L'obiettivo era sprovvisto di ghiera per selezionare l'apertura del diaframma, che poteva essere tuttavia effettuata manualmente tramite un bottone coassiale alla ghiera di regolazione dei tempi.

L'otturatore arrivava fino ad 1/500" compresa la posa B ed il tempo sincroX di 1/60".



Canon EX Auto





Questa fotocamera, evoluzione della precedente, fu messa in commercio nel 1973, quindi prima di essa uscirono la F-1 e la FTb, ma ne parlo ora per continuità logica con il modello precedente.

Nella EX EE Auto fu introdotto in aggiunta agli automatismi del modello precedente per la prima volta il sistema CAT (Canon Auto Tuning) per l'uso del flash in completo automatismo.

Prima di allora l'uso del flash poteva essere fatto solo tramite calcoli basati sul numero guida, oppure usando regoli incorporati sui dorsi dei flash, sui quali bisognava riportare i valori impostati sulla fotocamera.

Il sistema CAT automatizzava completamente l'uso del flash, introducendo sul mercato la base dei futuri sistemi ATTL ed ETTL.

In pratica il flash colloquiava con la fotocamera, e permetteva quindi di lavorare senza dover compiere calcoli.

Ho personalmente sperimentato il sistema CAT: semplice, efficace e funzionale, spesso piu' degli attuali, complicatissimi sistemi ETTL-II.

Naturalmente sia la EX EE, che la EX EE Auto erano equipaggiate con il valido sistema di caricamento rapido della pellicola QL.

Ecco infine un raro esemplare del 125mm progettato per la EX EE:







Nascita del sistema FD. 

Canon F-1 (primo modello, detta oggi F-1 old)





Nel 1970 fu presentata la F-1, prima vera ammiraglia della Canon, la degna erede della Canonflex dieci anni dopo.

Presentata al Photokina di Colonia nell'autunno 1970 (ma commercializzata nel marzo 1971), sconvolse il mercato e fece balzare Canon ai vertici tra i produttori di fotocamere.

Dietro la F-1 c'erano sia una mossa commerciale accuratamente calcolata, pensata per contrastare il successo delle Nikon F che pur essendo diventate un mito, cominciavano a mostrare segni di anzianità progettuale, e c'era la volontà di spingere le macchine di fascia più bassa, la FTb e la EF, valorizzandole agli occhi dei fotoamatori come facenti parte di un sistema fotografico veramente professionale (politica del resto ancora attuale); ma c'era anche un enorme sforzo di ricerca, durata oltre 5 anni e partita da un'idea precisa: creare una fotocamera di gran classe, inserita in un sistema completo sotto tutti i punti di vista e dotata di tutte le caratteristiche realmente desiderabili.

Quindi nell'arco di questi 5 anni, mentre si avvicendavano gli anonimi modelli FL, fu pensato e creato il sistema fotografico più ampio mai progettato prima intorno ad una reflex 135.

Le caratteristiche più importanti erano:

- Intercambiabilità dei mirini senza perdita delle funzionalità dell'esposimetro.
- Possibilità di montare dorsi e motori per gli utilizzi più svariati.
- Otturatore in titanio da 14 micron con tempi sino ad 1/2000"
- Meccanica raffinata e robustissima, concepita per durare nel tempo e per sopportare gli utilizzi più difficili

(pesava infatti 832 grammi, quasi un etto più della già pesante FTb)

Canon riuscì alla perfezione in questo progetto, creando una macchina che ebbe un immenso successo commerciale ed incrinò la credibilità della nikon nel settore delle professionali di fascia alta.

Le informazioni che leggerete su questa macchina sono tratte da una monografia pubblicata in tiratura limitata il 10 settembre 1972, oggi assolutamente introvabile.
Si tratta di un libro di 150 pagine, che descrive con accuratezza sia la F-1, sia il sistema di accessori.
Praticamente nessuno è a conoscenza dell'esistenza di questo volume, che mi è costato oltre 4 anni di ricerca giornaliera sul web.



Una premessa: trovare oggi una di queste fotocamere in ottimo stato è veramente difficile, fu una macchina molto diffusa fra i professionisti e di conseguenza quelle che si trovano sono spesso in brutte condizioni; a quei tempi il fenomeno del fotoamatore abbiente, che comprava fotocamere professionali solo per vantarsene con gli amici, o per scopo di collezione, non era cosi' diffuso come ai giorni nostri; già dieci anni dopo, con l'avvento della nuova F-1 le cose cambiarono ed infatti trovare queste ultime in ottime condizioni è molto più facile.

Ecco una vista d'assieme dello smisurato sistema di accessori (oltre duecento elementi) pensati per la F-1:


Contemporaneamente alla presentazione della F-1 vennero introdotti i nuovi obiettivi FD, che introducevano, oltre la lettura della luce a tutta apertura, anche la particolarità dell'anello di serraggio di compiere automaticamente una piccola rotazione non appena l'obiettivo fosse presentato sulla baionetta, in modo da impegnarla ed assicurarlo da cadute accidentali.

Tale caratteristica fu però introdotta con la prima revisione del 1973, quella che vide sostituita la splendida baionetta di servizio cromata con quella nera e venne inoltre riservata agli obiettivi di fascia superiore e non estesa a tutto il corredo.

A titolo di curiosità il sistema di preserraggio dell'anello traeva la forza necessaria dalla molla di chiusura del diaframma, quindi montando l'obiettivo col diaframma regolato sulla massima chiusura si può avere una maggiore rotazione dell'anello ed un montaggio più sicuro.

Una curiosità interessante riguarda il nome scelto da Canon per la montatura degli obiettivi:  Breach Lock.

In lingua inglese il termine corretto è breech-lock perché breech significa "culatta" oppure "collare di serraggio", mentre breach significa  "violazione", "infrazione" od altre accezioni similari.

Eppure questo è il nome scelto da canon, indipendentemente dalla correttezza del termine; lo dimostra questa pagina del libro sulla F-1, dove ho sottolineato in rosso il termine:




Funzionalmente la F-1 fu impostata come le macchine economiche dello stesso periodo, con qualche importante differenza.

La slitta porta accessori era assente, perché dato che il pentaprisma era intercambiabile, fu deciso di non complicare la costruzione inserendo contatti mobili per la
trasmissione del segnale sui vari prismi disponibili (ma la cosa pote' essere realizzata sulla nuova F-1 di 10 anni dopo)

Fu quindi ideato un sistema per l'uso del flash basato su accessori denominati flash coupler, che sfruttavano i contatti inseriti dietro il manettino di riavvolgimento della pellicola.

Era assente anche il dispositivo di carica rapida QL perché era incompatibile con il dorso da 250 fotogrammi; inoltre la rotazione del rocchetto di carica della pellicola fu modificata per essere concorde con la rotazione del rocchetto di traino, questo per evitare che l'inversione della pellicola durante l'avvolgimento (come avveniva sulle precedenti Pellix, FT e sulla successiva A-1) potesse in climi freddi lesionare l'emulsione fotografica; questa modifica comportava una complicazione meccanica dato che due alberi accoppiati da ingranaggi sono costretti a ruotare in senso opposto mentre per ottenere lo stesso senso di rotazione è necessario interporre un terzo ingranaggio.

La macchina era dotata di autoscatto ad orologeria da 10 secondi:



azionabile tramite la consueta leva sul frontale del corpo, la quale permetteva anche il sollevamento anticipato dello specchio per minimizzare le vibrazioni; sulla stessa leva, coassialmente, era disponibile il comando per la chiusura del diaframma al valore impostato (stop-down) per il controllo della sfocatura, oppure in abbinamento a precedenti obiettivi FL od R non automatici.

Era alimentata da una pila PX625 al mercurio da 1.35V, a quei tempi usata da moltissimi costruttori, alloggiata nel fondello inferiore della quale il controllo della carica andava effettuato ponendo la sensibilità su 100 asa, il tempo di scatto su 1/2000, e girando verso la lettera C il piccolo pomello posto sulla calotta a sinistra del mirino (interruttore dell'esposimetro): il galvanometro indicava la corretta carica posizionandosi al di sopra di una piccola tacca, come potete vedere in questa illustrazione




La F-1 non fu dotata di un circuito elettronico per il controllo della tensione della pila; ciò rende impossibile l'uso delle attuali pile da 1,5V senza dover procedere con la taratura dell'esposimetro o dover utilizzare adattatori di tensione.

L'esposimetro può essere ritarato tramite un piccolo trimmer disposto sotto al manettino di ricarica della pellicola, che è rimuovibile semplicemente grazie a 3 viti e senza dover smontare la calotta, operazione che invece comporta l'uso di chiavi particolari.

Tuttavia l'entità della regolazione è modesta, concepita per una regolazione fine, quindi per recuperare l'errore di esposizione dovuto alla maggior tensione, occorre impostare una sensibilità della pellicola inferiore di uno stop a quella nominale, tenendo presente però che la scarica della pila con tensione non costante può provocare fluttuazioni nella lettura. La soluzione più pratica è quella di utilizzare pile weincell zinco-aria, purtroppo però esse durano poco. In alternativa si può comprare un adattatore MR-9 ed utilizzare pile all'ossido di argento per apparecchi acustici.

Osserviamo che il mirino non mostrava i valori numerici dei diaframmi nella scala del relativo indice (che terminava con un circoletto), tale innovazione fu introdotta solo sui modelli successivi (era tuttavia disponibile montando un prisma opzionale, il servo EE finder).

Era presente invece il tempo impostato, oltre agli avvertimenti di sottoesposizione e sovraesposizione in rosso.

La scala dei diaframmi tiene conto della luminosità massima dell'obiettivo, traendo questa informazione da un perno, situato sul fondello dell'obiettivo, la cui altezza varia a seconda della luminosità massima.

Su questo perno si appoggia un tastatore, presente nel bocchettone, in questo modo viene modificato il punto di partenza dell'indice del diaframma in base alla luminosità dell'obiettivo (ad esempio, visto che la scala parte da F/1.2, montando un obiettivo F/4 il circoletto associato dal diaframma parte da un punto situato più in alto rispetto al limite inferiore della scala stessa).

In caso di selezione al di fuori del campo di accoppiamento dell'esposimetro (il cui galvanometro è accoppiato ai tempi di scatto), la scala del galvanometro si colora in rosso per segnalare l'impossibilità di esporre e la necessità conseguente di variare tempo di scatto.

Per la messa a fuoco era presente il classico stigmometro ad immagine spezzata ed il circoletto di microprismi, ma erano disponibili in tutto 9 schermi di messa a fuoco supplementari:


L'apertura del dorso fu finalmente resa più sicura tramite una doppia manovra, atta ad evitare aperture accidentali: occorreva alzare il manettino di riavvolgimento, oltre alla pressione di un pulsante.

Ecco due disegni esplosi che mostrano la costruzione interamente meccanica della F-1:



In questa altra immagine trovate la descrizione funzionale della F-1, tratta dai libretti d'uso.


Le operazioni preliminari allo scatto erano semplicissime: caricare la pellicola scattando tre volte a vuoto, ricordarsi di impostare la corretta sensibilità ASA della medesima ed opzionalmente inserire nella tasca presente sul dorso un pezzetto della confezione per ricordarsi la pellicola caricata nei giorni successivi (la tasca fu introdotta solo a partire dal 1976).

La macchina era completamente meccanica, quindi la pila serviva solo per il circuito dell'esposimetro.

Per il controllo dell'esposizione occorreva far coincidere il circoletto corrispondente all'apertura del diaframma, con l'indice del galvanometro:

 Nel caso in cui la scala diventasse tutta rossa il campo di accoppiamento dell'esposimetro non era compatibile con i parametri selezionati, occorreva quindi modificarli (oppure usare il T-booster).
La piccola tacca grigia invece era il riferimento, oltre che per il controllo di carica della batteria, anche per le operazioni di misura in stop-down, visto che in questa situazione il circoletto spariva dalla scala.

Questa è la tabella dei campi di accoppiamento dell'esposimetro:


La leva di caricamento della pellicola aveva un movimento molto ampio, di 180°, ma poteva essere azionata con più colpi brevi, e volendo la si poteva lasciare semiaperta, con un angolo di circa 15° su cui vi era un arresto, per azionarla più rapidamente in caso di fotografia d'azione.

L'otturatore, con tendine di titanio spesse solamente 14 micron fu per la prima volta testato per 100.000 scatti, pubblicizzando la cosa nei cataloghi dell'epoca.

Il mirino per la prima volta era dotato di un prisma ausiliario per l'eliminazione delle immagini secondarie, offriva un campo inquadrato del 97% con un ingrandimento pari a 0,77 con un obiettivo 50mm e riportava un rettangolo pari al 15% del campo inquadrato che era poi quello analizzato dall'esposimetro, ciò che oggi chiameremmo semispot.

L'esposimetro, come già nella precedente EX EE, funzionava finalmente a tutta apertura, poteva essere predisposto per sensibilità da 25 sino a 2000asa ed aveva un campo di misurazione da 2,5 a 19EV a 100asa. Era previsto anche un booster, ma di questo parlerò più avanti.

Con obiettivi non automatici era sempre possibile lavorare in stop-down come di consuetudine fino all'avvento di questi modelli.

Iniziamo ora la descrizione dello smisurato parco accessori concepito per la F-1.



Accoppiatori Flash
(flash coupler)



Anche sull'ammiraglia era certamente possibile utilizzare lampeggiatori elettronici, pur se sprovvista di slitta apposita.

Erano infatti previsti tre accessori per questo scopo:

Il primo, denominato flash coupler D:


si montava sopra il manettino di riavvolgimento della pellicola, e manteneva il flash disassato rispetto all'asse ottico.
Pensato principalmente per i flash non canon funzionanti solo tramite il contatto caldo, oppure da collegare alla presa sincro tramite apposito cavetto e per i flash con lampada a combustione tipo V3.


Il secondo modello, denominato flash coupler F:




era più sofisticato, si trattava di una staffa da ancorare all'oculare rotondo del mirino, che a differenza del precedente permetteva il montaggio sopra il pentaprisma, in asse con l'obiettivo; lo scopo era anche quello di permettere un montaggio più sicuro del flash, che con gli altri coupler rimaneva un po' traballante, non essendo stati previsti sistemi di bloccaggio; inoltre poteva essere lasciato montato permanentemente in quanto non impediva le operazioni di riavvolgimento della pellicola come gli altri due coupler.

Il terzo modello, denominato flash coupler L:


a differenza dei primi due, permetteva l'uso dei più moderni flash automatici CAT; tale sistema prendeva il controllo del galvanometro, facendogli indicare il diaframma da impostare per l'esposizione corretta in base alla distanza rilevata da un anello potenziometrico.
Per questo motivo richiedeva un'alimentazione autonoma, inoltre permetteva l'illuminazione della scala esposimetrica, oscurata dall'ingombro dell'accoppiatore,  tramite una piccola lampadina.
Troverete un'accurata descrizioni dei sistemi flash più avanti.



Oculari e prismi




I prismi disponibili per la F-1 e gli altri accessori destinati alla visione erano parecchi, consentendo una agilità operativa impressionante.

Una breve annotazione: curiosamente sulla F-1 fu introdotto un oculare rotondo denominato "R", mentre "S" erano denominati quelli rettangolari.

Ufficialmente non sappiamo per quale motivo fu effettuata questa scelta, ma si presume che non ci fosse un reale motivo tecnico, infatti dietro l'oculare tondo svitabile vi era una finestra rettangolare che delimitava il campo visivo, né si puo' pensare che fosse più facile da produrre rispetto a quelli rettangolari, né tantomeno che fosse per usare l'ingranditore ribaltabile, prodotto identico anche per gli oculari tipo S.

La mia opinione è che l'oculare tondo tipo R sia stato adottato in omaggio alla prima reflex canon amata dai professionisti, la Canonflex del 1960 che utilizzava per l'appunto tale tipologia d'oculare:



ed anche per differenziare la prima vera ammiraglia moderna da tutte le altre fotocamere.
Tale scelta fu mantenuta anche con la F-1 nuova di dieci anni dopo.


Un utile accessorio dedicato alla visione delle immagini nel mirino, era il magnifier R:


un oggetto interessante, che si fissava dietro la finestrella tonda dell'oculare ed era dotato di una cerniera a snodo che permetteva di ribaltarlo verso l'alto quando non necessario.
Unico limite era rappresentato dall'impossibilità di ingrandire tutto il mirino e quindi di non poter leggere l'esposimetro. Tuttavia la versatilità dello snodo permetteva di usarlo per ingrandire (2.5X) la porzione centrale alla bisogna (per esempio per macrofotografie) e di ribaltarlo verso l'alto quando non necessario.
Inoltre svitando l'oculare dalla sua montatura, era possibile avvitarlo direttamente sul pentaprisma, riducendo l'ingombro, oppure innestarlo a scatto con un anello di plastica in dotazione, direttamente sull'oculare R, quando usato insieme ai prismi booster, conservando la regolazione diottrica.
Se pensiamo ai mirini ingranditori forniti oggi, ci viene da ridere.

Un'altra possibilità era fornita dall'angle finder :
che permetteva di ingrandire il campo inquadrato con una visione dall'alto, utile per situazioni particolari, specialmente in macrofotografia.
L'angle finder era fornito in due versioni: la versione B forniva la visione corretta, come quella del pentaprisma della reflex, mentre la versione A2 forniva la visione ribaltata sull'asse verticale (con i lati invertiti).

Un altro accessorio interessante e poco conosciuto è il Finder Illuminator F un illuminatore per la scala dell'esposimetro alimentato da una pila PX625 da montare sul manettino di avvolgimento, che permette di leggere la scala dell'esposimetro anche in condizioni di oscurità.


Gli accessori previsti per il mirino in sostituzione del pentaprisma (Eye level finder) erano 4.


Il più semplice era denominato waist level finder:

Waist level finder chiuso

Waist level finder aperto

Waist level finder aperto con lente di ingrandimento ribaltata in posizione di lavoro


Il Waist level finder in realtà non era un prisma, ma un semplice pozzetto a visione verticale, munito di una lente ribaltabile, come allora in uso sulle fotocamere biottiche (rolleiflex, yashica ecc)

Con tale accessorio si osservava la composizione sul vetro di messa a fuoco, quindi senza nessun ingrandimento, a parte quello fornito dalla piccola lente ribaltabile, pari a 5 ingrandimenti, limitato alla zona centrale di messa a fuoco.
Mentre la visione senza ingrandimenti era permessa anche a distanza di 60cm, la visione con la lente richiedeva l'avvicinamento dell'occhio al mirino.

Inoltre la scala dell'esposimetro non risultava visibile e non era possibile effettuare correzioni diottriche, cosa che ne rendeva l'uso difficile ai portatori di occhiali.
Fu pensato sicuramente per coloro che desideravano portare il sistema di visione all'altezza della cintura anche su una reflex, per esempio nell'uso street, dove la possibilità di inquadrare senza puntare direttamente la fotocamera sul soggetto spesso si rivela efficace.

Come vedremo in seguito lo stesso sistema fu adottato e perfezionato anche sulla nuova F-1 del 1982.

Ecco come si presenta la F-1 con il waist level finder montato:




Il secondo tipo di prisma disponibile era lo speed finder :

Speed finder regolato per la visione dall'alto

Speed finder regolato per visione normale


Lo speed finder è un mirino composto da un elemento rotante, che permetteva inquadrature dall'alto e da sotto, ad altezza cintura, ed anche in posizioni inclinate (con un po' di difficoltà); pensato principalmente per sport ed azione, ma limitato nell'uso per via della moderata riduzione dell'ingrandimento del campo visivo, pari a -0,84X e dalla mancanza di correzione diottrica. Tuttavia era possibile osservare la scena fino a sei centimetri di distanza dall'oculare ed era disponibile la visione della scala esposimetrica.


Il terzo tipo di prisma disponibile era il Booster T Finder :




Struttura meccanica: si nota il grosso potenziometro circolare.

Schema elettronico del circuito.


Si trattava di uno strumento assai complesso ed unico nel suo genere nel momento in cui fu immesso sul mercato.

La F-1 era una macchina interamente meccanica, soffriva quindi di limitazioni che potevano essere superate solo mediante l'elettronica; per aggiungerle delle funzioni assenti sul solo corpo era quindi indispensabile incorporare l'elettronica di controllo direttamente sugli accessori, cosa che li rese ingombranti e costosi.

Il booster T finder era sostanzialmente un amplificatore di sensibilità, che veniva ampliata da 25 sino a 12800 asa, mediante due cellule CdS incorporate ed esposimetro ad esse collegato ed indipendente da quello della fotocamera; esso poteva essere gestito direttamente sul booster tramite regolazioni dei tempi di scatto, sensibilità pellicola e controllato tramite un galvanometro separato, che fungeva anche da tester per la batteria incorporata.

Tale esposimetro garantiva un campo di accoppiamento incrementato da -3.5EV sino a 15EV a 100 ASA; ed era munito di un timer elettronico per i tempi di otturazione molto lenti ( da 3 sino a 60 secondi).
L'alimentazione era fornita da una pila PX28L (la stessa usata poi sulla F-1new), oppure in alternativa tramite un cavetto speciale si potevano usare i pacchi batteria del sistema F-1.
Infine lo schema esposimetrico veniva modificato da semispot 15% a media ponderata al centro.

Le modalità di misura erano due:

  • Per tempi lenti da 3 secondi sino a 60 secondi

Dopo avere inquadrato e composto l'immagine nonché dopo scelto il diaframma, con macchina su treppiede, occorreva chiudere l'otturatore oculare (per non influenzare l'esposimetro con luce parassita), predisporre la macchina sulle pose lente (scala arancione) disaccoppiando le rotelle dei tempi (con l'apposito cursore) e fare la misura in stop-down chiudendo il diaframma con la leva sul corpo macchina, usando come riferimento per l'esposizione (e quindi per la scelta del tempo) il galvanometro posto sulla sommità del booster.
Naturalmente era possibile simulare il funzionamento del booster senza caricare l'otturatore per verificare il funzionamento su varie aperture di diaframma, e scegliere quella più adatta alle proprie esigenze; inoltre la scelta della sensibilità della pellicola influenzava l'accoppiamento dei tempi di scatto: per poter arrivare fino a 60 secondi di esposizione era necessario l'utilizzo di una pellicola da 25 asa, con sensibilità superiori i tempi disponibili si abbreviavano di conseguenza.

Premendo infine il pulsante di scatto del booster entrava in funzione un timer elettronico che estendeva i tempi di otturazione trattenendo il pulsante in posizione (mantenendo aperto l'otturatore); contemporaneamente la lampada sulla sommità lampeggiava con frequenza di un secondo, per indicare il funzionamento del timer il quale controllava il pulsante di scatto ed al termine del tempo selezionato effettuava il rilascio concludendo l'esposizione del fotogramma.

  • Per tempi veloci da 1 secondo ad 1/60"

Si poteva utilizzare l'esposimetro incorporato nella fotocamera riaccoppiando le due ghiere dei tempi in modo da poter selezionare il tempo di scatto sulla scala bianca e lavorare a tutta apertura, come di consuetudine.
In questo caso una lampada incorporata provvedeva ad illuminare la scala dell'esposimetro visibile nel mirino.
In caso di selezione al di fuori del campo di accoppiamento dell'esposimetro, la scala del galvanometro si colorava in rosso per segnalare l'impossibilità di esporre.

Tra gli appunti che si possono fare c'è sicuramente l'estrema difficoltà nell'azionamento della leva di carica pellicola, che se non mantenuta sulla posizione arretrata di partenza, diventava difficilissima da estrarre; questo aspetto fu modificato con il secondo modello di F-1 del 1976, dove la leva di carica ebbe un punto di partenza ulteriormente arretrato di 15°.

Infine non era possibile utilizzare tempi più rapidi di 1/60" se non rimuovendo il Booster.

Tuttavia poter disporre di un sistema così sensibile da consentire scatti notturni di 60 secondi a -3.5EV non è cosa da poco, ed oggi non è possibile, a meno di non usare esposimetri esterni.


Il quarto tipo di prisma disponibile era il Servo EE Finder :

Selettore apertura minima e selettore tempi

Selettore modalità di comando

Pulsante controllo tensione batteria ed antina oculare
Schema meccanico

Ed era il più complesso dei prismi ausiliari essendo motorizzato e pesante (430gr)

Il suo compito era di introdurre la modalità a priorità di tempi e per questo era dotato di due fotocellule CdS per controllare l'esposizione e di un servomotore interno dedicato all'apertura del diaframma, la cui attuazione veniva effettuata attraverso una minuscola finestrella verticale sul lato sinistro del bocchettone; in pratica fissato il tempo di lavoro, il servo motore gestiva in tempo reale l'apertura del diaframma, in base alla luce letta dall'esposimetro ed in modo completamente automatico, tramite un perno scorrevole che fisicamente apriva e chiudeva il diaframma.

Per calibrare correttamente il funzionamento del servo motore occorreva impostare la luminosità massima dell'obiettivo utilizzato tramite il selettore situato sulla calotta, che inoltre predisponeva correttamente i valori sulla scala dei diaframmi.
Inoltre era essenziale, per il corretto allineamento del perno di comando, disporre la ghiera dei diaframmi su "A".
Un selettore infine permetteva di attivare permanentemente, temporaneamente e disattivare le operazioni servo EE per usare il prisma anche manualmente.
Anche in questo caso era possibile chiudere l'oculare tramite un'antina per non influenzare l'esposimetro con luce parassita durante lo scatto non presidiato.

Era quindi possibile ottenere il controllo in tempo reale del diaframma a seconda delle condizioni di luce (l'equivalente dell'odierno AIservo), oppure effettuare una misura temporanea per ricavare il diaframma da usare e ricomporre senza perdere la misura.

Il servo EE finder introduceva inoltre la scala graduata dei diaframmi nel mirino, e modificava lo schema di lettura esposimetrico da semispot 15% a media con prevalenza centrale.

Una informazione che non si trova tanto facilmente riguarda l'aggiornamento della scala di sensibilità.
Sino alla matricola 20.000 la sensibilità massima impostabile era di 2000 Asa, mentre i modelli con matricola superiore a 20.000 furono aggiornati a 3200 Asa, per poter essere usati con l'aggiornamento della F-1 del 1976, dotata appunto di estensione sino a 3200 Asa.

Scala diaframmi del servo EE finder
Purtroppo la presenza del motorino incorporato, che doveva rimanere costantemente in funzione, fece sì che non fu possibile alimentare autonomamente l'unità che doveva quindi essere collegata, a scelta, al gruppo portapile esterno già previsto per il T finder, oppure al motordrive MF, a prezzo di un ingombro e di un peso notevole (oltre 2400g) e di un costo che per quei tempi sarà stato elevatissimo.

In queste foto vedete la F-1 con il motor drive MF, il servo EE finder ed il raro FD55/1.2 Asferico del 1975.







Dorsi supplementari






Sulla F-1 erano disponibili due dorsi supplementari, che si installavano tramite una cerniera smontabile, sostituendo l'originale.

Uno dei due era denominato Film chamber 250:



 Si tratta di un magazzino per pellicola sfusa, che doveva essere preventivamente avvolta su appositi caricatori denominati Film magazine 250:




operazione da farsi in camera oscura, tramite una bobinatrice, denominata Film loader 250:



Tali caricatori, dotati su un sistema scorrevole a tenuta di luce, venivano poi introdotti nel dorso a coppie (uno pieno ed uno vuoto), durante il funzionamento la pellicola si arrotolava sul caricatore vuoto, che poi veniva estratto e mandato allo sviluppo.

Il Film chamber 250 è un oggetto oggi introvabile e costosissimo, dotato di motorino interno supplementare e di meccanismi di protezione, con sicurezze per non consentire l'azionamento con pellicola non caricata o terminata, e per impedire l'apertura del dorso con i caricatori aperti, per non esporre la pellicola alla luce.




L'altro dorso disponibile, il dorso datario, denominato Data Back F, poi esteso alla A-1 ed alla nuova F-1, permetteva di imprimere la data (o altre annotazioni) sulla pellicola. Il collegamento al segnale di scatto veniva effettuato tramite il cavetto sincro.



Esso permetteva di imprimere la data sulla pellicola, data che poteva essere impostata tramite cursori a rotella sulla parte posteriore.
Anche in questo dorso troviamo tecnologia: la data veniva impressa utilizzando una minuscola lampada a scarica (un piccolo flash) che proiettava la luce su maschere realizzate con la tecnologia dei microfilm.
Queste maschere erano ruote opache con incisi i numeri in trasparenza, e venivano comandate dalle rotelle posteriori. Una minuscola finestrella intercettava solo la porzione utile a formare l'immagine sulla pellicola.
In effetti osservando questa minuscola finestrella sul pressapellicola con una lente, ed azionando l'interruttore manuale, si nota un piccolo lampo che crea l'immagine luminosa, nitidissima, con le lettere selezionate.
I dorsi realizzati con tecnologia LCD negli anni successivi non sono sopravvissuti ai giorni nostri: mostrano quasi tutti lo schermo a cristalli liquidi danneggiato.

Disgraziatamente l'impostazione per l'anno era basata su due cifre, da 82 fino a 92, che per l'epoca doveva essere considerato decisamente remoto.
Erano tuttavia disponibili numeri singoli da 0 a 9, i numeri romani da I a X, e le lettere minuscole da "a" fino a "g"; oppure nessuna cifra.
Per il mese invece oltre i numeri da 0 a 31 (si, proprio fino a 31), erano disponibili le lettere maiuscole da "A" sino a "G", oppure nessuna cifra.
Per i giorni infine erano disponibili i numeri da 0 a 31, oppure nessuna cifra.
In questo modo era possibile quindi imprimere anche codifiche alfabetiche, oltre che la data.

Il dorso datario poteva funzionare automaticamente per ogni scatto, oppure manualmente tramite un apposito pulsante, per imprimere la data solo se desiderato.
Il funzionamento era segnalato da una lampada arancione, che indicava sia l'avvenuta accensione rimanendo permanentemente accesa, sia l'impressione della data, lampeggiando ogni volta.
Era disponibile un selettore di intensità della luce emessa dalla lampada a scarica, per adeguarla alle varie sensibilità di pellicole disponibili, in modo da avere un risultato ottimale.
L'alimentazione era fornita tramite una pila da 6V tipo 4LR44/PX28.
Benché un accessorio del genere possa sembrare del tutto inutile , io lo ritengo invece interessante.
Lo uso infatti per marcare il primo fotogramma di un caricatore con la data del giorno in cui faccio gli scatti, in modo da conservarne memoria per l'archivio, il risultato è questo:


Da notare che il dorso datario, in abbinamento ad un motore per il trascinamento della pellicola rallenta la cadenza di raffica se impostato per imprimere ogni fotogramma.
Anche il dorso datario, come molti accessori elettronici della prima generazione è avidissimo di energia: basta dimenticarselo acceso una notte per trovare la pila completamente scarica.




Qui invece un dorso assai raro:


(cortesia di Marco Cavina)
Si tratta di un dorso programmabile tramite una unità esterna a forma di calcolatrice, per poter imprimere codifiche numeriche sul fotogramma molto più estese che con il databack F.
Costava una volta e mezza il prezzo della F-1 + 50/1.4 e probabilmente sarà stato realizzato solo su ordinazione.






Motori per il traino della pellicola






Il motore più semplice era denominato Power winder F:





dotato di un raffinato pacco portapile, e capace di 0,5 scatti al secondo. A differenza degli altri due motori era tuttavia dotato di pulsante replicato per lo scatto con fotocamera in verticale.


Mentre invece questo è il potente Motor Drive MF:




Capace di 3,5 scatti al secondo con gruppo portapile di comando staccabile ed utilizzabile in remoto tramite un apposito cavo di collegamento (quando usato in abbinamento al dorso da 250 fotogrammi), il Connecting cord MF:


Era previsto anche un intervallometro esterno denominato Interval timer L da applicare sul dorso del motore per scatti temporizzati:


Inoltre era possibile usare (dal parco accessori delle telecamere) altri due timer di fattura meno raffinata, quale ad esempio l'Interval timer E dedicato alle videocamere, ma applicabile anche sul motordrive tramite il jack da 2.5mm, temporizzazione da 0,5 a 60 secondi (anche se la scala è graduata sino a 10):



Ed un Self timer E, di apparenza simile al precedente e limitato al solo autoscatto a 10 secondi.



Questo invece è il Motor Drive Unit piuttosto raro, pensato per le funzioni di scatto non presidiate in abbinamento al dorso da 250 pose, per via delle sue numerose funzioni regolabili, tra cui un timer per lo scatto temporizzato e la raffica fino a 3 scatti al secondo.
Era dotato di due motori, uno per l'avanzamento della pellicola ed uno per lo scatto dell'otturatore; tale soluzione era unica sul panorama mondiale.
Il motore per il traino della pellicola, molto robusto, era dotato di un riduttore di velocità epicicloidale (indispensabile, dato l'ingombro contenuto dentro il manico) e di un regolatore di velocità centrifugo essenziale per il controllo della velocità di traino e per la dolcezza di funzionamento; infine era previsto un sistema parastrappi per addolcire lo spunto di avviamento e non lesionare la pellicola. Parliamo di squisite raffinatezze meccaniche.



Oltre ad essere alimentabile tramite il battery case da 15V usato anche per il servo EE finder ed il Booster T finder, era previsto un ulteriore pacco pile da fissare senza cavo sull'apposita slitta a lato del manico, che rendeva l'assieme trasportabile senza l'impiccio dei cavi.

Questo è l'impressionante motore che occupa tutto l'ingombro del manico:



Inoltre in collegamento al magazzino pellicola da 250 pose, e con il Servo EE finder permetteva l'uso della macchina non presidiata per scattare fotografia naturalistica o scientifica.
Questa caratteristica, che sfruttava il timer incorporato nel motore, regolabile da 0,5 sino a 60 secondi, era unica al mondo.

L'unica foto che ho trovato per mostrare quell'impressionante sistema è tratta dal libro che ho citato:

1971


Ed ecco invece lo stesso sistema faticosamente ricomposto oggi, a distanza di 40 anni dalla sua commercializzazione:

2011
  Dalla mia collezione potete osservare:

  • F-1n del 1976
  • Dorso 250 fotogrammi
  • Motor drive unit
  • Battery case con connector MD
  • Servo EE finder alimentato dallo stesso battery case
  • Telecomando a filo.

Non vi dico le enormi difficoltà per trovare questi elementi funzionanti ed in buono stato....



Questa invece è la configurazione alternativa, dove al posto del Motor drive unit è stato utilizzato il Motor drive MF.
Si noti il gruppo portapile (che fa da impugnatura) staccato a causa del montaggio del Film chamber 250.




Nessuno dei tre motori previsti per la F-1 old permetteva il riavvolgimento della pellicola, che andava quindi effettuato tramite il manettino superiore. Tale caratteristica fu inserita solo sul motore di punta per la nuova F-1 dieci anni dopo.





Alimentazione elettrica degli accessori





Per l'alimentazione esterna dei vari accessori fino a qui illustrati venne concepito un vero e proprio sistema, basato principalmente su di un pacco portabatterie ausiliario da portare a tracolla (o cintura tramite clip metallica), il cosiddetto Battery Case:


Esso era dotato di un connettore tripolare per cavetti da 6V (per alimentare il Booster T finder) e 12V (per alimentare il servo EE finder); poteva essere equipaggiato con uno a scelta dei due portapile da 15V e da 12V.




Il resto del sistema di alimentazione era costituito dai seguenti elementi:

- Battery connector MD (MD=motor drive)


Una calotta da sovrapporre al battery case, munita di cordone permanente con spina DIN per alimentare il Motor drive unit, di connettore tripolare per alimentare i due prismi speciali (T ed EE) e di connettore pentapolare (DIN) per utilizzare il telecomando a filo in dotazione al Motor drive unit


- Battery magazine 15V: Portapile per 10 pile stilo, da usare per Motor drive unit e servo EE finder.



- Battery magazine 12 V : Portapile per 8 pile stilo, da usare per Motor drive unit e per il Booster T finder.




- Battery case D: Con attacco a slitta specifico per Motor drive unit, previsto per l'uso di entrambi i portapile 12V e 15V.




qui montato sul motore:




- Battery checker MD: Un tester per la verifica della tensione da collegare al cavo DIN del Connector MD.




- Cord 6V2B: Per alimentare il booster T finder usando il battery case col magazine 12V.




- Cord 12V2E: Per alimentare il Servo EE finder usando il battery case ed il magazine 15V.



- Remote switch MD: Un telecomando a filo dotato di pulsante di scatto bloccabile, selettore scatto singolo/raffica e spia di controllo. Dotato di cavo di lungo 10m.



Il Motor drive unit quindi si configura come l'unità più versatile di tutto il sistema accessori potendo alimentare entrambi i prismi speciali T ed EE, ed essendo dotato di funzioni di temporizzazione e scatto remoto.


Tuttavia anche il potente Motor drive MF, pur meno versatile, poteva essere usato per l'alimentazione degli accessori.
Fu previsto infatti solo un corto cavetto specifico, il Connecting cord MF for servo EE finder, per alimentare direttamente il servo EE finder:




mentre non fu mai prevista l'alimentazione per il Booster T finder che poteva essere usato sul Motor drive MF solo tramite la pila incorporata.






Curiosità






Questo era un sistema assai speciale che consentiva di utilizzare la F-1 come un sistema di video-sorveglianza, dotato di messa a fuoco automatica motorizzata:




Su tale accessorio non sono riuscito a trovare nessuna informazione dettagliata, suppongo che il costo elevatissimo e la fabbricazione solo su richiesta ne abbia limitato fortemente la diffusione.


Nel 1972, in occasione dei giochi olimpici invernali a Sapporo, venne allestita una versione speciale per scatti ad alta velocità, capace di 9 scatti al secondo, di cui vennero prodotti solo un centinaio di pezzi:

 

Mentre questa la versione, meno potente, regolarmente messa in commercio:




Inutile dire che l'estrema rarità di questa macchina porta la sua quotazione attuale intorno ai 10.000 euro.


Altre due versioni commemorative furono l'edizione speciale per i giochi olimpici del 1976 a montreal:




e quella per i giochi olimpici invernali del 1980, svoltisi a Lake Placid negli stati uniti:




riportanti il logo della manifestazione.

Canon curò anche una produzione limitata per le poste (sigla E.P.)  oltre  che per la marina militare (sigla U.S. NAVY) , sia di macchine, sia di obiettivi.

Ecco una F-1 in versione speciale per la marina militare americana:

Cortesia di Marco Vixy


Un altro rarissimo esemplare della F-1 è quello che fu denominato Olive drab, destinato al reportage estremo e rifinito con livrea militare, venduto in kit con l'altrettanto raro zoom 20-35 in versione breachlock:






Osservate il prezzo dell'asta: 3000 euro...

Per chi dubita della sua esistenza, ne è apparsa una su ebay, offerta a 900 euro in condizioni discrete:




Oppure una curiosa versione senza esposimetro: 







Infine un autentico reperto, la F-1n in versione dorata:



Non mi è dato sapere quanti pezzi ne furono prodotti, né quanto potesse costare, si tratta probabilmente dello sfizio di qualche facoltoso collezionista.






Nel 1976 fu introdotto un modello aggiornato della F-1, denominato F-1n








Da non confondere con la new F-1 del 1982, modello totalmente differente di cui parlerò più avanti; tale modello introduceva poche modifiche (esteticamente era identico):

- Corsa della leva di carica ridotta da 180° a 139°
- Arresto predeterminato della leva di carica su 30° invece che su 15°
- Rivestimento della leva di carica in plastica per facilitare la presa, mentre la prima versione aveva un ringrosso dentellato.
- Incremento della sensibilità da 2000 a 3200 asa
- Connettore flash PC dotato di blocco a vite per evitare sconnessioni.
- Collare del pulsante di scatto di forma svasata conica e non cilindrica (per evitare azionamenti involontari)
- Interruttore dell'esposimetro con ritorno automatico dalla funzione di controllo batteria.
- Aggiunta sul dorso di una tasca promemoria per il tipo pellicola usato.
- Svariate migliorie meccaniche interne.

Ecco come distinguere la F-1 dalla F-1n tramite l'osservazione della leva di carica:


Una considerazione finale:

le Canon degli anni '70 che disponevano dell'automatismo a priorità di tempi erano meccanicamente molto più sofisticate delle reflex concorrenti, perchè tale automatismo implicava l'uso di meccanica di precisione negli obiettivi in modo che fossero in grado di regolare automaticamente l'apertura del diaframma procedendo a passi di 1/10 di diaframma, cosa che per l'epoca era prerogativa assoluta di Canon.

Tale precisione la troviamo anche negli obiettivi odierni che però ottengono questa performance grazie al massiccio ricorso all'elettronica e motori speciali.
Il sistema FD era interamente meccanico, quindi ogni risultato era molto più complesso da ottenere rispetto ad oggi, ma anche rispetto alla concorrenza dell'epoca.

A titolo di cronaca la prima Nikon dotata di automatismo a priorità di tempi, la FE aveva un funzionamento peggiore: qualora l'automatismo avesse calcolato un valore di diaframma non ottenibile dalla gamma di posizionamenti previsti, la fotocamera modificava il tempo di scatto per adattarlo a quel valore del diaframma.
Di conseguenza si trattava di una priorità di tempi per modo di dire.





Canon FTb e la FTbN







La FTb fu prodotta a partire dal 1971 e costituì un perfezionamento della FT, a cui venne aggiunto come caratteristica principale il funzionamento a tutta apertura dell'esposimetro realizzato grazie alla nuova linea di obiettivi FD introdotti un anno prima.

Altre caratteristiche nuove erano lo spostamento del comando di sollevamento specchio, ora integrato nella leva dell'autoscatto, l'adozione di una slitta con contatto caldo per il flash e l'apertura del dorso tramite sollevamento del manettino di riavvolgimento ma senza bottone di sicurezza.

Nell'ultima serie denominata FTbN, ed introdotta nel 1973:




fu introdotta la visualizzazione dei tempi di scatto nel mirino, inoltre fu applicato un coperchietto a molla per proteggere la presa PC, e fu infine uniformata l'estetica della leva autoscatto/stopdown a quella della F-1 e della EF, per differenziarla dal vecchio stile delle macchine FL.

In entrambe la selezione di tempi fuori dall'accoppiamento dell'esposimetro provocava la risalita nel mirino di un segnalino rosso.
Sempre per entrambe le macchine il sistema di caricamento della pellicola era il consueto QL, quindi la denominazione completa di entrambe è FTb-QL ed FTbN-QL; inoltre era possibile l'utilizzo dell'esposimetro esterno Canon Booster, già utilizzato sulla Pellix

Per la prima volta però su una macchina amatoriale, si poteva effettuare la lettura delle luce con il diaframma a tutta apertura, che si sarebbe chiuso al valore impostato durante lo scatto.
Fu questo uno dei motivi dell'enorme successo commerciale della FTb.





Canon TLb







Introdotta nel 1972 era una versione semplificata della FTb, per cui il tempo di scatto minimo era stato ridotto ad 1/500, lo specchio non era sollevabile manualmente, era priva del sistema QL, e non era possibile controllare il livello di carica della batteria.
L'esposimetro inoltre era tarato su di una lettura media ponderata, invece che su di una semispot come sulla FTb, ed il pulsante di scatto era privo del sistema di blocco di sicurezza.

Si trattava di una macchina a funzionamento manuale, senza nessun tipo di automatismo.
Scelto il tempo di scatto, si doveva far bisecare il circoletto collegato al diaframma con l'indice del galvanometro per ottenere l'esposizione corretta.




Canon EF










La EF fu un interessante modello uscito nel 1972 con diverse caratteristiche nuove: per la prima volta nella storia della Canon infatti si poteva avere:

1) Controllo elettronico (da cui la sigla EF).
Sebbene i microprocessori non fossero stati ancora adottati, vennero usati comunque componenti discreti miniaturizzati ed i primi cavi piatti flessibili per i cablaggi; qui potete vedere il circuito di controllo montato sul pentaprisma:



2) Esposimetro al silicio con sensibilità amplificata elettronicamente, con lettura semi integrata a prevalenza centrale, abbandonando quindi lo schema semispot usato per le macchine precedenti.

3) Otturatore Copal a scorrimento verticale a 3+3 lame metalliche (secondo la concezione moderna in uso ancora oggi), con funzionamento misto: meccanico per tempi rapidi con congegni di orologeria a molla, ed elettronico (con controllo del rilascio tramite solenoidi) per tempi da 1 a 30 secondi.

Ecco una foto dell'otturatore e del complesso meccanismo ad orologeria di comando, azionato da un sistema di funi tramite la rotella di selezione dei tempi sulla calotta:



4) Sensibilità da 12 a 3200asa, con risposta da -2EV sino a 18EV, decisamente molto esteso per quei tempi; questo permetteva, unitamente al meccanismo di sollevamento anticipato dello specchio di poter scattare foto notturne senza esposimetri supplementari.

5) Nel mirino apparvero entrambe le scale complete per i tempi e per i diaframmi:




La scala dei tempi, azionata dalla rotella superiore era collegata al galvanometro, che in base alla sensibilità selezionata indicava il diaframma corretto da usare. Tale diaframma veniva poi impostato automaticamente in fase di scatto se il selettore dell'obiettivo veniva posizionato su "A", mentre doveva essere regolato manualmente qualora si decidesse di usare la macchina senza priorità di diaframmi.
La scala dei diaframmi invece era mobile, collegata all'apertura massima dell'obiettivo tramite il consueto tastatore nel bocchettone, già usato sulla F-1.

6) Divenne possibile memorizzare l'esposizione tramite un pulsante (da tenere premuto) per ricomporre e scattare nelle situazioni in cui forti contrasti o controluce potessero ingannare l'esposimetro.

7) Permetteva di scattare esposizioni multiple senza che il contapose aumentasse inutilmente, grazie ad un pulsante coassiale all'interruttore di alimentazione che, oltre a disinnestare il traino della pellicola, metteva in folle anche l'ingranaggio contapose.

8) Era la possibile caricare la pellicola usando la leva di carica per tre volte ma senza dover usare il pulsante di scatto. Infatti bastava armare la leva tre volte di seguito: a partire dalla prima posa utile, la N.1, si attivava il pulsante di scatto.
Questa importante innovazione non fu mai più adottata su nessun'altro corpo macchina FD.

9) A differenza di tutte le altre fotocamere FD quando si usa l'autoscatto lo specchio viene sollevato anticipatamente all'inizio del conteggio, prima dello scatto dell'otturatore, per minimizzare le vibrazioni.

Altre caratteristiche interessanti erano:

  • Automatismo a priorità di tempi e funzione di memoria per il blocco dell'esposizione; la macchina ovviamente funzionava anche in modalità manuale, scegliendo tempi e diaframmi, e poteva essere anche usata in stop-down.
  • Pulsante di scatto servo assistito da un dispositivo meccanico a molla che lo rendeva morbido per eliminare il rischio di vibrazioni durante lo scatto; sistema già sperimentato su macchine di fascia bassa precedenti ed usato per la prima volta su una reflex serie F.
  • Predisposizione per l'automatismo CAT per il flash azionabile tramite selettore sul retro.
  • Il coperchio a scatto della presa PC assolveva la funzione di sezionatore dei contatti della slitta flash per prevenire l'uso simultaneo di due flash sulla stessa macchina il cui funzionamento nel sistema CAT non era stato previsto.
  • L'interruttore di accensione della fotocamera, dove coassialmente era inserito il pulsante per le pose multiple, funzionava anche da blocco meccanico della leva di carica, facendola scattare in posizione di lavoro appena lo si commutava su ON. La stessa leva aveva una corsa corta, di soli 120°, anche se non permetteva la carica con movimenti additivi.


L'alimentazione era fornita tramite due consuete pile PX625 alloggiate sul fondello il cui livello di carica poteva essere controllato premendo un piccolo pulsante accanto al vano pile: se il led accanto al pentaprisma lampeggiava velocemente la carica era sufficiente, diversamente le pile erano da sostituire.


E' presente inoltre un circuito di regolazione della tensione che permette di usare le attuali pile PX625 da 1.5V (invece di 1.35V) senza alterazioni della lettura esposimetrica.  Anche in questo caso la EF è l'unica fotocamera che funziona con attuali pile PX625 senza dover ritarare l'esposimetro o dover usare costose pile zinco-aria.


Ecco invece una foto del complesso box specchio:


Per molti aspetti quindi la EF fu una macchina estremamente raffinata, innovativa e sperimentale, che vantava soluzioni intelligenti che non furono mai più utilizzate, nemmeno sulla successiva ammiraglia F-1 new (punti 3-7-8-9).

Le uniche critiche che si possono muovere al progetto EF sono la leva dell'autoscatto, dall'azionamento duro e resa dipendente dalla pressione di uno scomodissimo pulsante, e l'impossibilità di vedere il diaframma impostato nel mirino durante l'uso non programmato, cosa che rendeva l'uso manuale piuttosto antipatico, infatti l'esposimetro risultando svincolato dalla effettiva apertura del diaframma costringeva a controllare l'apertura impostata sull'obiettivo per farla coincidere con la lettura indicata dal galvanometro.

Un altro punto di forza della EF è nell'uso del flash. Abbinandole lo Speedlite 133D (descritto nella sezione flash) il funzionamento risulta del tutto automatico: il diaframma suggerito dal galvanometro che sulla F-1old deve essere impostato tramite la ghiera dell'obiettivo, viene invece impostato automaticamente sulla EF. Per il 1973 era un gran passo avanti.





Canon TX








Introdotta nel 1975 fu una versione economica della FTbN, limitata quindi nei tempi di scatto sino ad 1/500, con esposimetro semi-spot al 12%, leva dello stop-down senza dispositivo di blocco.
Quindi tutto sommato un modello poco interessante.

Tuttavia segnò un importante punto di svolta nella concezione dei modelli Canon: fu l'ultimo modello interamente meccanico degli anni 70, da questo momento in poi Canon cominciò ad utilizzare in modo massiccio l'elettronica, i fondelli e le calotte in plastica (pur cromata in galvanostegia), ingranaggi in plastica invece che in metallo, ed alleggerimento generalizzato dei modelli, con produzione altamente automatizzata, per limitare i costi di produzione ed aumentare i profitti.

Da questo momento in poi, con la nascita ufficiale della serie A, il pregio manifatturiero delle macchine Canon calò decisamente, con un'unica eccezione, la new F-1 del 1982, autentico capolavoro meccanico e canto del cigno della produzione di altissimo livello tecnico, di cui parlerò più avanti.





Canon AE-1








Fu introdotta nel 1976 ed è stata la prima macchina a controllo elettronico tramite microprocessore; infatti la sigla AE significa Automatica ed Elettronica.
Fu dotata quindi di otturatore elettromagnetico controllato da un pulsante morbidissimo (che non azionava più dispositivi meccanici, ma era un semplice pulsante elettrico). Ovviamente quindi il funzionamento senza batteria (6V, tipo mallory PX28) non era più possibile.
Con questa serie di macchine fu definitivamente abbandonato l'ottimo sistema di carica della pellicola QL, che non fu quindi mai più proposto (tranne che sulle macchine serie T, dove però era concepito diversamente).

Il mirino era di tipo classico, con stigmometro ad immagine spezzata e corona di microprismi, copriva il 93,5% del campo inquadrato e mostrava sul lato destro la scala dei diaframmi; per la prima volta i segnalatori di sovra/sottoesposizione erano costituiti da led, ed apparve sempre per la prima volta un led funzionale che indicava con una lettera "M" rossa l'attivazione del pulsante stop-down.
L'automatismo di cui era dotata era a priorità di tempi (con obiettivi FD e non FL) mentre l'esposimetro al silicio utilizzava uno schema a prevalenza centrale, con un pulsante per memorizzare l'esposizione.
Il campo di sensibilità utilizzabili andava da 25 a 3200asa, con intervallo da EV1 ad EV18, mentre la gamma dei tempi da 2 secondi a 1/1000 compresa la posa B.
Con la AE-1 fu abbandonato il sistema CAT per la gestione del flash, ed introdotto un nuovo sistema di gestione denominato "New Canon Auto Tuning" (CATS), ancora più perfezionato che richiedeva i modelli 155A e 199A.





Canon AT-1










Introdotta sempre nel 1976 era una versione semplificata della AE-1, dotata esclusivamente di funzionamento manuale, con esposimetro al solfuro di cadmio (e non al silicio), sensibilità ridotta da EV3 ad EV17, tempi di scatto da 2" sino ad 1/1000, e non era a controllo elettronico.






Canon A-1








Nel 1978 fu introdotta per la prima volta in tutto il mondo, una macchina superautomatica, la più complessa sino ad allora realizzata: la A-1.

Quella che vedete raffigurata in foto è dotata di impugnatura "sportiva", in pratica un elemento in plastica da fissare a vite sopra il vano batteria per facilitare l'impugnatura.

Su questa macchina era possibile utilizzare a piacimento:

  • Modalità manuale
  • Priorità di tempi
  • Priorità di diaframmi
  • Modalità programma (coppie predeterminate)
  • Modalità stop-down

Per la prima volta apparvero nel mirino informazioni numeriche circa i diaframmi ed i tempi impostati, tramite led luminosi rossi:






La A-1 tuttavia non era una macchina professionale; aveva otturatore in tela gommata, costruzione alleggerita, impiego massiccio di elementi in plastica, pentaprisma fisso, impossibilità di variare il sistema di lettura esposimetrico.

Era destinata al mercato dei fotoamatori, specie quelli fanatici di tecnologia e difatti ebbe un notevole successo commerciale.

Possiedo una A-1 ma sinceramente non mi entusiasma molto: è poco bilanciata perché pesa poco (623 grammi, contro gli 832 della F-1 old e gli 806 della F-1 new) non favorendo l'uso di teleobiettivi pesanti; i comandi non sono affatto intuitivi nonostante lo sforzo progettuale, che introdusse per la prima volta la rotella per l'azionamento dei diaframmi accanto al pulsante di scatto.

Inoltre, oggi, possiamo dire che non è una macchina ben riuscita: l'otturatore spesso manifesta malfunzionamenti dovuti al deterioramento dei magneti di rilascio delle tendine, senza contare che le guarnizioni in schiuma espansa si sciolgono, imbrattando i meccanismi interni e rendendo la macchina inutilizzabile.

Come potete vedere, l'otturatore della A-1 è di costruzione leggera, con uso di elementi in plastica, tra cui gli ingranaggi dei rulli di avvolgimento delle tendine:




Inoltre la maggior parte delle macchine della serie A soffre del cosiddetto "squeak" che è un rumore simile ad un miagolio che si manifesta a causa della cessata lubrificazione del gruppo specchio. Si può ovviare iniettando una o due gocce d'olio in un punto preciso della fotocamera tramite una siringa con ago molto fine, come potete vedere in questo video:



Nota sul video: il ragazzo è volenteroso, ma lavora in modo grossolano, non usate coltelli e siate più attenti. Osservate bene dove verrà iniettato l'olio, è l'unica cosa importante da imparare, il resto dimenticatelo.

Tuttavia per la prima volta apparvero anche un autoscatto regolabile a 2 oppure 10 secondi, un selettore per l'impostazione degli automatismi tanto ingegnoso quanto spratico, cosi' come era spratica e destinata a rompersi la levetta in plastica per l'azionamento stop-down.
Era dotata di memoria per l'esposizione, e di un pulsante per leggere l'esposizione senza usare il pulsante di scatto; tale soluzione fu adottata perché risultava scomodo leggere l'esposizione tramite il pulsante di scatto (rischiando anche di scattare la foto prima del tempo) e contemporaneamente manovrare la ghiera dei diaframmi; purtroppo però questo pulsante può essere facilmente confuso col pulsante della memoria (sono sovrapposti) causando il blocco dell'esposizione non voluto.

Un'altra nota dolente della A-1 era il fabbisogno di energia: basta scordarsi la macchina accesa per mezza giornata per scaricare completamente la batteria.

Chi usa oggi questa macchina deve portarsi appresso almeno una pila di scorta, visto che il funzionamento interamente elettronico impedisce l'uso della macchina senza alimentazione.

Per questa macchina, pur amatoriale, furono previsti accessori più che per le altre macchine di fascia bassa: motori per lo scorrimento della pellicola (ma non per il riavvolgimento), schermi di messa a fuoco alternativi (da montare come si fa oggi, visto che il pentaprisma era fisso), dorso datario, ingranditore ribaltabile S, ecc.



La scarsa affidabilità di questo modello, a mio avviso, la rende oggi più una macchina da collezionista che da utilizzare effettivamente per fare fotografie.

Nelle intenzioni di Canon la A-1 avrebbe dovuto scalzare il predominio della F-1 interamente meccanica e troppo costosa da produrre visto che le nuove fotocamere della serie A erano prodotte da catene di montaggio interamente automatiche con un costo di produzione decisamente inferiore rispetto alle macchine meccaniche che richiedevano manodopera e messe a punto laboriose.
Tuttavia questa intenzione fu disattesa dal pubblico e Canon dovette sostituire la F-1 con una nuova F-1.





Motori per il traino della pellicola





I modelli disponibili erano due, appositamente concepiti per la A-1.

Il modello più semplice è il Power Winder A, capace di 2 scatti al secondo ed alimentato da 4 pile a stilo oppure tramite accumulatore al nickel cadmio Battery Pack A:




Una successiva variante fu il Power winder A2 introdotto successivamente e dotato di selettore scatto singolo/raffica e connettore per scatto remoto:


In alternativa vi era il Motor Drive MA:




Un motore capace di 5 scatti al secondo, con gruppo di alimentazione sostituibile rapidamente e pensato, oltre che per l'uso delle pile a stilo, anche per accumulatori ricaricabili.
Inoltre era comandabile da remoto e dotato di pulsante di scatto verticale.





Curiosità






Questo è un raro alimentatore a batteria esterno: External battery pack A

Si erano accorti del gran consumo di corrente, ma l'accessorio proposto costava veramente una fortuna; utilizzava due portapile già usati sui motori di trascinamento oppure gli accumulatori nickel cadmio.





Questa invece è una versione speciale per uso oftalmologico, la F-A:





Qui invece un altrettanto raro e costoso scafandro per fotografia subacquea, il Marine Capsule A:







Canon AV-1






Introdotta nel 1979, era una versione della AE-1 con programma per priorità di diaframmi invece che di tempi e priva altresì di funzionamento manuale.

Per il resto le caratteristiche sono pressoché equivalenti a quelle della AE-1.

Fu l'ultima macchina prodotta nella decade del 1970.





Canon AE-1 Program









Introdotta nel 1981, fu l'evoluzione della AE-1, di cui erano stati venduti oltre 4 milioni di esemplari.

Seguendo la moda del momento, fu eliminato l'ago del galvanometro dal mirino, inserita la modalità "Program" (coppie equivalenti) prima assente, inserito il tasto per la memoria dell'esposizione, resi intercambiabili gli schermi di messa a fuoco, aggiunta l'impugnatura supplementare della A-1, utilizzato un otturatore completamente elettronico, ed inserito un avvisatore acustico per l'autoscatto, oltre la spia luminosa.




Canon AL-1









Fu introdotta nel 1982, quindi un anno dopo la nuova F-1, ma ne parlo ora per dare continuità logica alla serie A e chiudere la trattazione della serie F con la nuova F-1.

Fu l'ultima macchina prodotta della serie A, in quanto i modelli successivi furono la serie T, di concezione totalmente differente.

Questo modello tuttavia aveva una particolarità: per la prima volta era presente un sistema di aiuto per la messa a fuoco:





Nel mirino, focheggiando manualmente, si accendevano dei led triangolari per indicare in quale direzione occorresse ruotare la ghiera dell'obiettivo; raggiunta la messa a fuoco corretta si accendeva un pallino verde, che è usato tuttora.

Vi ricordo che in quegli anni era iniziata la sperimentazione dei sistemi autofocus e Canon aveva già prodotto uno zoom FD con messa a fuoco automatica mediante telemetro incorporato nello stesso obiettivo, mentre per la T80 furono prodotti i primi obiettivi FD AC con motore interno di messa a fuoco ed elettronica nel corpo macchina.

Quindi la AL-1 fu un tentativo di contrastare la concorrenza, che già incorporava sistemi di aiuto per la messa a fuoco.

Tramite delle particolari incisioni nello specchio:






la luce passava, per via di uno specchio secondario, ad un sistema di prismi che scomponeva il fascio in tre porzioni, che inviate a tre sensori CCD effettuava un'analisi del contrasto, accendendo dei led nel mirino per suggerire la direzione in cui regolare il fuoco.
Tale sistema venne denominato qF (quick focus).
La AL-1 segno' la fine delle fotocamere in stile tradizionale, come lo si era visto dagli anni 50 in avanti.
Le macchine successive della serie T, fecero da ponte al sistema produttivo e di design così come lo conosciamo oggi, in particolare la celeberrima T90.

Ma il prossimo capitolo è dedicato alla regina del sistema FD: la new F-1 del 1981.





Il capolavoro della Canon.
new F-1






Una precisazione preliminare: Canon contribuì a generare confusione con i nomi delle F-1 in quanto non volle mai utilizzare il nome F-2 od F-3 per la macchina di punta, quindi utilizzò il nome F-1 per 3 modelli:

F-1 primo modello del 1971
F-1 new aggiornamento del primo modello del 1976
new F-1 nuovo modello del 1982

E' tuttavia consuetudine chiamare F-1 old entrambi i modelli del 1970 e del 1976, riservando il nome F-1 new al modello del 1982; questo è bene saperlo per evitare incomprensioni.

Molte informazioni in questo articolo sono tratte dalla pubblicazione "Canon New F-1 World" edita nel 1982.
Si tratta di un libro di 176 pagine assolutamente introvabile, dal quale ho preso spunti molto interessanti ed appreso quanto fosse vasto il sistema concepito attorno a questa fotocamera.





Estate del 1981: Canon rinnova l'ammiraglia, con il solito stile che la contraddistingue: nessuno stravolgimento, ma conservazione della tradizione con innovazioni importanti che rendono questa fotocamera la migliore mai prodotta nel sistema FD (La T90 pur essendo fortemente innovativa non ha avuto la stessa riuscita).





Lo sforzo progettuale per la produzione della F-1 fu colossale.

Furono ridotte le tolleranze di lavorazione dimezzandole rispetto alle precedenti produzioni, da ±0,005mm a ±0,002mm.
Furono aggiunti 200 componenti meccanici in più ma il peso calò di 50grammi rispetto alla F-1 old.

La macchina è in realtà un misto di elettronica e meccanica, ma puo' funzionare anche senza pila e l'elettronica inserita non è stata esagerata come sulla A-1.
Le indicazioni dell'esposimetro furono realizzate tramite galvanometro, e non con display a led, in piena controcorrente con la tendenza di quegli anni; questo per strizzare un'occhio ai professionisti tradizionalmente abituati all'uso del galvanometro....come dargli torto? Col galvanometro a colpo d'occhio non si legge solo l'esposizione attuale, ma si puo' valutare la scala dell'esposizione, con un uso più intuitivo anche oggi, abituati allo strapotere dei numerini nel display.
Furono attuate soluzioni estremamente raffinate nello sviluppo dei mirini, dei motori, degli accessori, che resero il sistema della F-1 il più completo mai prodotto in tutta la storia della Canon.
Nella macchina non erano presenti parti in plastica, ad eccezione di quelle richieste per una funzionalità specifica, come ad esempio le guarnizioni per sigillare la scocca, oppure rulli autolubrificanti in nylon per lo scorrimento delle tendine.

Osservate nelle foto i dettagli tecnici.

Microcuscinetti a sfere sui perni più sollecitati e la struttura del freno delle tendine:




Gli elettromagneti per il rilascio delle tendine con il traferro laminato in argento:




Saldature al laser tra ingranaggi ed alberi, e la lucidatura a specchio dei componenti più importanti, con realizzazione di gole per la ritenuta del lubrificante contro le bronzine, ampiamente utilizzate su ogni elemento che richiedesse movimenti rotatori.




Componenti elettromeccanici di precisione, ed i primi componenti elettronici a montaggio superficiale (nel 1982!)




La macchina fu concepita per lavorare a temperature comprese tra -30 e +60°C, totalmente impermeabilizzata da acqua e polvere e resistente a colpi e vibrazioni:





Qui potete vedere lo schema logico della macchina:




mentre questo è lo schema elettronico:



L'otturatore della macchina fu concepito per sopportare centomila cicli, e montava tendine in titanio con funzionamento meccanico per tempi da 1/2000 ad 1/90 (sincroX), oppure elettronico per tempi lenti, da 1/60" sino ad 8"



E questa è una piccola parte del panorama accessori, che comprendeva ben 180 elementi:






La F-1 è una macchina manuale, che puo' essere evoluta mediante l'utilizzo di accessori, in modo da calibrarla al proprio sistema di lavoro.
Montando infatti un prisma specifico acquisisce la priorità di diaframmi, montando invece un motore acquisisce la priorità di tempi (scelta logica del resto visto che solitamente chi scatta a priorità di tempi necessita anche di sequenze veloci di scatti).
Lo schema del sistema esposimetrico era incorporato nel vetrino di messa a fuoco:






ed erano disponibili 3 tipi di schermo di messa a fuoco, ognuno dei quali realizzava uno schema esposimetrico differente:






Erano quindi disponibili una lettura media ponderata, una semispot ed una spot.

Il fatto che si dovesse sostituire lo schermo di messa a fuoco per cambiare il sistema esposimetrico oggi fa un po' sorridere, ma contribuisce all'essenzialità della fotocamera; chi fotografa da un po' di anni sa che lo schema esposimetrico non si cambia ogni 5 minuti, la limitazione quindi è tollerabile, basta portarsi dietro uno schermo spot per avere tutto quanto serve (io in realtà preferisco l'uso di un più versatile esposimetro esterno).

Gli schermi disponibili erano 13 tipi di cui molti realizzati secondo le 3 tipologie, per un totale di 32 elementi:






L'identificazione dello schermo avveniva tramite una sigla di due lettere, di cui la prima indicava il sistema esposimetrico (A=average cioè media; P=partial cioè semispot; S=spot), mentre la seconda lettera (A, B, C, D, ecc.) indicava il tipo di lavorazione dello schermo.
Così lo schermo AE (standard sulla F-1) era uno schermo di tipologia E (opaco al laser con microprismi e stigmometro) con lettura esposimetrica media pesata al centro.





I componenti della F-1







Questo è il mirino:




Le due scale sono mutuamente esclusive.
La scala a destra, su cui si posiziona il galvanometro, mostra i diaframmi, mentre il tempo di scatto è indicato in verde al di sotto della scala.
Inserendo il pentaprisma AE finder FN, la macchina acquisisce la priorità di diaframmi: posizionando infatti la ghiera dei tempi su A, quando il pernetto metallico impegna il cursore sporgente dal pentaprisma, la scala dei diaframmi scompare, ed appare quella dei tempi in basso, ove il galvanometro indica il tempo accoppiato al diaframma impostato, il cui valore viene mostrato in una finestrella, e viene letto otticamente sulla ghiera dell'obiettivo attraverso un circuito ottico piuttosto originale:




La misura esposimetrica sulla F-1 è semplice ed intuitiva, la scala del galvanometro presenta diversi riferimenti:




Abbiamo un cerchietto mobile collegato alla ghiera dei diaframmi, che si posizionerà quindi sul valore del diaframma scelto sull'obiettivo.
Vi è poi l'indice del galvanometro accoppiato tramite l'esposimetro ai tempi di scatto.

Per avere una esposizione corretta (la cui tipologia dipende dallo schermo di messa a fuoco montato), occorre bisecare il cerchietto tramite l'ago del galvanometro, e questo lo si puo' ottenere sia variando i tempi, sia variando i diaframmi.

E' importante anche sapere che l'ago dell'esposimetro può avere due modalità di funzionamento, a seconda della posizione del selettore apposito:



  • Nella posizione "normal" il galvanometro indica la lettura esposimetrica mentre viene premuto a metà il pulsante di scatto; appena lo si rilascia, la lettura cessa.
  • Nella posizione "hold" invece la lettura viene effettuata per 16 secondi durante i quali il sensore esposimetrico al silicio continua a misurare la luce che riceve (funzione annullabile tramite il tasto controllo batteria).
  • Nella posizione "light" il funzionamento è lo stesso della posizione "hold" ma in più la scala dell'esposimetro viene illuminata.
     
Nella nuova F-1 non furono previste funzioni di blocco dell'esposizione, né di sollevamento anticipato dello specchio, cosa quest'ultima che unitamente alla scomparsa dal corredo di un prisma esposimetrico di tipo booster (come fornito sulla vecchia F-1), delinea chiaramente la volontà della Canon di non prevedere l'uso della nuova F-1 per esposizioni notturne prolungate. Secondo la casa il nuovo sistema ammortizzatore dello specchio rendeva superfluo il sollevamento anticipato; in effetti si possono fare scatti a mano libera ad 1/8 di secondo.


E' possibile tuttavia memorizzare l'esposizione per sostituzione del soggetto: basta leggere la luce nella zona che ci interessa e far coincidere il riferimento del diaframma con quello del galvanometro, poi ricomporre e scattare. Probabilmente in omaggio all'essenzialità formale di questa macchina non fu ritenuto opportuno aggiungere un nuovo pulsante per memorizzare l'esposizione.

E' altresì importante verificare che in base alle impostazioni selezionate non via sia sovraesposizione o sottoesposizione:


Se il galvanometro si posiziona sugli estremi della scala, segnati in rosso, occorre modificare i parametri selezionati sino a farla tornare nella zona normale.
A differenza della vecchia F-1, dove i segnali di sovrae/sottoesposizione erano fissi ai margini della scala, sulla nuova F-1 il segnalino rosso di sottoesposizione tiene conto dell'apertura massima dell'obiettivo, spostandosi di conseguenza (alzandosi dal basso) e leggendola tramite un pulsante tastatore situato dentro il bocchettone di innesto, che va a leggere l'altezza di un perno posizionato sul fondello dell'obiettivo, di quota variabile a seconda della luminosità.

Montando invece il pentaprisma AE finder FN, si può attivare la priorità di diaframmi e si avrà questa scala nel mirino:



Anche in questo caso si avranno i segnali di errata esposizione agli estremi della scala, ma se l'esposizione è corretta il galvanometro si limiterà ad indicare il tempo scelto dalla fotocamera in relazione al diaframma impostato, che è l'unica regolazione possibile in questo caso.

La F-1 può anche montare obiettivi FL, oppure R, o addiruttura obiettivi non canon tramite adattatori; a titolo di curiosità osservate quanti adattatori la canon tenesse a catalogo per il corredo FD:

modelli A, P, E, B:


modello N:

In particolare:

Lens mount converter A
Permette di montare su fotocamere FD obiettivi con passo Leica M39, quindi anche obiettivi da riproduzione.

Lens mount converter B
Permette di montare obiettivi FD su fotocamere M39 (con perdita della messa a fuoco ad infinito), oppure su ingranditori da stampa.

Lens mount converter P
Permette di montare su fotocamere FD obiettivi M42 Pentax/Fujinon/Cosina ecc.

Lens mount converter E
Permette di montare su fotocamere FD obiettivi Topcon/Exakta/Angenieux/Zeiss Jena

Lens mount converter N
Permette di montare su fotocamere FD obiettivi Nikon; quest'ultimo adattatore era venduto a prezzo "politico", ossia carissimo, per scoraggiare l'operazione di adattamento di ottiche nikon.


Per poter usare obiettivi adattati, occorre predisporre la fotocamera alla lettura stop-down, tramite apposito pulsante situato sotto il bocchettone (dotato di collare rosso per evidenziare l'attivazione):


e nel mirino, sulla scala a destra il cerchietto collegato al diaframma non sarà più disponibile: per avere una esposizione corretta occorrerà far coincidere l'ago del galvanometro con la tacchetta nera situata accanto al valore 5.6:



che non indica affatto il valore del diaframma (la macchina non lo può rilevare) ma solo il riferimento per l'esposizione corretta. La regolazione potrà essere effettuata sia tramite la ghiera dei tempi sul corpo macchina, sia su quella dei diaframmi sull'obiettivo.


Veniamo ora ad una descrizione operativa della macchina.

L'organizzazione dei comandi è piuttosto classica, ma caratterizzata da notevole razionalità, cosa che permette di familiarizzare con essi in breve tempo e di sentire la macchina "propria" molto meglio che con altri modelli (come la A-1 ad esempio).

La batteria utilizzata è la PX28 da 6V tuttora disponibile:
da notare che il coperchio batteria funge da impugnatura, ed ha un sistema di blocco a pulsante efficace e solido, nulla a che vedere con i sistemi usati sulle altre macchine della serie A coeve, dove un pezzetto di plastica veniva avvitato sul corpo macchina, rendendo impossibile il cambio pila e rimanendo comunque fissato in modo precario.

Il controllo di carica della batteria si fa premendo il pulsante a lato del bocchettone:



ed osservando l'indice del galvanometro:


se esso si posiziona sopra la tacca nera accanto al diaframma 5.6 la carica è sufficiente, ed è tanto maggiore quanto più sopra si posiziona l'indice rispetto al riferimento.
Il pulsante per il controllo della carica assolve anche altre due funzioni: annulla il conteggio per l'autoscatto e spegne l'illuminazione della scala diaframmi.

La leva di carica della pellicola ha un funzionamento singolo oppure additivo (brevi colpi ripetuti), con una ampiezza di 139°, ma puo' essere fermata su una posizione di partenza di 30°, per facilitare l'armamento dell'otturatore nei casi in cui si segua un'azione veloce.
Per inciso la posizione di partenza arretrata permette al pollice di raggiungere la rotella di regolazione dei tempi con maggiore facilità.



Accanto alla leva di carica è situato un pulsante marcato con "R" (rewind) che ha due funzioni: permette di riavvolgere la pellicola a fine rullo,e di ricaricare l'otturatore senza avanzamento pellicola per fare esposizioni multiple. Il pulsantino è dotato di una sicura contro azionamenti accidentali: occorre premere e contemporaneamente ruotarlo in senso orario sino a farlo abbassare.


Il pulsante di scatto dell'otturatore è un altro gioiello meccanico:


La cui ghiera coassiale riporta 3 modalità:
  • A (active) è la posizione operativa
  • L (lock) blocca il pulsante e spegne i ciruiti elettrici per risparmiare la pila
  • S (selftimer) è l'autoscatto a 10 secondi con avviso sonoro

Il pulsante di scatto è servoassistito meccanicamente per consentire un funzionamento dolce contro le vibrazioni. Da notare che se la pila si scarica la macchina puo' operare ugualmente, ma bisogna avere l'accortezza di toglierla dal vano batteria, altrimenti la macchina non funzionerà.
E' interessante osservare che l'elettrodo negativo nel vano batteria è in realtà anche un pulsante meccanico, che attiva il sistema di servo assistenza del pulsante di scatto; la verifica è semplice: basta togliere la batteria dal vano per riscontrare che il pulsante di scatto diventi molto più duro nell'azionamento; premendo invece col dito l'elettrodo negativo nel vano batteria, il pulsante di scatto riprende il suo consueto funzionamento morbido.

Questo è il gruppo portapila visto da dietro, si nota la fine meccanica montata sul polo negativo:


Cortesia di Gerardo


E' possibile anche bloccare l'otturatore sempre aperto (posizione T non prevista sulla ghiera dei tempi): basta premere il pulsante di scatto con l'otturatore predisposto su B e contemporaneamente girare la ghiera su L per bloccarlo. Ovviamente è meglio farlo con un filocomando provvisto di blocco per non indurre vibrazioni, ma è una nozione che in caso di emergenza può essere utile.
Il pulsante accetta il classico telecomando a filo da avvitare con attacco conico:





(qui un raro esemplare originale canon, con pratica ghiera di blocco a rotazione)

L'apertura del dorso avviene tirando verso l'alto il manettino di riavvolgimento e contemporaneamente premendo un pulsantino cromato (per evitare aperture accidentali):




La regolazione della sensibilità si ottiene tramite un selettore circolare coassiale al manettino di riavvolgimento, ed è dotato di pulsantino cromato di blocco contro azionamenti accidentali. A titolo di curiosità sulle prime F-1 la scala ASA era segnata in verde, mentre sulle ultime fu segnata in bianco per renderla più visibile.



sulla stessa ghiera è inserito il correttore di esposizione, che permette una regolazione di ±2 stop, anche questa bloccata da un pulsantino di sicurezza nero:



da notare che la scala non è marcata in stop come si usa oggi, ma in fattore di esposizione, dove 1/4 corrisponde a -2 stop, 1/2 corrisponde a -1 stop, 2 corrisponde a +1 stop, 4 corrisponde a +2 stop ed 1 è la posizione di riferimento.

Nella stessa foto è visibile la finestrella opalina che da' luce alla scala dell'esposimetro verticale.

Il pentaprisma era munito di un otturatore, azionabile tramite una levetta, avente lo scopo di impedire l'ingresso di luce dal mirino durante le lunghe esposizioni, per non modificare la lettura esposimetrica:



Sul fondello della macchina troviamo invece tre tappi ed un pulsante:




Da sinistra verso destra:
  1. Il primo tappo chiude la presa di forza per l'avanzamento della pellicola tramite motore.
  2. Il pulsantino incassato sblocca il riavvolgimento della pellicola ed è azionato dal motore, per il riavvolgimento, tuttavia ha una importante funzione manuale: se capita di caricare l'otturatore quando è finito il rullo, e la leva non riesce a raggiungere il fine corsa, il pulsante di sblocco pellicola superiore, marcato R, non riesce ad effettuare lo sblocco; occorre quindi premere il tastino inferiore tramite una biro o qualcosa di appuntito. E' bene saperlo perché non riuscire a sbloccare il riavvolgimento puo' comportare il danneggiamento della pellicola se erroneamente si aziona il manettino credendo di avere correttamente effettuato lo sblocco tramite il pulsante R.
  3. Foro filettato UNC 1/4"x20p standard per cavalletto.
  4. Il secondo tappo, il più piccolo, copre la presa di forza che comanda l'otturatore quando si monta un motore.
  5. Il terzo tappo invece copre la presa di forza dedicata al riavvolgimento motorizzato della pellicola che puo' essere fatto solo col motore AE motor drive FN (l'altro motore, il Power winder FN non è dotato di riavvolgimento motorizzato). E' importante sapere che questo tappo espone la pellicola impressionata alla luce, quindi non deve essere rimosso con la pellicola caricata in macchina.


Parliamo ora dell'immenso parco accessori previsti per la new F-1.





Gli accessori per il mirino






Sulla nuova F-1 furono progettati 5 tipi di prismi intercambiabili, di cui due erano oculari speciali.

Il prisma di cui la macchina era dotata nella configurazione standard è denominato Eye-Level finder FN:




Con questo pentaprisma si ha una visione pari all'97% del campo inquadrato con ingrandimento 0.80X su obiettivo standard.
Permette il funzionamento della fotocamera esclusivamente in manuale (oppure a priorità di tempi se è installato un motore); è dotato di otturatore oculare e di slitta porta accessori/flash.
Questo prisma diventa la base per calcolare gli ingrandimenti o riduzioni degli altri prismi, ed è considerato fattore 1X nelle brochure Canon.



Il secondo prisma disponibile è denominato AE Finder FN:


Può essere usato come il precedente, quindi con funzionamento della fotocamera in manuale e scala esposimetrica a destra, oppure a priorità di diaframmi, impostando il selettore dei tempi su A, che tramite un piccolo perno sporgente, spinge un cursore presente sul pentaprisma, il quale commuta la scala esposimetrica da destra verso il basso ed attiva l'elettronica per la gestione a priorità di diaframmi.
E' un po' più massiccio del precedente e sul frontale ha una finestrella opalina che serve a dare luce alla scala dei tempi.
Inoltre nella battuta frontale c'è un'altra piccola finestrella che legge la misura del diaframma dalla ghiera dell'obiettivo e la riporta nel mirino; tale interessante funzione è utilizzabile solo su obiettivi newFD con pulsante di sblocco, e non sui breachlock con collare cromato perché in questi ultimi la scala dei diaframmi è posizionata più avanti.
Ha la stesse caratteristiche ottiche del precedente ed è parimenti dotato di chiusura oculare e slitta accessori.

Su entrambi i prismi è possibile effettuare correzioni diottriche per portatori di occhiali tramite lenti correttive denominate Dioptric adjustment lens R che vennero prodotte in 10 gradazioni differenti e sono difficilissime da trovare:





Inoltre sullo stesso innesto filettato è possibile applicare l'oculare ribaltabile R denominato Magnifier R:




un accessorio interessante, che si fissava dietro la finestrella tonda dell'oculare ed era dotato di una cerniera a snodo che permetteva di ribaltarlo verso l'alto quando non necessario.
Unico limite era rappresentato dall'impossibilità di ingrandire tutto il mirino e quindi di non poter leggere l'esposimetro. Tuttavia la versatilità dello snodo permetteva di usarlo per ingrandire (2X) la porzione centrale alla bisogna (per esempio per macrofotografie) e di ripiegarlo verso l'alto quando non necessario.
Inoltre svitando l'oculare dalla sua montatura, era possibile avvitarlo direttamente sul pentaprisma, riducendo l'ingombro, oppure con un anello di plastica in dotazione, poteva essere montato a scatto sull'oculare R, conservando la regolazione diottrica.

Anche per la nuova F-1 erano utilizzabili i mirini angolari Angle Finder già utilizzati sulla precedente F-1.
Esso permetteva di ingrandire il campo inquadrato con una visione dall'alto, utile per situazioni particolari, specialmente in macrofotografia.
L'angle finder era fornito in due versioni: la versione B forniva la visione corretta, come quella del pentaprisma della reflex, mentre la versione A2 forniva la visione ribaltata sull'asse verticale (con i lati invertiti).



Il terzo prisma era stato denominato Speed Finder FN:




Un oggetto complesso, concepito per riprese difficili in ambito sportivo, composto da un prisma fisso e da uno rotante, che permetteva di osservare normalmente, oppure con macchina a livello della cintura, oppure capovolta in aria; dotato di presa accessori/flash (a differenza del modello della F-1 old) e di conchiglia oculare in gomma.

Tuttavia aveva qualche limite.

Anzitutto l'impossibilità di effettuare correzioni diottriche; tuttavia è possibile utilizzare gli occhiali da vista perché la finestra è molto ampia rispetto a quella di un eye-level finder o di AE finder FN.

Secondariamente riduce il campo inquadrato di 0.67 volte rispetto ai due prismi precedenti, cosa piuttosto seccante;
considerando anche che osservando la finestra da lontano non si riesce a vedere tutto il campo inquadrato e sorgono anche aberrazioni ottiche che distorcono l'immagine.

Infine la chiusura oculare era realizzata grossolanamente tramite una lamina di gomma riportata nella conchiglia, da ribaltare e fissare tramite un sistema rudimentale.

Anche in questo caso la fotocamera è utilizzabile solo manualmente, oppure a priorità di tempi utilizzando un motore.

Osservate il notevole ingombro che assume montato sulla fotocamera:




Interessante la possibilità di utilizzo inclinato (un 'liveview' ottico).


Il quarto era denominato Waist-level Finder FN:




ed era sostanzialmente un mirino per la visione a pozzetto, dove è possibile osservare il vetrino di messa a fuoco a grandezza naturale (appare quindi piccolo, avendo le dimensioni di un fotogramma 36x24) ma si possono usare gli occhiali, perciò, nonostante il campo inquadrato non sia ingrandito lo si puo' vedere distintamente tenendo la fotocamera all'altezza della cintura; da notare che la visione è invertita: l'immagine non è capovolta, ma riflessa orizzontalmente, cosa di cui bisogna tenere conto per il puntamento; anche la scala esposimetrica si trova quindi sul lato sinistro.

Ecco come appare con la lente ribaltata in modalità visione a pozzetto:



E' possibile inoltre ottenere un moderato ingrandimento pari ad 1,2X rispetto ai prismi standard, tramite una piccola lente ribaltabile mediante un pomello rotante.
In questo caso però occorre avvicinare l'occhio all'oculare e, non essendo presente regolazione diottrica, l'uso con occhiali è svantaggiato notevolmente.

Ed ecco come appare con la lente in posizione di ingradimento:



Sostanzialmente pensato per la macrofotografia o la fotografia in situazioni dove non si vuole essere notati è un accessorio interessante ed ancor oggi moderatamente costoso.

Infine ecco come appare la visione diretta dello schermo di messa a fuoco (lente ribaltata e non operativa), dall'altezza di circa 70cm :



ho effettuato la ripresa obliquamente per mostrare anche la minuscola scala dell'esposimetro a grandezza naturale, che ad occhio nudo si vede, ma inquadrata con la fotocamera no (l'anello sfocato non è altro che la conchiglia oculare in gomma).


Una piccola precisazione: nelle brochure Canon sono rappresentate due lenti, di cui quella in alto è la lente ribaltabile in posizione operativa, mentre quella in basso non esiste affatto, altrimenti non avrei potuto fare questa foto:



In realtà la strisciolina azzurra disegnata nella parte inferiore rappresenta il cammino ottico per la visione della scala esposimetrica, realizzato tramite un minuscolo prisma rettangolare.



L'ultimo elemento, denominato Waist-level Finder FN-6X è un piccolo gioiello ottico:



Si tratta di un oculare che effettua un ingrandimento costante del campo inquadrato pari ad 1,55X.
Anch'esso mostra l'immagine riflessa, ma priva di distorsioni, grazie alle sue 5 lenti in 3 gruppi e dispone di una ampia regolazione diottrica, che lo rende perfetto da usare.
E' stato sicuramente studiato per la macrofotografia o la riproduzione di documenti, ma è perfetto per la fotografia di strada laddove non si vuole essere notati; non puo' essere utilizzato ad altezza cintura, occorre forzatamente avvicinare l'occhio all'oculare, anch'esso provvisto di conchiglia in gomma. Tuttora questi oculari spuntano prezzi di acquisto piuttosto elevati.

Con entrambi gli ultimi due oculari descritti la fotocamera è utilizzabile solo manualmente, oppure a priorità di tempi utilizzando un motore.

Osservate infine i due oculari comparati tra loro:







I motori per il traino della pellicola






Sostanzialmente erano forniti due tipi di motori per l'avanzamento/riavvolgimento della pellicola.

Il primo tipo era denominato Power winder FN:



ed aveva il grande vantaggio di essere leggero e compatto.
Alimentato da 4 pile a stilo il cui vano era incorporato nel blocco motore, permetteva una cadenza di raffica di 2 foto/secondo.
Il selettore rotativo disposto sul manico supplementare aveva 2 posizioni di lavoro oltre quella di blocco: C per lo scatto continuo ed S per lo scatto singolo.
Lateralmente era previsto un ulteriore pulsante di scatto, da utilizzare con la macchina tenuta verticalmente; anch'esso era bloccabile ma era privo di selettore delle funzioni, che quindi dovevano essere impostate sul pulsante principale.
Sulla parte posteriore vi era un contapose dal funzionamento sottrattivo (partiva da posa 36 a scalare) che era programmabile per la posa iniziale (quando esistevano rulli da 12-24-36 pose, oppure per i rulli bobinati in proprio); vi era poi un pulsante di azzeramento per il contapose ed ancora un jack da 2.5mm per i comandi remoti elettrici (che descriverò più avanti) ed infine un led che segnalava la fine del rullo e la necessità di riavvolgerlo; non era presente un controllo per la carica delle pile.
Il grosso vantaggio del power winder FN era la portabilità e la leggerezza: lo spessore del corpo macchina col winder montato rimaneva immutato, cosa decisamente apprezzabile.
Il limite di questo accessorio però era che non permetteva il riavvolgimento della pellicola, che andava effettuata manualmente, premendo il pulsante R e riavvolgendo col manettino.



Il secondo tipo di motore era denominato AE Motor Drive FN:





Si tratta di un motore decisamente più versatile del precedente, ma anche più pesante ed ingombrante.

Aveva il grosso vantaggio di poter staccare il gruppo di alimentazione rapidamente, per cui utilizzandone due, si poteva istantaneamente fare un cambio batterie, per non perdere tempo operativo.
Inoltre era dotato di motore indipendente per il riavvolgimento della pellicola.
Il selettore di scatto aveva 3 posizioni oltre il blocco: S per lo scatto singolo, L per la raffica lenta di 3,5 fotogrammi al secondo, H per la raffica veloce (da 4,5 a 5 fotogrammi al secondo, a seconda dell'alimentazione)
Era munito di una presa di forza per il dorso pellicola ad alta capacità (100 fotogrammi), che descrivero' più avanti, ed oltre agli stessi comandi del power winder aveva un pulsante per il riavvolgimento della pellicola.

Per questo motore erano disponibili 4 soluzioni differenti per l'alimentazione:


 In particolare:

Il Battery pack FN era un alimentatore a pile stilo, ne montava 12, e permetteva cadenze di raffica di 5 fps oppure 3,5 fps; era munito di pulsante di test con led per il controllo della carica e dotato di jack da 2,5mm per lo scatto remoto. Su di esso era anche riportato il pulsante di scatto verticale bloccabile.

Il Ni-Cd Pack FN era un gruppo ricaricabile al Nickel-Cadmio di bassa capacità e di profilo ridotto (stesso spessore del corpo macchina) e permetteva 4.5/3.5 fps.

L' High Power Ni-Cd Pack FN era invece un gruppo ricaricabile ad alta capacità, che manteneva la cadenza di 5/3.5 fps ed era munito di pulsante di scatto verticale e jack per il controllo remoto.
Inoltre sul davanti era presente una presa di alimentazione, che tramite il Battery Cord C-FN:



permetteva di alimentare anche la fotocamera, eliminando la necessità della pila.

Entrambi i gruppi ricaricabili necessitavano di un apposito alimentatore per la ricarica, denominato MA-FN:

 

 Una breve nota: trovare oggi i gruppi ricaricabili in buono stato è assai difficile, considerando l'effetto memoria delle celle al NiCd e gli innumerevoli anni trascorsi è probabile che siano esauriti, per non parlare della difficoltà nel trovare l'alimentatore che avendo un connettore particolarissimo non è sostituibile con null'altro.
Se vi capita una rimanenza invenduta, mai usata, e vi forniscono l'alimentatore potete prenderlo in considerazione, diversamente ripiegate sul gruppo a pile, tanto più che le moderne ricaricabili hanno caratteristiche migliori delle celle NiCd degli anni 80.

L'ultimo gruppo era il AC-DC Converter AD-10, che era un gruppo per l'alimentazione esterna per lavorare in studio.



Infine vi era un gruppo di alimentazione impressionante.

Denominato High speed motor drive:


Introdotto nel 1984 in occasione delle olimpiadi di Los Angeles, e permetteva una cadenza di raffica massima di ben 14 fotogrammi al secondo.

Tale impressionante valore non fu mai più superato e dimostra l'incredibile bontà del progetto meccanico della F-1. Oggi ci raccontano che i 10 fotogrammi al secondo della 1DmarkIII sono un gran risultato, ma non è affatto così, si è fatto di meglio in passato.

Questo gruppo di alimentazione a 24V era fornito insieme ad una versione speciale della F-1, modificata in modo da non avere lo specchio ribaltabile, ma fisso e semitrasparente (come sulla Pellix e sulla EOS-1 RS) e privo della leva manuale per il caricamento dell'otturatore.
Fu realizzato in pochi esemplari, dedicati ai fotografi professionisti.

Ne ho visto uno solo su di un'asta ebay: chiusosi a 2827 dollari:



Su tutti i gruppi di alimentazione era presente un jack da 2.5mm, tramite il quale si potevano utilizzare degli accessori per il controllo remoto della fotocamera:




tra cui classici telecomandi a filo di diverse lunghezze, un intervallometro a filo programmabile, il primo controllo a raggi infrarossi (LC-1) e due stazioni programmabili molto complesse di cui non ho mai trovato la documentazione.





I dorsi supplementari







 Il dorso denominato Data Back FN, detto dorso datario (diverso dai modelli previsti per la F-1old e per la A-1).




Esso permetteva di imprimere la data sulla pellicola, data che poteva essere impostata tramite cursori a rotella sulla parte posteriore.
Il collegamento avveniva tramite contatti mobili, dentro il vano pellicola.

Disgraziatamente l'impostazione per l'anno era basata su due cifre, da 82 fino a 92, che per l'epoca doveva essere considerato decisamente remoto.
Erano tuttavia disponibili numeri singoli da 0 a 9, i numeri romani da I a X, e le lettere minuscole da "a" fino a "g"; oppure nessuna cifra.
Per il mese invece oltre i numeri da 0 a 31 (si, proprio fino a 31), erano disponibili le lettere maiuscole da "A" sino a "G", oppure nessuna cifra.
Per i giorni infine erano disponibili i numeri da 0 a 31, oppure nessuna cifra.
In questo modo era possibile quindi imprimere anche codifiche alfabetiche, oltre che la data.

Il dorso datario poteva funzionare automaticamente per ogni scatto, oppure manualmente tramite un apposito pulsante, per imprimere la data solo se desiderato.
Il funzionamento era segnalato da una lampada arancione, che indicava sia l'avvenuta accensione rimanendo permanentemente accesa, sia l'impressione della data, lampeggiando ogni volta.
Era disponibile un selettore di intensità della luce emessa dalla lampada a scarica, per adeguarla alle varie sensibilità di pellicole disponibili, in modo da avere un risultato ottimale.
L'alimentazione era fornita tramite una pila da 6V identica a quella in uso per la fotocamera, cioè una 4LR44/PX28.
Benché un accessorio del genere possa sembrare del tutto inutile , io lo ritengo invece interessante.
Lo uso infatti per marchiare il primo fotogramma di un caricatore con la data del giorno in cui faccio gli scatti, in modo da conservarne memoria per l'archivio, il risultato è questo:



Da notare che il dorso datario, in abbinamento ad un motore per il trascinamento della pellicola rallenta la cadenza di raffica se impostato per imprimere ogni fotogramma.
Anche il dorso datario, come molti accessori elettronici della prima generazione è avidissimo di energia: basta dimenticarselo acceso una notte per trovare la pila completamente scarica.
Un'utilità accessoria di questo dorso consiste nell'avere disponibile sulla fotocamera una batteria supplementare già pronta nel caso in cui essa si scarichi rendendo inutilizzabile l'esposimetro: basta utilizzare quella del dorso montandola sulla fotocamera.



Il dorso denominato Film Chamber FN 100, (magazzino pellicola).







Questo mastodontico dorso era un magazzino pellicola, ideato per poter utilizzare la pellicola sfusa in bobine da 30 metri all'epoca molto diffusa (oggi è pressoché introvabile; in germania vendono ancora bobine per pochi tipi di pellicola in bianco e nero, in ogni caso se non avete alle spalle un laboratorio capace di sviluppare la pellicola sfusa è impensabile acquistare questo dorso)

L'utilizzo di questo dorso presupponeva tuttavia che fosse montato il motore AE motor drive FN, dal quale prendeva l'alimentazione per il motore di traino pellicola tramite una presa a 6 poli denominata F.C. (film chamber)

Di conseguenza l'ingombro della fotocamera diventava veramente impressionante:







 Il Film Chamber 100 FN era dotato di diverse sicurezze, atte ad impedire l'esposizione erronea della pellicola alla luce per manovre accidentali.

La pellicola veniva avvolta su rocchetti speciali, di cui due erano forniti a corredo col dorso, ed altri, denominati Film magazine FN 100:




dovevano essere comprati a parte, per costituire la scorta.

Su questi rocchetti, che erano muniti di un sistema cilindrico scorrevole a tenuta di luce occorreva avvolgere la pellicola partendo dalle bobine commerciali in camera oscura, tramite una apposita bobinatrice, denominata Film Loader 250 II:




Questa bobinatrice manuale, che differisce da quella realizzata per la prima F-1 solo per avere le tacche 250 e 100 colorate in rosso, aveva diverse raffinatezze che su prodotti equivalenti della concorrenza (nikon ed olympus) erano del tutto assenti.

Anzitutto la scala graduata per impostare la quantità di pellicola da avvolgere aveva le tacche fosforescenti, per poter essere lette al buio in camera oscura.

Inoltre era dotata di un sistema di blocco: una volta arrotolata sul rocchetto la quantità prefissata di pellicola, la rotazione della manovella veniva fermata, per evitare di eccedere la capacità dei rocchetti.

Infine la costruzione era in pressofusione, per renderla stabile durante le manovre, mentre prodotti equivalenti erano costruiti in legno, su cui venivano riportati i meccanismi di avvolgimento:




Inutile dire che è un oggetto introvabile.

Curioso osservare che mentre Nikon ed Olympus vendevano lo stesso prodotto (comprato da terzi e rimarchiato), Canon invece lo aveva sviluppato per conto suo, e meglio.


Comunque una volta avvolto il film, e chiusi i rocchetti a tenuta di luce, essi potevano venire caricati nel dorso. Il dorso non poteva essere aperto se prima non si chiudevano ermeticamente i rocchetti tramite i selettori rotativi presenti sulla parte superiore del Film chamber e contraddistinti dalla scritta "back cover open-close".
Questo garantiva che il dorso potesse essere aperto solo se i rocchetti erano sigillati dalla luce.
Sembra molto complesso descritto in questo modo, ma in realtà la manovra è semplicissima.
Era presente inoltre un'altra sicurezza: la macchina non poteva scattare se il film non fosse stato correttamente caricato, e smetteva di scattare anche quando il film era terminato, accendendo in entrambi i casi il led rosso presente sul motor drive.
Insomma, un oggetto complesso, ma facile da utilizzare, segno di un grande studio tecnico.






Gli accessori per macrofotografia







Il sistema FD fu dotato di una serie di accessori per macro e microfotografia di livello elevatissimo, che unito ad alcuni obiettivi specialistici mai più prodotti lo resero un vero cavallo di battaglia per la canon.
Le informazioni che leggerete sono tratte anche dalla rara brochure pubblicata da Canon nel 1978:



Qui potete vedere una foto di catalogo che illustra la vastità del sistema:



Si possono vedere stativi da riproduzione, bellows, tubi di prolunga, accessori per microscopi, accessori per la duplicazione di diapositive e di film e microfilm, obiettivi speciali per elevati rapporti di ingrandimento.

Questo invece è il diagramma che illustra il sistema macro ideato da Canon:




Una premessa importante.
La macrofotografia inizia a partire dal rapporto di riproduzione 1:1 e sotto questo punto di vista Canon aveva in catalogo già 3 obiettivi FD predisposti per tale rapporto di riproduzione:

  • 50mm F/3.5 macro
  • 100 mm F/4 macro
  • 200mm F/4 macro

I primi due raggiungevano il rapporto di riproduzione lifesize (1:1) tramite un tubo di prolunga (25mm per l'obiettivo 50mm e 50mm per l'obiettivo 100mm), mentre l'obiettivo 200mm raggiungeva tale rapporto direttamente.
Questi obiettivi si usano in modo diverso dagli altri: si imposta il rapporto di riproduzione tramite la ghiera (che non serve per mettere a fuoco in macrofotografia) ed il fuoco viene raggiunto spostando avanti e indietro l'insieme fotocamera+obiettivo, possibilmente non a mano libera, ma tramite slitte micrometriche comprese nel panorama accessori.
Usando invece l'obiettivo normalmente, si può mettere a fuoco tramite la ghiera sul barilotto, come si fa di consuetudine, in quanto tutti e tre permettono la messa a fuoco ad infinito.

Tuttavia Canon si spinse molto più avanti, strutturando un sottosistema per macrofotografia spinta, basato sostanzialmente su di un dispositivo indispensabile: il soffietto estensibile, detto bellows.



Potete infatti osservare:

1) A sinistra Auto Bellows FD, automatico (dotato di replica dell'apertura del diaframma sulla standarta anteriore, azionabile tramite cavo doppio):




su cui è stata montata la base porta oggetti retroilluminabile macro stage:



2) Al centro ancora Auto Bellows FD munito di sistema di duplicazione di diapositive da applicare all'obiettivo FD 50 macro:





3) A destra Bellows FL del precedente sistema, non automatico (comando del diaframma presente, ma azionabile tramite una levetta a mano) e tenuto in catalogo per il minor prezzo:



A titolo di curiosità, il bellows FL poteva essere reso automatico utilizzando un accessorio pressoché sconosciuto, detto macro auto ring:





ed il cavo di comando detto Double Cable release:



L'anello macro auto ring, come si vedrà più avanti, serve anche per usare obiettivi invertiti comandandone il diaframma in modo automatico

Con questi due elementi diventava quindi possibile comandare l'apertura del diaframma sull'obiettivo montato sul bellows FL (e quindi disaccoppiato meccanicamente dalla fotocamera) e contemporaneamente azionare lo scatto, per non dover lavorare in stop-down.
Sull'Auto bellows FD invece era necessario solo il cavo doppio in quanto la standarta anteriore era dotata di innesto per il cavo in modo da azionare il diaframma dell'obiettivo.


A titolo di pura curiosità, con la seguente configurazione:




che è quella illustrata al punto 1, ho montato sul bellows il rarissimo obiettivo conico FD 35/2.8 macro photo:




che descriverò più avanti, nel capitolo degli obiettivi, il quale permetteva di raggiungere rapporti di riproduzione sino a 12X (mentre il fratello FD20/3.5 arrivava sino a 24X con vari accorgimenti) ed ho fatto 3 scatti di prova, utilizzando l'originale anello adattatore FD-EOS per macrofotografia per applicare su questo dinosauro FD la EOS 1DsIII.

Tale anello adattatore:



è un anello vuoto pensato solo per recuperare l'uso di ottiche macro FD, e naturalmente, a causa del differente tiraggio fra i due sistemi, non permette la messa a fuoco ad infinito sul sistema EOS; è munito di una levetta che permette l'azionamento del diaframma quando è utilizzato accoppiato direttamente ad obiettivi FD, per valutare sia la profondità di campo che per effettuare la lettura della luce.

L'oggetto fotografato è un piccolo attrezzo in plastica la cui estremità metallica filettata, raffigurata nelle foto, misura 3 millimetri di lunghezza e 2.5 millimetri di diametro.

Questi i risultati.

ingrandimento circa 3X:



ingrandimento circa 6X:




ingrandimento circa 12X (usando duplicatore di focale FD):



L'altro obiettivo "conico" specifico per microfotografia è il 20/3.5, che tuttavia non ha la stessa elevatissima qualità del 35mm.

In ogni caso a 24 ingrandimenti non scherza:




L'utilizzo del sistema è molto semplice: la standarta posteriore, su cui è fissata la fotocamera regola il fattore di ingrandimento, mentre la standarta anteriore, su cui è fissato l'obiettivo, regola la messa a fuoco.
La struttura del bellows è costituita da una guida prismatica ad X rettificata, su cui scorrono le standarte su pattini in nylon, tramite viti micrometriche di precisione, con frizione regolabile per contrastare i pesi applicati.
Inutile dire che il sistema è rigidissimo e consente la messa a fuoco nel mirino senza traballamenti di sorta.
Al massimo ingrandimento l'obiettivo si trova distante circa 2cm dal soggetto, ma a seconda del tipo di obiettivo questa distanza può ovviamente cambiare.
Provate a fare la stessa cosa con un MPE-65 (che arriva solo a 5X) su di una traballante guida micrometrica manfrotto 454, e poi ne riparliamo serenamente.

Come potete vedere dai risultati, il sistema è tutt'altro che superato ed è applicabilissimo alla fotografia digitale, con risultati paragonabili se non superiori a quelli degli attuali obiettivi.

Come vi illustrerò nella sezione obiettivi, sia il 35/2.8 photomicro, che il 50macro della serie FD sono stati ritenuti i migliori obiettivi macro mai prodotti dalla Canon; per non parlare dell'incredibile FD 200 macro, raro e costoso.



Nel sistema FD Canon aveva inoltre previsto l'impiego di obiettivi invertiti, in modo da ottenere forti rapporti di ingrandimento senza dover acquistare i costosi obiettivi dedicati.

Fu sviluppato quindi un accessorio denominato MA-52 macrophoto adapter:




che era costituito da due elementi:

l'anello metallico su un lato aveva l'innesto FD femmina, da applicare sulla fotocamera, mentre sull'altro lato era presente una filettatura da 52mm sulla quale avvitare la parte frontale dell'obiettivo.
In questo modo ovviamente veniva a mancare il collegamento fotocamera-obiettivo, e la manovra del diaframma risultava impossibile.
A tal scopo, il secondo elemento, denominato Macro hood non era altro che un tappo posteriore FD, forato per far passare la luce e dotato di un fermo in plastica che andava ad impegnare la leva di preselezione del diaframma, consentendo in questo modo la regolazione dello stesso tramite la ghiera sul barilotto:



In questo modo tuttavia si doveva lavorare in stop-down, aprendo e chiudendo il diaframma per effettuare la misura della luce e verificare la profondità di campo nitido.

Una possibilità ancora più raffinata era quella di utilizzare un altro anello, già descritto precedentemente, ossia il Macro auto ring dotato di innesto filettato per il cavo di scatto remoto.

Utilizzando quindi il cavo di comando doppio, risultava possibile lavorare col diaframma a tutta apertura, regolare lo stesso tramite la ghiera, ed ottenere il funzionamento automatico, cioè la chiusura al valore impostato durante lo scatto; inoltre premendo a metà il pulsante del cavo doppio si effettuava la chiusura del diaframma al valore voluto, cosa che permetteva facilmente di valutare la profondità di campo senza manovre troppo complicate, visto che il doppio cavo di comando poteva essere bloccato sulla prima posizione (per valutare la profondità di campo) ma anche sulla seconda, per ottenere pose bulb.

In pratica invertendo un obiettivo lo si poteva utilizzare in modo pienamente automatico, come se fosse stato montato normalmente.

Ecco come si presenta il sistema composto da MA52 + Macro auto ring + doppio cavo di comando:



Questo dimostra molta attenzione per i dettagli, e volontà di fornire ai fotoamatori strumenti validi senza necessariamente dover comprare materiale troppo costoso.

Un altro interessante impiego dei soffietti era quello di duplicare le diapositive.
A quel tempo gli scanner erano al loro esordio, quindi oltre ad essere costosi ed enormemente ingombranti, non raggiungevano la qualità dei giorni nostri.

Ecco allora che un ottimo modo per riprodurre una diapositiva era quello di rifotografarla, aggiungendo al soffetto Auto Bellows FD il cosiddetto Duplicator 35-52, che utilizzato insieme allo spettacolare FD50 macro, permetteva di riprodurre diapositive, selezionando rapporti di ingrandimento differenti e correggendo anche eventuali errori di inquadratura, dato che il portadiapositive era mobile su due assi; infine era possibile acquisire anche diapositive in striscia tramite l'apposito caricatore, oltre che rifotografare negative in bianco e nero per ottenere positivi, quindi diapositive.
Da notare che sfruttando il sistema di movimento su due assi del telaio, e montando il 50mm FD invertito, risultava possibile acquisire diapositive dal formato 110, ritagliandole a piacimento.

Infine era possibile applicare anche filtri gelatina per correggere la resa cromatica delle diapositive riprodotte.

Per inciso è un ottimo sistema anche oggi, che supera la qualità di uno scanner amatoriale se si possiede una digitale ad alta risoluzione, tuttavia è un sistema un po' scomodo: occorre gestire accuratamente la temperatura cromatica delle luci usate per evitare di avere dominanti indesiderate; inoltre, nota assai dolente, l'anello adattatore per applicare una EOS al soffietto FD ha uno spessore che modifica il tiraggio del soffietto e riduce notevolmente la possibilità di messa a fuoco della diapositiva, rendendo le operazioni molto più lunghe del necessario, e talvolta impossibili. Peccato.

Questo è il sistema completo:




Per completare il panorama degli strumenti per macrofotografia, vi mostro la slitta micrometrica Focusing Rail pensata per lavori di riproduzione o in abbinamento con obiettivi a forte ingrandimento. Si tratta di uno strumento raffinato utilizzabile per riprese dove la precisione nella messa a fuoco è un fattore critico. Il paragone con il materiale in commercio oggi è assolutamente improponibile; la cremagliera con dentatura inclinata, concepita per non avere giochi di ripresa, in abbinamento con le manopole frizionabili per il controllo del peso applicato la rendono unica.




Infine un supporto per fotocamera denominato Camera Holder F4 che permetteva il montaggio in sicurezza della fotocamera anche per riprese verticali, pensato probabilmente per gli stativi, il luogo della ben più costosa guida micrometrica




Un interessante ed altrettanto raro accessorio è l'Handy Stand F, uno stativo da riproduzione smontabile e trasportabile, dotato di anelli di raccordo per 52-55-58mm, tubo di prolunga M5 ed accessorio per la manovra del diaframma manual diaphragm adapter munito di 4 gambe telescopiche regolabili:



Tutti questi accessori di supporto sono estremamente difficili da trovare.


Canon inoltre aveva previsto la possibilità di riprodurre i film da 8mm e da 16mm tramite altri due adattatori da applicare agli obiettivi conici da 20 e 35 montati sul bellows, per effettuare il passaggio su 35mm, denominati Duplicator 8 e Duplicator 16 inoltre vi era un terzo speciale duplicatore (Duplicator G).






Di questi tre duplicatori, dotati di speciali ottiche Köhler da microscopia per l'illuminazione del fotogramma ho una illustrazione di catalogo, che raffigura il Duplicator 8 innestato sul 20mm photomicro a sua volta montato sull'Auto Bellows FD:





ed ecco una foto del mio rarissimo duplicator 8:



Il duplicator 8 è un accessorio specifico dell'obiettivo photomicro 20mm F/3.5.
Gli altri due duplicatori sono il duplicator 16 (da montare sul 35 F/2.8 photomicro) ed il duplicator G, previsto per fotocamere da gastroscopia in abbinamento al 20mm photomicro, su cui non esiste documentazione.

Tale introvabile accessorio richiede di essere avvitato sopra uno dei due obiettivi per microfotografia, il cui elemento frontale conico è svitabile tramite filettatura proprietaria (non RMS).

L'elemento ottico Köhler del duplicatore, derivato dalla microscopia, è dotato di condensatore e diaframma di campo fisso, e serve per illuminare uniformemente il fotogramma. Tramite l'obiettivo fotomicro montato sul soffietto bellows si può ingrandire il fotogramma del film a piacimento (nei limiti della risoluzione del film originale).
E' ovvio che trasferire un intero film 8mm sul formato 135 sia un'impresa immane, in quanto occorre rifotografare ogni singolo fotogramma manualmente non essendo previsto nessun automatismo per lo scorrimento del film, occorre cioè spostare manualmente il film fotogramma per fotogramma fermandolo tramite il sistema di blocco incorporato nel duplicatore, la cui testa incernierata è ribaltabile.

Lo scopo di questo duplicatore è quello di recuperare singoli fotogrammi, o comunque brevi sequenze di fotogrammi limitate dalla capacità massima del sistema FD new, ossia i cento fotogrammi del dorso speciale, corrispondendi a poco più di 4 secondi di filmato, oppure i 250 fotogrammi del sistema old.

Ecco come si presenta il duplicator 8 affiancato al 20 F/3.5 photomicro con anello conico rimosso:




Ed ecco invece come si presenta una volta montato e piazzato sul bellows tramite l'adattatore RMS-FD in dotazione:



Qui invece potete vedere il duplicatore con l'illuminatore Köhler ribaltato per consentire l'inserimento del film, guidato da perni in acciaio:




Per completare il panorama macro vi mostro il sistema di raccordo che permetteva il collegamento delle fotocamere FD ai microscopi per effettuare fotografie scientifiche.

Questo adattatore era denominato Photomicro Unit F:




e permetteva il montaggio sui microscopi, come su questo Leitz trinoculare:




Era inoltre possibile collegare un bellows al microscopio, per ottenere ulteriori ingrandimenti, tramite un altro accessorio denominato Microphoto hood:




Il quale, essendo stato originariamente concepito per le fotocamere telemetro, era dotato di filettatura M39 e richiedeva quindi l'adattatore lens mount converter A per essere collegato al bellows.

Naturalmente era consigliabile usare un copy stand sul quale sospendere il bellows, per non caricare il microscopio con un peso eccessivo.


I copy stand originali canon progettati per il sistema macro sono rarissimi, non ne ho mai visto uno.







Curiosità






Anche per la nuova F-1 fu approntata una versione commemorativa per le olimpiadi di Los Angeles del 1984:





Questa è una rarissima versione di F-1 per utilizzo oftalmologico, denominata F-Rb:




Tale fotocamera era stata concepita per essere usata con un monitor speciale tramite un hardware dedicato; senza tali componenti è del tutto inutilizzabile.



Questo invece è un raro fermacravatta regalatomi da Marco Cavina:





Mentre questa è un'altrettanto rara tracolla originale in versione olimpica Los Angeles 1984, impreziosita con fili metallici intrecciati:






Nascita della serie T






Gli anni 80 videro l'avvento di importanti cambiamenti.

Canon, come tutti gli altri costruttori stava sperimentando i sistemi autofocus, ma sapeva bene che non avrebbe potuto introdurlo sul sistema FD.
Sarebbe stato impossibile comandare il movimento del gruppo ottico di messa a fuoco senza accettare compromessi che avrebbero afflitto i futuri sviluppi del sistema: la meccanica nell'accoppiamento fotocamera-obiettivo andava eliminata.
Così, mentre in sordina si preparava l'avvento del sistema EOS, furono introdotte sul mercato una serie di fotocamere di transizione completamente diverse da quelle sino ad allora prodotte.
Il design spigoloso tipico di quegli anni (ad eccezione della T90), l'uso massiccio della plastica, l'introduzione di funzioni elettroniche per rendere la fotocamera il più possibile automatica erano le caratteristiche della nuova serie, denominata T.

La prima fu la T50, introdotta nel 1983:



Poi fu la volta della T70 nel 1984:


Entrambe macchine di fascia economica che sinceramente non vale la pena nemmeno di descrivere, se proprio vi dovessero appassionare troverete una descrizione sommaria su camera museum.

Nel 1985 fu introdotta la T80 che per la prima volta tramite contatti nel bocchettone permetteva l'uso di obiettivi autofocus:



Furono ideati solo 3 speciali obiettivi FD motorizzati, denominati "AC" e precisamente un 50mm, uno zoom 35-70, uno zoom 75-200.




Per curiosità ne ho smontato uno: un ammasso di plastica, compreso il nocciolo ottico mobile.

Vi rimando a questa pagina per una lettura in merito alla T80

Nel 1990, tre anni dopo l'avvento del sistema EOS fu stranamente messa sul mercato l'ultima fotocamera di fascia economica FD, la T60:


Essa fu l'ultima fotocamera FD prodotta da canon.


Tuttavia nel 1986 arrivò l'ammiraglia della serie T, la T90:


Questa fotocamera era totalmente differente da tutte le altre della stessa serie, che al confronto parevano disegnate da un assistente.
Essa infatti fu realizzata secondo le indicazioni del grande designer italo-tedesco Luigi Colani.
Per la prima volta una fotocamera con linee curve, morbide ed eleganti.
Se la osservate attentamente noterete che il design delle attuali fotocamere è immutato. Quasi 25 anni dopo.

Una macchina altamente innovativa per quei tempi, immessa sul mercato un anno prima dell'avvento del sistema EOS per far tremare le gambe alla concorrenza.


Ecco una curiosa versione dimostrativa con scocca trasparente:




Tra le caratteristiche di rilievo possiamo annoverare:


- Otturatore copal a 4+4 lame in duralluminio anodizzato, con movimento verticale e tempi da B sino ad 1/4000", compreso autoscatto da 2 e 10 secondi, e tempo X-sync da ben 1/250" (oggi disponibile solo sulla serie 1).


- Per la prima volta al mondo un esposimetro commutabile su lettura media/spot/semispot. Il sistema esposimetrico era basato su due cellule distinte, una per lo schema parziale/semispot collocata dietro il pentaprisma:
ed un'altra cellula per la funzione spot e per l'esposizione del flash in A-TTL, collocata sotto lo specchio:




Questo lo schema ottico dell'esposimetro:



 - LCD esterno con indicazioni di servizio:



- Doppio display nel mirino (tempi e scala di esposizione):

Con indicazione del conteggio fotogrammi:


E ancora:

  • Tre motori di cui due per il trasporto del nastro per garantire sino a 4,5 scatti al secondo con 4 pile stilo ed uno per il gruppo specchio-otturatore.
  • Lettura del codice DX dai caricatori di pellicola.
  • Funzione safety shift sulle modalità programmate (diaframmi e tempi)
  • Possibilità di montare dorso data o dorso di comando per scaricare i dati di scatto su pc (msx....)
  • Funzioni di salvaguardia per le ombre e le alte luci: in pratica usando la funzione di misura spot su un'area che non corrisponda al grigio medio, è possibile correggere a piacere la lettura per adeguarla alle condizioni.
  • Lettura multispot, anche per l'uso col flash (FEL).
  • Possibilità di uso di un flash TTL, il modello 300TL dotato di prelampo ATTL misurato con fotocellula esterna, sincronizzazione del lampo su prima e seconda tendina, FEL con misurazione spot (per la prima volta al mondo), modalità manuale ad alta potenza (NG30) e bassa potenza (NG7), possibilità di regolare l'esposizione indipendentemente da quella della fotocamera tramite cellula separata.


Insomma molte di queste caratteristiche oggi non si trovano nemmeno sulle macchine di fascia intermedia.

Questa macchina fu un vero best-seller assolutamente affidabile ed adottata largamente dai professionisti dell'epoca, che finalmente poterono disporre di un corpo con funzioni all'avanguardia e veramente robustissimo, tanto che fu soprannominata "tank", carrarmato:




Oggi purtroppo questa macchina può avere diversi problemi:
  • magnetizzazione permanente dei traferri degli elettromagneti di rilascio delle tendine (il famigerato errore EEE).
  • deterioramento di guarnizioni interne che liquefacendosi imbrattano e bloccano l'otturatore (sempre errore EEE)
  • deterioramento prematuro dei display LCD (dichiarato addirittura sul manuale d'uso!).
  • fragilità e decolorazione della scocca in plastica verniciata.

Tipica la frattura del fondello in corrispondenza del foro filettato per l'attacco al cavalletto:


 Nonostante tutto la T90 è stata sicuramente un grande passo avanti, che ha permesso a Canon di sperimentare molte tecnologie tuttora presenti sulle fotocamere odierne.

3. L'uso del flash sul sistema FD





Durante il periodo che va dalla produzione delle telemetro (anni 30), sino all'avvento della serie T verso la fine degli anni 80, Canon sviluppò sistemi per l'uso del flash secondo la tecnologia corrente del tempo.

Abbiamo così i flash con lampada a combustione al magnesio, i primi costosi flash elettronici perfezionati nel corso degli anni con sempre più funzionali sistemi di controllo, sino all'avvento del primo flash TTL progettato per la famosa fotocamera T90, ultima produzione del sistema FD.




I flash con lampada a combustione al magnesio.





Verso la fine degli anni 60 le lampade a combustione al magnesio erano state perfezionate ai massimi livelli, consentendo, con l'uso di diversi modelli una notevole agilità operativa, con numeri guida disponibili da 6 sino ad oltre 400.
Erano disponibili solitamente due tipi di esecuzione: con bulbo trasparente per l'uso con pellicole bianco e nero oppure colore tungsten, e con bulbo azzurrato per l'uso di pellicole colore daylight, ma esistevano anche lampade con bulbo nero, per fotografia ad infrarossi.

I problemi di esplosione dei bulbi che affliggevano questo sistema negli anni 30 e 40 furono eliminati (era un grande pericolo) e fu adottata una codifica delle lampade tramite un punto blu (blue spot) che qualora cambiasse colore al rosa indicava che la lampada non doveva essere usata.
Questa caratteristica fu ampiamente pubblicizzata per tranquillizzare gli utilizzatori.
Come era stato concepito questo sistema di sicurezza?


La lampada era rivestita con un film plastico, il quale aveva lo scopo di trattenere i frammenti di vetro in caso di frattura del bulbo durante la combustione.
Il sistema di controllo invece era basato su una vernice contenente cloruro di cobalto. Questo sale cambia colore dal blu al rosa quando aumenta l'umidità (è usato per decorare quegli oggetti ai quali si pretende di far prevedere il tempo).

Il punto blu veniva apposto sulla sommità dell'ampolla di vetro, poi veniva applicato il rivestimento plastico.
Qualora il colore fosse virato al rosa significava che era penetrata umidità sotto il film plastico a causa del suo deterioramento o di una lesione meccanica.
In questo caso la lampada andava scartata ed era sufficiente portarla al negozio per ottenerne la sostituzione (solo negli stati uniti).


Ecco a titolo di esempio due lampade di classe media M3 con numero guida 80 (a 100asa), nella foto potete vedere la lampada bruciata e quella nuova:



 Questa invece è una confezione delle stesse lampade di produzione americana che risale al 1966:



Ed ecco la tabella dei numeri guida (sono espressi per distanze in piedi, vanno moltiplicati per 0.304 per ottenere la distanza in metri):





Come si può vedere sono previste tre sigle per la sincronizzazione dell'otturatore:
  • X-sync è dedicato all'uso dei flash elettronici e comanda il lampo nello stesso istante in cui si apre l'otturatore. Non è adatto quindi all'uso delle lampade con tutti i tempi perché non sfrutta in modo ottimale la curva di combustione della lampada.
  • M-sync è progettato espressamente per le lampade a bulbo perché comanda il lampo da 5 a 15 millisecondi prima dell'apertura della lampada, in modo che il picco della potenza della combustione si sviluppi quando il diaframma è completamente aperto.
  • FP-sync è progettato per le lampade a lunga combustione, e permette l'uso di tempi di scatto molto più brevi.
In generale M-sync (dove M=magnesio) è destinato all'uso con otturatori centrali, mentre X-sync (dove X=xenon) si usa con otturatori a tendina.

Sulle fotocamere Canon FD esiste solo il contatto X-sync, quindi l'uso di bulbi al magnesio non permette di sfruttare in modo ottimale la durata del lampo..

Di fatto fino a metà degli anni 70 l'uso dei flash con lampadine al magnesio era diffusissimo.
Poi arrivarono i flash elettronici: i primi modelli erano costosissimi ed inefficienti per cui l'uso delle lampadine si protrasse evolvendosi verso prodotti più versatili come il famoso "flashcube" che arrivò sino agli anni 80.

Tuttavia per dovere di completezza voglio sottolineare che sebbene il sistema con lampade monouso sia notevolmente spratico visto che per ogni lampo occorre cambiare la lampada stando attenti a non bruciarsi le dita nel rimuoverla (e per questo i flash erano muniti di pulsante eiettore), oltre la scomodità di dover calcolare il diaframma da usare con una tabella (o con i regoli montati sul dorso dei flash) c'erano comunque dei lati positivi.
Anzitutto la potenza disponibile.
Una lampada di classe media quale la M3 arriva ad un numero guida di 80 (asa 100, X-sync 1/30")  che è quasi il doppio della potenza di un moderno flash EX580II (con un ingombro ed un peso notevolmente inferiori).
Inoltre la possibilità di usare lampade con luce di colore differente, da abbinare alle pellicole disponibili era una cosa assai utile.

Canon quindi, conscia della grande diffusione delle lampade a combustione, aggiornò i vecchi flash della serie V disponibili sulle telemetro e progettò il flash V-3, una unità compatta, con parabola retrattile da 12cm (com'era di moda in quegli anni).

Tale unità, che potete vedere in queste due foto:




era discretamente versatile: la parabola poteva essere chiusa su due ampiezze differenti, sia per focali corte (114°), sia per focali tele (73°).
La parabola era anche orientabile, consentendo l'illuminazione indiretta, ed era possibile persino collegare diversi flash in serie per illuminazioni multiple.

Era alimentato da una pila a 15V tuttora disponibile sul mercato, la V74PX, ed era dotato di un pulsante di test, che permetteva, tramite l'accensione di una spia, di verificare la bontà della lampada senza bruciarla.

Il regolo sul dorso consentiva, nota distanza e numero guida delle lampade usate, di ottenere il diaframma da usare.

Il montaggio del flash sulla F-1 avveniva tramite il flash coupler, mentre su altre fotocamere si montava direttamente sulla slitta.

Inoltre tramite un selettore poteva montare ben 4 tipi differenti di lampade, dalle minuscole PH (tramite adattatore) con numero guida 6, sino alle potenti press 25 (swan) con numero guida 200, come potete vedere da questa tabella:


Da notare che molte lampade erano fabbricate anche anche in versione FP, con lampo a durata prolungata, per poter usare tempi di sincronizzazione sino a 1/125"; a titolo di curiosità la sigla FP significa "Focal Plane" è riferita all'otturatore a tendina sul piano focale, che come noto per poter esporre correttamente il fotogramma va usato con un tempo specifico; tali lampade infatti nacquero proprio per questa esigenza.

Ecco infine come si presenta la F-1old con il flash V-3 montato:



A titolo di curiosità, con una lampada press 25 GN200, usando un diaframma 5.6 era possibile illuminare un soggetto a 30 metri!

Naturalmente, siccome i tempi erano maturi per l'introduzione dei ben più pratici flash elettronici, Canon introdusse un sistema raffinato:





Il sistema CAT (Canon auto tuning)





Con l'avvento della prima F-1 fu introdotto un sistema per la gestione automatica del flash, denominato CAT (Canon Auto Tuning).
Tale sistema, sperimentato qualche mese prima su una economica telemetro, la Canonet QL17, fu definitivamente lanciato insieme al sistema FD ed era basato su due presupposti:

1) ottenere la distanza tra flash e soggetto con precisione.

2) automatizzare il calcolo della nota formula diaframma=numero guida/distanza in modo da non richiedere al fotografo di dover effettuare calcoli.

In quegli anni i sistemi TTL erano di là da venire, e neppure erano state ancora introdotte le fotocellule al silicio per la misurazione della luce riflessa.
Quindi fu ideato un sistema ingegnoso per la misurazione della distanza.

Fu prodotto un anello speciale, denominato Flash Auto Ring da innestare sulla baionetta di servizio degli obiettivi.
Esso non era altro che un potenziometro ed era dotato di una linguetta scorrevole asolata che doveva essere agganciata ad un piccolo perno sporgente presente sulla ghiera di messa a fuoco degli obiettivi:



In questo modo, ruotando la ghiera di messa a fuoco, il potenziometro variava la sua resistenza potendo quindi comunicare al sistema di calcolo una grandezza equivalente alla distanza tra fotocamera e soggetto.
Di questo anello furono prodotte 4 versioni (A, B, A2, B2) per adattarsi ai vari obiettivi predisposti, e cioè:


  • A: 35/2, 50/1.8
  • B: 35/2, 50/1.4
  • A2: 35/3.5, 35/2, 50/1.8
  • B2: 35/3.5, 35/2, 50/1.4

Sull'anello era presente infatti un selettore per scegliere quale tipo di obiettivo utilizzare (ogni anello permetteva di usare più obiettivi).

Gli anelli A2 e B2 vennero prodotti successivamente in sostituzione dei precedenti A e B, per utilizzare nuovi obiettivi nel frattempo aggiunti; naturalmente furono realizzati in plastica anziché in metallo come i primi due.

Gli altri elementi su cui era basato questo sistema erano il già noto Flash Coupler L:




Questo accoppiatore andava innestato sull'apposita presa ricavata sul manettino di avvolgimento della pellicola ed era alimentato da due pile da 1,35V, una di tipo HD (spessore normale) per alimentare l'elettronica di controllo, l'altra di tipo HP (spessore maggiore) per alimentare una piccola lampada preposta all'illuminazione della scala esposimetrica tramite un piccolo interruttore; lo scopo di questo adattatore è quello di collegare i contatti ausiliari necessari alla trasmissione dei segnali di controllo.
Una nota: le pile tipo HD (ex Mallory RM625R) sono tutt'ora in commercio con la tensione di 1,5V sotto la sigla PX625, mentre quelle di tipo HP (ex Mallory PX-1 o EPX-1) sono in commercio con la tensione di 1,5V sotto la sigla LR50 (o MR50). In alternativa alla LR50 si può usare una PX625 (più sottile) spessorando la differenza con monetine da un centesimo di euro che hanno lo stesso diametro (16mm). Esiste comunque comunque l'adattatore MR-50 che permette l'uso di attuali pile all'ossido di argento SR44.

L'illuminazione del mirino fu introdotta perché l'accoppiatore oscurava col suo ingombro la finestrella per la presa di luce; esso inoltre era dotato di una levetta di blocco per impedire lo sgancio accidentale dalla fotocamera.

Infine l'ultimo elemento era il flash, lo Speedlite 133D:




Una unità avente numero guida 18 a 100 asa, dotato di lampada pilota e pulsante di test, con angolo di emissione pari a 55° su entrambi gli assi; era alimentato da 4 pile stilo convenzionali.
Da notare che il cavetto del Flash Auto Ring, una volta innestato sulla apposita presa nello zoccolo del flash, funzionava anche da sicura meccanica per evitare lo sgancio accidentale del flash dalla slitta dell'accoppiatore.

Ecco infine come si presenta il sistema completo montato sulla F-1old (foto dalla mia collezione personale):





Il funzionamento del sistema era molto semplice: si impostava il tempo di sincronizzazione pari ad 1/60" sulla fotocamera, poi si accendeva il flash.
Nel momento in cui il condensatore era carico e la spia pilota si accendeva, il galvanometro nel mirino si posizionava sul valore corretto del diaframma (che variava cambiando la messa a fuoco); era quindi sufficiente ruotare la ghiera dei diaframmi per far coincidere il circoletto con l'indice del galvanometro per avere la regolazione corretta. Esclusivamente sulla canon EF, impostando la ghiera dell'obiettivo su "A" il funzionamento era completamente automatico, la fotocamera impostava il diaframma corretto senza nessuna manovra supplementare.

Naturalmente il sistema teneva conto sia di tempi di scatto più lenti del tempo X-sync (per esempio per variare il peso dell'illuminazione ambientale), sia della sensibilità della pellicola, variando in entrambi i casi l'indicazione del galvanometro circa il diaframma da utilizzare.

L'anello potenziometrico assolveva anche un'altra importante funzione non documentata: limitava meccanicamente la corsa di messa a fuoco dell'obiettivo, riducendola alla zona coperta dal flash per evitare di avere soggetti troppo vicini  correndo il rischio di bruciare il primo piano. C'è da dire però che essendo l'anello concepito per usare 3 obiettivi diversi, vi sono zone della corsa di messa a fuoco che potrebbero risultare non coperte dal flash. Facendo riferimento all'obiettivo 35/2, l'anello limita meccanicamente la messa a fuoco a partire da 40cm (mentre l'obiettivo parte da 30cm), però il galvanometro indica se tale distanza è coperta oppure no, mettendo a fuoco infatti a distanze minori di 80cm (limite per il 35/2), il galvanometro crolla a zero, indicando quindi che il flash non copre quella distanza.

Un sistema pratico ed efficace.... si era più avvezzi a ragionare non essendo schiavi di automatismi di difficile comprensione: qualora si fosse voluto utilizzare il flash solo per il riempimento delle ombre, era sufficiente valutare di quanti stop si volesse ridurre l'illuminazione per ottenere questo effetto chiudendo maggiormente il diaframma rispetto a quanto indicato dal galvanometro. Unico limite: due sole focali coperte, 35mm e 50mm.



Infine sembra che altri modelli di flash furono prodotti oltre al 133D, ma su di essi la documentazione è pressoché inesistente.

In particolare si vocifera di un flash a due torce per macrofotografia denominato Speedlite 120A di cui si può vedere una foto nel panorama generale accessori relativo alla F-1old:






ed ancora uno Speedlite 500A a torcia:





ed infine di uno Speedlite 1000 sempre a torcia alimentato dal battery case esterno:



Quest'ultima foto deriva dalla scansione del manuale in lingua tedesca della F-1old, dove si parla chiaramente dei flash 500A e 1000.

Sebbene del 500A esistono foto che testimonierebbero l'avvenuta produzione, del 120A e del 1000 non esiste altra documentazione.

In effetti li sto cercando da anni ma ritengo che non siano mai stati commercializzati sui nostri mercati, se non addirittura mai prodotti effettivamente; in particolare non ho mai trovato traccia né della torcia, né dell'accoppiatore, né dell'anello potenziometrico e nemmeno del cavetto da utilizzare sul battery case.... insomma, se fossero stati prodotti qualcuno di questi elementi prima o poi sarebbe saltato fuori, invece non sono mai stati visti; anche in altri forum americani l'opinione più diffusa è che non siano mai entrati in produzione e che le foto mostrate siano solo foto preliminari di catalogo.





Il sistema CATS (new Canon auto tuning)




Con l'avvento della nuova F-1 nel 1981, fu perfezionato anche il sistema CAT.

Ora sulle fotocamere era possibile ottenere il pieno automatismo del flash, ossia l'impostazione automatica del tempo sincro, ma anche l'impostazione del diaframma di lavoro corretto, con varianti a seconda del tipo di fotocamera:

  • Sulla serie A l'impostazione era totalmente automatica
  • Sui modelli FL e sulla F-1 old le impostazioni dovevano essere completamente manuali
  • Sulla new F-1 il diaframma era impostato automaticamente solo in caso di montaggio del motore traino pellicola; senza di esso il diaframma doveva essere impostato sull'obiettivo, il cui valore era suggerito nel mirino dal galvanometro.
Tuttavia sotto l'aspetto pratico vi fu un passo indietro: con il sistema precedente la distanza fotocamera-soggetto viene comunicata alla fotocamera tramite l'anello potenziometrico, quindi prescinde dal dover scegliere a priori una gamma di distanza entro cui operare, basta mettere a fuoco. C'è anche da dire però che per distanze normali, si possono avere due o tre gamme di distanza contemporaneamente valide, e questo permette di scegliere il diaframma più adatto in relazione alla desiderata profondità di campo, cosa che con il sistema precedente non era possibile, inoltre con il nuovo sistema la copertura va da 20mm sino a 100mm (con i due flash di punta) mentre prima si poteva usare il flash solo con le due focali 35mm e 50mm.

Da notare che i modelli migliori, presi in esame in questa rassegna (199A, 533G, 577A, ML-1), erano tutti dotati di fotocellula al silicio per il controllo della durata del lampo basato sulla luce riflessa dal soggetto.
In particolare, i due grossi flash a torcia 533G e 577G, unità potenti e versatili, avendo la fotocellula svincolata dal corpo principale, unitamente al controllo di avvenuta esposizione, possono essere utilizzati anche su fotocamere diverse, avendo solo l'accortezza di impostare tempo sincro e diaframma di lavoro secondo il regolo posizionato 
sulla testa del flash. 
Usando i tre diffusori in dotazione (20-24-100) si possono scegliere effetti di illuminazione differenti, che in combinazione con la possibilità di usare il flash di rimbalzo controllando a priori la corretta esposizione permettono scelte operative che nulla hanno da invidiare ai moderni quanto inutilmente complicati flash TTL. Per pura curiosità ho verificato il funzionamento delle fotocellule che controllano l'esposizione tramite un esposimetro flash separato: il funzionamento è perfetto, il diaframma selezionato sulla testa del flash corrisponde a quello che determina l'esposizione corretta. In caso di utilizzo di schermo diffusore, il flash adegua la potenza per garantire l'uso dello stesso diaframma con una copertura maggiore (o minore, a seconda del tipo usato). Che dire, un plauso agli ideatori di un sistema tanto pratico e funzionale, a dispetto dei 30 anni di esercizio.

Più avanti terminerò la parte relativa a questo sistema flash con foto degli apparecchi e foto di prova; vi stupirà osservare che l'uso del flash a breve distanza produce immagini perfettamente esposte con bianchi leggibili oltre ogni aspettativa.




Il sistema A-TTL




Per la prima volta nel 1986 fu introdotto un sistema TTL per la Canon T90, sistema battezzato "A-TTL" ed utilizzato sul modello Speedlight 300TL.

Tale modello era dotato di diverse funzioni:

  • Prelampo ATTL misurato con fotocellula esterna 
  • Testina ampiamente orientabile
  • Sincronizzazione del lampo su prima e seconda tendina 
  • FEL con misurazione spot (per la prima volta al mondo)
  • Modalità manuale ad alta potenza (NG30) e bassa potenza (NG7) per riempimenti in controluce.
  • Possibilità di regolare l'esposizione indipendentemente da quella della fotocamera tramite cellula separata.
  • Parabola  regolabile manualmente su 4 focali (24-35-50-85) senza dover usare diffusori o fresnel aggiuntivi.
Caratteristiche assolutamente attuali anche oggi.

Si vocifera che canon copiò il sistema TTL da quello ideato da Olympus (alcuni dicono da Nikon) e di fatto è l'unico sistema TTl che funziona veramente e non fa sbagliare mai una foto. Provate ad usare i moderni ETTL II e vedrete quanto nervoso vi dovrete fare. Questo perché dopo la battaglia legale col detentore del brevetto Canon dovette rinunciare all'A-TTL ed inventarsi un proprio sistema TTL, che non riuscì allo stesso modo: troppo complesso per funzionare con efficacia.

Il funzionamento del sistema A-TTL

Le unità flash A-TTL (Speedlite 300TL) emettono un breve lampo di luce durante la fase di misurazione (ossia, quando il pulsante di scatto viene premuto a metà). Questo prelampo viene registrato da un sensore esterno installato sul lato anteriore del flash e utilizzato per determinare l’apertura di diaframma atta a garantire un’adeguata profondità di campo, soprattutto nelle riprese a distanza ravvicinata. L’unità flash emette quindi il lampo definitivo dopo l’apertura dell’otturatore.
La sequenza operativa del sistema A-TTL è la seguente:

  1. Quando il pulsante di scatto viene premuto a metà, la fotocamera misura il livello di luce presente. In modalità P e Tv, il valore di apertura del diaframma viene calcolato e memorizzato, ma non impostato. In modalità Av e M, il valore di apertura viene invece impostato dall’utente.
     
  2. L’unità flash emette un preflash (che può essere una luce quasi a infrarossi emessa da una lampada secondaria installata sul lato anteriore della fotocamera o una luce bianca emessa dalla lampada principale, in base al modello di flash e alla modalità operativa) mentre viene eseguita la lettura della luce ambiente, per determinare la distanza approssimativa tra il flash e il soggetto principale. Solo nel modo P, viene calcolato il corretto valore di apertura del diaframma per l’esposizione del soggetto.
     
  3. Solo in modalità P, i due valori di apertura (per la luce ambiente e il flash) vengono confrontati quando il pulsante di scatto viene premuto a fondo. La fotocamera in genere imposta il valore più basso, soprattutto se la distanza rispetto al soggetto è piuttosto ridotta. Nei modi Av e M, l’apertura viene impostata dall’utente, mentre nel modo Tv viene definita in funzione delle impostazioni di misurazione della luce ambiente.
     
  4. Se la foto viene scattata in condizioni di luce intensa (10 EV o superiore), viene applicata la riduzione automatica del riempimento che consente di ridurre l’intensità del flash di un valore compreso tra 0,5 e 1,5 stop.
     
  5. Infine, la fotocamera sposta lo specchio verso l’alto e apre l’otturatore, esponendo la pellicola.
     
  6. L’unità flash emette quindi il lampo per illuminare la scena. Il tempo di scatto del flash dipende dal tipo di sincronizzazione impostato: sulla prima o sulla seconda tendina. La sua durata è definita dal sensore OTF, esattamente come avviene per il flash TTL.
     
  7. L’otturatore rimane aperto per tutta la durata prevista dal tempo di otturazione.
     
  8. Lo specchio si abbassa e l’otturatore si chiude. L' indicatore di conferma dell’esposizione flash si illumina qualora la misurazione flash sia considerata adeguata. 

Limiti del sistema A-TTL.

Poiché il sensore A-TTL è installato sul lato anteriore dell’unità flash, dietro ad una lente in plastica e non all’interno della fotocamera, dove effettuerebbe la misurazione attraverso l’obiettivo, è presumibile che l’applicazione di un filtro molto pesante sull’obiettivo possa provocare problemi di misurazione, dato che il filtro non copre anche il sensore. E, a proposito dei sensori installati sul flash, occorre prestare attenzione a non bloccarli con la mano o altro oggetto, sempre per lo stesso motivo. Alcuni diffusori possono rappresentare un problema poiché la luce da essi diffusa può penetrare inavvertitamente nel sensore A-TTL.
Infine, nonostante la complessità del circuito preflash, il sistema A-TTL finisce nella maggior parte dei casi con l’impostare un’apertura piuttosto piccola, per garantire un’ampia profondità di campo, che non sempre è ciò che si desidera.
In breve, la misurazione A-TTL assicura un’esposizione flash e una profondità di campo adeguate in modalità P, per le riprese più semplici e veloci, ma non è molto indicata per le riprese che contemplano tecniche di illuminazione più sottili e complesse e non è assolutamente applicabile alle modalità Av, Tv e M.


4. I migliori obiettivi FD




In quest'ultimo capitolo fornirò una panoramica dettagliata dei migliori obiettivi FD prodotti da Canon.

Tuttavia per il momento non intendo fare un elenco completo di tutti gli obiettivi prodotti da canon nel sistema FD, né intendo fare la trattazione degli obiettivi zoom, perché all'epoca non garantivano una gran qualità, fatta eccezione per pochi (anche se notevoli) modelli.
Descriverò quindi i pezzi che hanno fatto la storia del migliore sistema fotografico prodotto da Canon.

La cuccagna degli scorsi anni, quando si trovava materiale usato a prezzi ridicoli oramai è terminata, ma è anche vero che la differenza di prezzo tra un obiettivo eccellente ed uno discreto, specie se rapportata ai prezzi degli obiettivi moderni è decisamente bassa.
Tanto vale con un piccolo sforzo prendersi il meglio e non pensarci più, ne vale veramente la pena, ve lo posso assicurare.

Desidero ringraziare sin d'ora il caro Prof. Vicent Cabo per avermi concesso di usare i suoi inediti schemi ottici e l'amico Marco Cavina per il costante supporto morale in questi anni e per avermi permesso di usare alcune sue fotografie degli obiettivi; i suoi pregevoli articoli infine saranno segnalati dove disponibili.
Come sapete, non è mio interesse riportare opinioni copiate altrove: tutto ciò che scrivo è frutto della mia esperienza e delle mie ricerche; anche se gli obiettivi fotografati sono tutti in mio possesso, le impressioni d'uso devono essere intese strettamente personali, anche perché non trovo nessun divertimento nel fotografare mire ottiche.

Per ogni obiettivo inserirò:

- una o più fotografie descrittive.
- schema ottico del Prof. Vicent Cabo.
- note tecniche relative alla costruzione ed eventuali curiosità.
- brevi note personali sulla resa e sull'utilizzo.
- prezzo in lire dell'ultimo listino FD canon del 1996 (se disponibile).
- collegamento a foto di esempio fatte da me per dare un'idea della resa.
- collegamento ad articoli di Marco Cavina se disponibili.


Prima di iniziare vi consiglio la lettura di questo articolo di Marco Cavina, che descriverà il tempo in cui furono realizzati questi capolavori ottici.


Citerò infine anche due obiettivi non FD, precisamente il famosissimo S 50/0.95 per telemetro ("dream lens"), ed il raro panfocus FLP 40/2.8 esclusivo per pellix.



Una breve descrizione delle caratteristiche del sistema FD




Gli obiettivi FD si dividono in due grandi categorie:


1. Tipo "breachlock", con serraggio ad anello, fabbricati dal 1971 al 1979.

Gli obiettivi migliori di questa serie furono dotati di un sistema di preserraggio automatico del collare di blocco.
Tale ingegnoso sistema (che pare sia stato introdotto successivamente, nel 1972-73) fa compiere una piccola rotazione al collare tramite la forza della molla di chiusura del diaframma, ed è azionato da una levetta che viene premuta dalla baionetta della fotocamera nel momento in cui si innesta l'obiettivo, assicurando l'obiettivo dalla caduta accidentale.
Poiché il movimento di chiusura è generato dalla molla del diaframma, la velocità di rotazione, e la relativa ampiezza è maggiore con diaframma chiuso.

Gli obiettivi breachlock furono oggetto di una prima importante revisione nel 1973 quando vennero apportate le seguenti modifiche:

  • Fu eliminata la splendida baionetta di servizio cromata (probabilmente per limitare riflessi parassiti), che divenne nera.
  • Fu eliminato il sistema di messa a fuoco con fuoriuscita del barilotto (anch'esso cromato) a favore di un'estensione di tutta la ghiera di messa a fuoco.
  • I paraluce, che nella prima versione erano metallici, furono realizzati in plastica.
  • Vennero introdotte le sigle S.C.(spectra coating) ed S.S.C. (super spectra coating) sull'anello portanome frontale (anche se il trattamento antiriflesso era già in uso).
  • La finitura del pulsante di sblocco del diaframma automatico passò da cromata a nera, e la sua identificazione fu cambiata da un cerchietto verde "O" alla lettera maiuscola "A".

In realtà i primissimi modelli breachlock del 1971 erano privi di pulsante di blocco e la funzione automatica, concepita per ottenere la priorità di diaframmi sulla prima F-1 tramite il servo EE finder, contraddistinta dal cerchietto verde era semplicemente impostabile come un qualsiasi valore di apertura. Presumibilmente prima della revisione del 1973 fu introdotto il pulsante cromato di sicurezza, ma è molto difficile poter stabilire quando.
Basandomi sugli obiettivi in mio possesso ho potuto verificare 4 tipologie differenti per il diaframma automatico:

  • Pallino verde senza pulsante - datacode M - 1972
  • Pallino verde con pulsante cromato - datacode O - 1974
  • Pallino verde con pulsante nero - datacode R - 1977
  • Lettera A e pulsante nero - datacode R - 1977



2. Tipo "newFD" con serraggio a scatto e sblocco a pulsante, fabbricati dal 1979 sino al termine della produzione (l'ultimo listino è del 1996).

Questa versione, molto più complessa, fu pensata per innestare gli obiettivi in massima sicurezza con una sola mano: si innesta, si ruota in senso orario sino allo scatto e l'operazione è terminata. Contemporaneamente fu introdotto il filetto rosso che contraddistingue la serie L.
Gli obiettivi newFD non riportano le sigle S.C. ed S.S.C. che vennero eliminate perché il trattamento antiriflesso fu applicato indistintamente a tutta la nuova produzione, inoltre il portafiltro della maggior parte degli obiettivi passò da 55mm a 52mm, unitamente ad una riduzione delle dimensioni e dei pesi tramite l'uso esteso della plastica.
Gli obiettivi newFD sono piacevolmente sobri e compatti ma non danno la stessa sensazione di solidità dei breachlock.


Tuttavia in linea di massima la montatura breachlock è migliore della newFD perché l'anello di serraggio permette di recuperare i giochi meccanici stringendo saldamente l'obiettivo alla baionetta.
Con gli obiettivi pesanti infatti l'innesto newFD può manifestare fastidiosi giochi di accoppiamento.
A dimostrazione di questo fatto c'è l'evidenza dei duplicatori: non sono mai stati realizzati con montatura newFD, ma con collari breachlock di forte spessore; i duplicatori sono elementi che si interpongono tra obiettivo e fotocamera e richiedono un montaggio sicuro.
Infine la dentatura della baionetta che nel sistema breachlock è realizzata per tornitura del collare di serraggio, nella versione newFD è di lamiera stampata.
C'è anche da dire che meccanicamente il sistema newFD è più complesso perché parte del fondello dell'obiettivo ruota durante l'innesto con una costruzione sofisticata.
Quindi è più facile che montature newFD possano rompersi, sia per la minore robustezza generale, sia per la maggiore complicazione meccanica.
Per contro sulla montatura breachlock si può verificare un bloccaggio del collare dovuto ad eccessiva forza di serraggio od ossidazione della filettatura in caso l'obiettivo resti montato per anni.

Alcuni obiettivi notevoli (14/2.8, 85/2.8SF, 100/2, 135/2, 200/2.8IF, 200/1.8) vennero realizzati esclusivamente con montatura newFD, anche perché già nel 1979 si disponeva di sistemi di progettazione al computer che resero possibile il calcolo di nuovi schemi, cosa che precedentemente richiedeva anni di lavoro.

A favore della montatura newFD c'è da dire che è decisamente più pratica del sistema breachlock in quanto l'innesto è istantaneo, garantendo da cadute dell'obiettivo ed il pulsante di sblocco è molto pratico: si impugna l'obiettivo tenendo premuto il pulsante con un dito mentre lo si ruota; sull'attuale sistema EOS invece spesso si è costretti a lavorare con due mani (una per premere il pulsante sul corpo macchina, l'altra per ruotare l'obiettivo) se gli obiettivi sono di grandi dimensioni oppure molto pesanti.

L'ultima considerazione sulla differenza tra le due montature riguarda la costruzione interna: sul sistema newFD vi fu un alleggerimento generale tramite l'impiego di plastica, e le boccole di scorrimento dei gruppi ottici nelle scanalature fresate dei barilotti furono realizzate in plastica rivestita di gomma dura, mentre sulle versioni breachlock sono di ottone.
Questo significa che quando si compra un obiettivo newFD occorre valutare l'esistenza di gioco nella messa a fuoco: in caso infatti che esso si manifesti, significa che l'obiettivo ha lavorato molto, e che le boccole sono usurate; questo non solo comporta fastidiosi giochi nell'inversione della messa a fuoco, ma può compromettere l'allineamento dei gruppi ottici mobili, cosa che può tradursi in una perdita di qualità ottica.



Gli obiettivi FD sono dotati di diversi accoppiamenti meccanici con la fotocamera che è bene conoscere.



Versione breach lock

Versione newFD

Baionetta FD su fotocamera



1. Leva per la simulazione del diaframma al valore di lavoro.
E' accoppiata alla ghiera di regolazione dei diaframmi ed ha una funzione importante: comunica alla fotocamera l'apertura impostata dalla ghiera di regolazione che viene riportata sulla scala del galvanometro in modo da adeguare la lettura dell'esposizione al diaframma impostato sulla ghiera.

2. Perno di segnalazione apertura massima diaframma.
Serve a comunicare alla fotocamera l'apertura massima dell'obiettivo tramite un tastatore che ne misura l'altezza situato nel bocchettone della fotocamera; negli obiettivi più luminosi il perno è più basso.
Lo scopo è quello di impostare correttamente il valore di partenza del diaframma massimo sulla scala dell'esposimetro. Potete verificare questa funzione premendo il tastatore nella fotocamera con l'occhio nel mirino: vedrete variare il punto di partenza della scala esposimetrica o dell'indicatore a cerchietto.

3. Perno per usi "futuri".
Probabilmente pensato per successive applicazioni di messa a fuoco automatica, in realtà non fu mai utilizzato.
Su alcuni obiettivi se ne trovano due affiancati.

4. Perno di segnalazione diaframma automatico impostato.
Fuoriesce per segnalare alla fotocamera che è stato attivato il diaframma automatico tramite il pulsante "A" (oppure "O") per le funzioni programmate; il perno corrispondente sulla fotocamera è dislocato dentro lo spessore della baionetta, circa ad ore 20, ma è presente solo su fotocamere più evolute che dispongono di funzioni automatiche.

5. Leva di preselezione diaframma.
Serve a portare il diaframma al valore impostato al momento dello scatto, per poi riportarlo a tutta apertura per la lettura della luce.
Sulla versione breach questa leva può essere manualmente bloccata in posizione di lavoro, spingendola a fine corsa, quando si usano gli obiettivi invertiti in macrofotografia.
Sui primi obiettivi FD 50/1.8 breachlock (ma anche sul 28/2.8 S.C. , sul 35/3.5 S.C. e forse su altri obiettivi) fu applicata una piccola levetta supplementare che ha lo scopo di bloccare il diaframma in posizione di lavoro; fu eliminata poi con la revisione del 1973 e mai più riproposta:



Per ottenere la stessa funzionalità sugli obiettivi newFD occorre un anello speciale (macro hood) descritto nella sezione macro della nuova F-1, oppure un minuscolo fermo in plastica (manual diaphragm adapter) dato a corredo con il lens converter A:

Cortesia di photo.net



6. Pulsante di ritenuta della ghiera di serraggio. (solo per versione breachlock)
Ha lo scopo di tenere bloccata la ghiera di serraggio in posizione di apertura. Appena inserito l'obiettivo nella baionetta questo pulsante viene premuto, e libera la ghiera che compie una parziale rotazione, in modo da evitare cadute accidentali. (funzione disponibile solo su obiettivi di fascia alta)

Su entrambe le versioni i leveraggi di accoppiamento scorrono tramite microsfere in acciaio su gole rettificate (ve ne sono più di 200 in ogni obiettivo), in modo da poter garantire posizionamenti del diaframma con la precisione di 1/10 di stop, condizione necessaria per ottenere affidabilità e ripetibilità nelle funzioni con modalità programmata (priorità di diaframmi e tempi).

Gli obiettivi FD breachlock quando sono separati dalla fotocamera mantengono il diaframma a tutta apertura, mentre i newFD mantengono il diaframma parzialmente chiuso, per evitare incollamento in caso di olio sul diaframma e lunga inattività.


Il titolo in grassetto è riferito all'obiettivo raffigurato.








  • FD 7.5 mm 1:5.6 S.S.C. (fisheye)

  • FD 7.5 mm 1:5.6 newFD (fisheye)

     

E' un fisheye circolare, d'utilizzo limitato ma di grande impatto (produce una immagine circolare del diametro di 23mm), le versioni breach e newFD si equivalgono.
E' dotato di una ruota incorporata con 6 filtri colorati per bianco e nero e per conversione pellicole a colori (skylight, giallo, arancio, rosso, ambra, azzurro). Non ha regolazione per messa a fuoco.

Schema ottico: 11 lenti in 8 gruppi, rigido.
Angolo di campo: 180°
Diaframma: 6 lame
Paraluce: non previsto.
Portafiltri: incorporati.
Messo in commercio: giugno 1971. Prima revisione: febbraio 1973.
Versione newFD: giugno 1979.


Prezzo di listino nel 1996: 4.800.000 lire
Prezzo attuale ebay: 400/700 euro.
Esempio





  • FD 14 mm 1:2.8 L newFD

     

Un capolavoro: è un grandangolare ortoscopico rettilineare, ma è altrettanto raro e costoso.
Direi senza tema di smentita che è tra i pezzi più rari del sistema FD.
Esiste solo con montatura newFD.

Schema ottico: 14 lenti in 10 gruppi, rigido; G2 asferica.
Angolo di campo: 114°
Diaframma: 6 lame
Paraluce: incorporato.
Portafiltri: gelatina con tasca posteriore.
Messo in commercio: luglio 1982. 

Prezzo di listino nel 1996: 7.560.000 lire
Prezzo attuale ebay: 1200/1500 euro.
Esempio





  • FD 15 mm 1:2.8 S.S.C. (fisheye)

  • FD 15 mm 1:2.8 newFD (fisheye)

     

E' un fisheye rettangolare, d'utilizzo diverso dal precedente perché copre il formato 135 con un angolo di campo di 180° sulla diagonale.
Le versioni breach e newFD si equivalgono.
Anch'esso dotato di 4 filtri su ruota (skylight, giallo, arancio, rosso)

Schema ottico: 10 lenti in 9 gruppi, rigido.
Angolo di campo: 180°
Diaframma: 6 lame
Paraluce: incorporato.
Portafiltri: incorporati.
Messo in commercio: giugno 1971. Versione newFD: gennaio 1980.

Prezzo di listino nel 1996: 3.640.000 lire
Prezzo attuale ebay: 400/500 euro.
Esempio






  • FD 17 mm 1:4 S.S.C.

  • FD 17 mm 1:4 newFD

     

Prima dell'avvento del 14/2.8 era considerato ottimo. Tuttavia ha un costo elevato,
ed anche una discreta vignettatura; per contro è privo di distorsioni, a differenza del 20/2.8.

Schema ottico: 11 lenti in 9 gruppi, rigido.
Angolo di campo: 104°
Diaframma: 6 lame
Paraluce: non previsto per versione breach, BW-72 per versione newFD.
Portafiltri: 72mm.
Messo in commercio: marzo 1971. Prima revisione: marzo 1973. Versione newFD: dicembre 1979.

Prezzo di listino nel 1996: 2.360.000 lire
Prezzo attuale ebay: 250 euro.






  • FD 20 mm 1:2.8 S.S.C.

  • FD 20 mm 1:2.8 newFD

     

A mio avviso è un supergrandangolare equilibrato, ha una notevole uniformità centro bordo e le distorsioni sono contenute.
Meccanicamente migliore la versione breach.

Schema ottico: 10 lenti in 9 gruppi, rigido.
Angolo di campo: 94°
Diaframma: 6 lame
Paraluce: non previsto per versione breach, BW-72 per versione newFD.
Portafiltri: 72mm.
Messo in commercio: marzo 1973. Versione newFD: dicembre 1979.

Prezzo di listino nel 1996: 1.570.000 lire
Prezzo attuale ebay: 300 euro.
Esempio






  • FD 24 mm 1:1.4 S.S.C. Aspherical

  • FD 24 mm 1:1.4 L newFD

     

Finché non lo si prova non si può capire.
Le versioni newFD e breach si equivalgono, ma la prima versione è migliore per solidità, la seconda invece ha il paraluce che sulla prima manca.

Schema ottico: 10 lenti in 8 gruppi, flottante; G9 asferica.
Angolo di campo: 84°
Diaframma: 8 lame
Paraluce: non previsto per versione breach, BW-72 per versione newFD.
Portafiltri: 72mm.
Messo in commercio: marzo 1975. Versione newFD: dicembre 1979.

Prezzo di listino nel 1996: 4.060.000 lire
Prezzo attuale ebay: 800/1100euro.
Esempio
Articolo di Marco Cavina







  • FD 24 mm 1:2 newFD

     

Assolutamente da avere, piccolo, compatto, con una resa straordinaria ed uno sfuocato da sogno.
Esiste solo in montatura newFD.

Schema ottico: 11 lenti in 9 gruppi, rigido.
Diaframma: 8 lame.
Angolo di campo: 84°
Paraluce: BW-52C.
Portafiltri: 52mm.
Messo in commercio: giugno 1979.

Prezzo di listino nel 1996: 2.015.000 lire
Prezzo attuale ebay: 200 euro.
Esempio






  • FD 28 mm 1:2 S.S.C.

     

Piuttosto raro. Dona un senso alla focale di 28mm tanto usata dai fotogiornalisti e tanto snobbata dai fotoamatori, è un obiettivo di gran classe.

Schema ottico: 9 lenti in 8 gruppi, rigido.
Diaframma: 8 lame.
Angolo di campo: 75°
Paraluce: BW-55B.
Portafiltri: 55mm.
Messo in commercio: novembre 1975.

Prezzo di listino nel 1996: 2.300.000 lire
Prezzo attuale ebay: 300 euro
Esempio





  • FD 28 mm 1:2 newFD

     

E' un ottimo obiettivo al pari della versione S.S.C. ma è afflitto da scolorazione della pittura nera della parte posteriore della lente frontale (appaiono dei punti bianchi).

Schema ottico: 10 lenti in 9 gruppi, rigido.
Diaframma: 8 lame.
Angolo di campo: 75°
Paraluce: BW-52B.
Portafiltri: 52mm.
Messo in commercio: giugno 1979. 

Prezzo di listino nel 1996: 2.300.000 lire
Prezzo attuale ebay: 150/200 euro
Esempio


























  • FD 35 mm 1:

  • FD 35 mm 1:2 S.S.C.

  • FD 35 mm 1:2 newFD

     

Prima versione (per cortesia di Marco Gasparini)
Prima versione terza variante

Ho scritto tanto su questo capolavoro: a mio avviso è migliore la prima versione breach con lenti al torio e lente frontale concava. Le versioni breach successive alla prima sono meno incise (ma non tutti sono d'accordo), mentre la versione newFD è orrenda.
In questa tabella sono riassunte le versioni prodotte (3 versioni, di cui la prima con 4 varianti):


























Nota: i dati relativi ai pesi sono approssimativi.
Ho pesato due obiettivi della prima versione, terza variante (matricola 23mila e 29mila), entrambi con baionetta di servizio cromata, ed il peso misurato risulta essere di 529g e di 506g . Evidentemente i dati pubblicati su camera museum non sono veritieri, probabilmente sono stati "ripescati" in archivio in un secondo tempo ed è stata fatta confusione. Ho riscontrato anche differenze nelle misure dichiarate dei barilotti.
Esistono infine altre discordanze sui numeri di matricola, qualche utente riferisce di matricole precedenti la centomila (prima serie, quarta variante) con lente frontale convessa e senza ingiallimento da torio, caratteristiche tipiche della seconda versione con matricola superiore a centomila.

Schema ottico prima versione breach: 9 lenti in 8 gruppi, flottante; lente frontale concava, torio.
Diaframma: 8 lame.
Angolo di campo: 63°
Paraluce: BW-55A.
Portafiltri: 55mm.
Messo in commercio: marzo 1971. Prima revisione maggio 1971. Seconda revisione agosto 1971. Terza revisione marzo 1973.
Esempio (seconda variante al torio)





Schema ottico seconda versione breach: 9 lenti in 8 gruppi, flottante; lente frontale convessa.
Diaframma: 8 lame.
Angolo di campo: 63°
Paraluce: BW-55A.
Portafiltri: 55mm.
Messo in commercio: aprile 1976.





Schema ottico terza versione newFD: 10 lenti in 9 gruppi, rigido; lente frontale convessa.
Diaframma: 8 lame.
Angolo di campo: 63°
Paraluce: BW-52A.
Portafiltri: 52mm.
Messo in commercio: dicembre 1979.
Prezzo di listino nel 1996: 1.345.000 lire (versione newFD)
Prezzo attuale ebay: 150/250 euro (più care le versioni con lente concava).





 


ATTENZIONE: le lenti al torio sono radioattive
: è bene conservare questi obiettivi in un astuccio di piombo e limitarne l'uso il più possibile.








  • FD 35 mm 1:2.8 S.S.C. TS

     


Il primo obiettivo Canon basculante e decentrabile (Tilt - Shift), con rotazione di 180° per poter scegliere l'asse su cui effettuare i movimenti.
Il diaframma non è automatico, va usato in stopdown.
Un capolavoro assoluto per nitidezza, pulizia ed assenza di aberrazioni,
con una resa calligrafica del dettaglio.
Esiste solo con montatura breach.

Schema ottico: 9 lenti in 8 gruppi, rigido.
Diaframma: 8 lame, ad uncino.
Angolo di campo: 63°
Paraluce: BW-58B.
Portafiltri: 58mm.
Messo in commercio: marzo 1973.

Prezzo di listino nel 1996: 4.480.000 lire
Prezzo attuale ebay: 600/800 euro.








Esempio di resa del dettaglio

Esempi di correzione della profondità di campo:
Senza basculaggio.
Con basculaggio.

Esempio di basculaggio usato per creare selettivamente zone sfocate.


Una particolarità di questo obiettivo è nella forma delle lamelle del diaframma, che in punta sono sagomate ad uncino in modo da creare una sovrapposizione in fase di chiusura che garantisce la regolarità del foro senza dover usare un numero maggiore di lame.
Questa caratteristica, tipica degli obiettivi da riproduzione, è presente anche sui due obiettivi speciali conici per microfotografia.

Ecco la particolare forma del diaframma:




  • FD 50 mm 1:1.2 L newFD

     

Il normale assoluto secondo Marco Cavina (perché non ha mai provato il 55 asferico).

Esiste solo in montatura newFD.

Schema ottico: 8 lenti in 6 gruppi, flottante; G2 asferica.
Angolo di campo: 46°
Diaframma: 8 lame.
Paraluce: BS-52B.
Portafiltri: 52mm.
Messo in commercio: ottobre 1980.

Prezzo di listino nel 1996: 2.360.000 lire
Prezzo attuale ebay: 400/600 euro.
Articolo di Marco Cavina
Esempio

























  • FD 50 mm 1:3.5 macro S.S.C.

  • FD 50 mm 1:3.5 macro newFD

     

Versione S.S.C. breach lock
Le due versioni si equivalgono e stupiscono ancora per la loro resa: secondo
Marco Cavina si tratta di uno dei migliori obiettivi macro prodotti.


Il rapporto di riproduzione è 1:2, per ottenere il rapporto 1:1 occorre un tubo di prolunga da 25mm.


Schema ottico: 6 lenti in 4 gruppi, rigido.
Diaframma: 6 lame.
Angolo di campo: 46°
Paraluce: BS-55A per versione breach, BS-52A per versione newFD.
Portafiltri: 55mm per versione breach, 52mm per versione newFD.
Messo in commercio: marzo 1973. Versione newFD: giugno 1979

Prezzo di listino nel 1996: 1.200.000 lire
Prezzo attuale ebay: 60/70 euro.











Versione newFD






 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  • FD 55 mm 1:1.2 AL

  • FD 55 mm 1:1.2 S.S.C. Aspherical

     

Primo rarissimo esemplare del 1971
A mio avviso è questo il normale assoluto (molti appassionati leica lo dicono a denti stretti).

Schema ottico: 8 lenti in 6 gruppi, flottante; G2 asferica.
Diaframma: 8 lame.
Angolo di campo: 43°
Paraluce: BS-58.
Portafiltri: 58mm.
Messo in commercio: marzo 1971. Prima revisione: marzo 1973. Seconda revisione: marzo 1975.



Prezzo attuale ebay: 2500/3000 euro (versione 1971)

Prezzo attuale ebay: 600/700 euro (versione 1975)


Articolo di Marco Cavina
Esempio
Esempio




 
Terzo esemplare del 1975














































  • FD 85 mm 1:1.2  S.S.C. Aspherical

     

Secondo Marco Cavina è addirittura migliore delle versioni attuali autofocus (ed ha ragione).
Questa versione è più solida, ha un diaframma con 9 lame ma è priva di baionetta
di servizio per paraluce.

Schema ottico: 8 lenti in 6 gruppi, flottante, G2 asferica.
Diaframma: 9 lame.
Angolo di campo: 28°30'
Paraluce: non previsto.
Portafiltri: 72mm.
Messo in commercio: gennaio 1976.

Prezzo attuale ebay: 800/900 euro
Esempio




























  • FD 85 mm 1:1.2 L newFD

     

Questa versione è meno solida (è pesante e sull'innesto newFD manifesta del gioco),
ma è possibile montare il paraluce.

Schema ottico: 8 lenti in 6 gruppi, flottante, G2 asferica.
Diaframma: 8 lame.
Angolo di campo: 28°30'
Paraluce: BT-72.
Portafiltri: 72mm.
Messo in commercio: marzo 1980.

Prezzo di listino nel 1996: 2.800.000 lire
Prezzo attuale ebay: 600/700 euro
Articolo di Marco Cavina






























  • FD 85 mm 1:1.8  S.S.C

  • FD 85 mm 1:1.8  newFD

     

Versione S.S.C. breach
E' un obiettivo dalla doppia personalità.
Condivide lo schema ottico con il 100/2 ma a differenza di quest'ultimo, in condizioni di scarsa luce è poco contrastato e molto, molto meno definito.
In condizioni ottimali invece esibisce un'ottimo contrasto ed uno splendido stacco fuoco/fuorifuoco, con nitidezza di gran livello.
Usato in piena luce non sembra nemmeno lo stesso obiettivo, quindi non usatelo controluce, per carità, è drammatico, il calo del contrasto è inaccettabile.
La correzione del coma e dell'aberrazione sferica è invece ottima, tuttavia soffre in modo particolarmante elevato di aberrazione cromatica.
Le due versioni breach e newFD sono identiche, montatura a parte.

Schema ottico: 6 lenti in 4 gruppi, rigido.
Diaframma: 8 lame.
Angolo di campo: 28°30'
Paraluce: BT-55 (versione breach), BT-52 (versione newFD).
Portafiltri: 55mm (versione breach), 52mm (versione newFD).
Messo in commercio: aprile 1974. Versione newFD: giugno 1979.

Prezzo attuale ebay: 150 euro (versione newFD)





Versione newFD














































  • FD 85 mm 1:2.8  newFD (soft focus)

     

E' un obiettivo pensato per l'effetto flou nei ritratti, ottenuto mediante aberrazione sferica regolabile su 3 valori.
Usato senza effetto ha una nitidezza straordinaria.
Esiste solo in montatura newFD, ed è estremamente raro.

Schema ottico:6 lenti in 4 gruppi, rigido.
Diaframma: 9 lame.
Angolo di campo: 28°30'
Paraluce: BT-58.
Portafiltri: 58mm.
Messo in commercio: febbraio 1983.

Prezzo attuale ebay: 600 euro
Esempio con SF=0
Esempio con SF=3




























  • FD 100 mm 1:newFD

     

Dopo averlo usato a lungo lo ritengo il miglior tele da ritratto in assoluto.
Non teme paragoni con nulla ed esiste solo con montatura newFD.

Schema ottico:6 lenti in 4 gruppi, rigido.
Diaframma: 8 lame.
Angolo di campo: 24°
Paraluce: BT-52.
Portafiltri: 52mm.
Messo in commercio: gennaio 1980.

Prezzo di listino nel 1996: 1.070.000 lire
Prezzo attuale ebay: 250/300 euro
Esempio

































  • FD 100 mm 1:4 macro S.C.

  • FD 100 mm 1:4 macro newFD

     

Notevole obiettivo per macrofotografia con RR=1:2
Con tubo di prolunga da 50mm raggiunge RR=1:1

Schema ottico:6 lenti in 4 gruppi, rigido.
Diaframma: 6 lame.
Angolo di campo: 24°
Paraluce: BT-55 (versione breach), BT-52 (versione newFD).
Portafiltri: 55mm (versione breach), 52mm (versione newFD).
Messo in commercio: ottobre 1975. Versione newFD: settembre 1979.

Prezzo di listino nel 1996: 2.130.000 lire
Prezzo attuale ebay: 150 euro
































  • FD 135 mm 1:newFD

     

Un altro mostro sacro del sistema FD.
Esiste solo in montatura newFD.

Schema ottico:6 lenti in 5 gruppi, rigido.
Diaframma: 8 lame.
Angolo di campo: 18°
Paraluce: incorporato, scorrevole.
Portafiltri: 72mm.
Messo in commercio: maggio 1980.

Prezzo di listino nel 1996: 1.870.000 lire
Prezzo attuale ebay: 300 euro (versione newFD)
Esempio




























  • FD 200 mm 1:4 macro newFD

     

Un obiettivo estremamente raro.
Esiste solo in montatura newFD.
Raggiunge il RR=1 senza aggiuntivi.

Schema ottico:9 lenti in 6 gruppi, rigido.
Diaframma: 8 lame.
Angolo di campo: 12°
Paraluce: incorporato, scorrevole.
Portafiltri: 58mm.
Messo in commercio: aprile 1981.

Prezzo di listino nel 1996: 2.987.000 lire
Prezzo attuale ebay: 400/500 euro
Esempio





















  • FD 200 mm 1:2.8 S.S.C.

  • FD 200 mm 1:2.8 newFD

  • FD 200 mm 1:2.8 newFD IF

     

Versione breach SSC:5 lenti in 5 gruppi, rigido.
Diaframma: 8 lame.
Angolo di campo: 12°
Paraluce: scorrevole, incorporato.
Portafiltri: 72mm.
Messo in commercio: marzo 1975.


































Versione newFD: 5 lenti in 5 gruppi, rigido.
Diaframma: 8 lame.
Angolo di campo: 12°
Paraluce: scorrevole, incorporato.
Portafiltri: 72mm.
Messo in commercio: giugno 1979.








































Versione newFD internal focus (IF) ultimo modello:7 lenti in 6 gruppi, messa a fuoco interna.
Diaframma: 8 lame.
Angolo di campo: 12°
Paraluce: scorrevole, incorporato.
Portafiltri: 72mm.
Messo in commercio: ottobre 1982.








































Ne esistono 3 versioni, ma le ultime due si confondono facilmente fra loro per mancanza di documentazione.
La versione breach ha 5 lenti in 5 gruppi e messa a fuoco con elicoide.
La prima versione newFD è sostanzialmente identica alla versione breach, montatura a parte.
Entrambe non brillano particolarmente per le loro doti.
La seconda versione newFD è decisamente superiore, è stata prodotta dopo ottobre 1982 (datacode Wxxx), ha 7 lenti in 5 gruppi e messa a fuoco interna.
Le riviste dell'epoca lo paragonavano per resa ai mostri sacri del tempo. Spettacolare la sua capacità di cancellare lo sfondo con uno sfocato meraviglioso.
Ovviamente lo si paga caro, tuttora resta sempre intorno ai 300 euro, quando per le versioni precedenti il prezzo è dimezzato.
Per riconoscere a colpo d'occhio le due versioni newFD basta osservare il paraluce scorrevole: l'ultima versione è dotata di anello gommato lavorato a prismi, mentre la versione precedente ha delle scanalature orizzontali.
Prezzo di listino nel 1996: 1.920.000 lire (versione IF)
Prezzo attuale ebay: 150 euro (versione breach)
Prezzo attuale ebay: 200 euro (versione newFD)
Prezzo attuale ebay: 300 euro (versione newFD IF)
Esempio (versione IF)
Esempio (versione non IF newFD)






  • FD 200 mm 1:1.8  newFD

     

Il pezzo migliore mai prodotto da canon, in assoluto, prodotto in soli 200 esemplari due anni dopo la cessazione del sistema FD.
Solo dopo averlo provato si può parlarne, chi lo fa per sentito dire fa chiacchere vane.
Quello raffigurato mi è stato venduto da Marco Cavina.

Schema ottico:11 lenti in 9 gruppi, flottante.
Il vetro frontale è un elemento protettivo.
Diaframma: 8 lame.
Angolo di campo: 12°
Paraluce: ET-123.
Portafiltri: drop-in 48mm (solo per gelatina).
Messo in commercio: novembre 1989.

Prezzo di listino nel 1996: 13.860.000 lire
Prezzo attuale ebay: 2400-4000 euro a seconda dello stato.
Esempio
Articolo di Marco Cavina




















  • FD 300 mm 1:4 S.S.C.

  • FD 300 mm 1:4 newFD

  • FD 300 mm 1:4 L newFD

     

Una volta provato, ci si domanda per quale motivo abbiano pensionato il sistema FD: risolvenza, ariosità, capacità di non ammassare i piani in rapporto alla focale sono doti assai rare.
Questa versione è molto difficile da trovare; è più comune la
versione non L, decisamente inferiore.
Schema ottico:7 lenti in 7 gruppi, messa a fuoco interna.
L'elemento frontale è un vetro protettivo.
Diaframma: 9 lame.
Angolo di campo: 8°15'
Paraluce: scorrevole, incorporato.
Portafiltro: estraibile a cassetto drop-in 34mm; in dotazione vetro trasparente.
Disponibili a parte filtri rosso, giallo, ND2.
Messo in commercio: dicembre 1978. Versione newFD: maggio 1980.

Prezzo di listino nel 1996: 3.810.000 lire
Prezzo attuale ebay: 600 euro.
Articolo di Marco Cavina Esempio 1 Esempio 2  Esempio 3


















  • FD 500 mm 1:4.5 L S.S.C.

  • FD 500 mm 1:4.5 L newFD

     

Fu il primo obiettivo della Canon a fregiarsi della riga rossa che identifica la serie L.
Schema ottico: 7 lenti in 6 gruppi, G2 in fluorite
L'elemento frontale è un vetro protettivo.
Diaframma: 9 lame.
Angolo di campo: 5°
Paraluce: scorrevole, incorporato + ulteriore prolunga in dotazione EH-123.
Portafiltro: estraibile a cassetto drop-in 48mm con
elemento neutro svitabile e sostituibile con qualsiasi altro filtro dello stesso diametro.
Disponibile anche polarizzatore rotante azionabile da rotellina esterna e portafiltro gelatina.
Messo in commercio: maggio 1979. versione newFD: dicembre 1981
Prezzo ebay: 1000-1500 euro.
Esempio   Esempio  Articolo di Marco Cavina





















  • FD 500 mm 1:8 Reflex S.S.C.

  • FD 500 mm 1:8 Reflex newFD

     


Un obiettivo catadiottrico compatto di ottima qualità.

Schema ottico: 6 elementi in 3 gruppi, a specchio.
Diaframma: assente.
Angolo di campo: 5°
Paraluce: scorrevole, incorporato.
Portafiltro: estraibile a cassetto drop-in 34mm; in dotazione vetro trasparente.
Erano disponibili a parte filtri rosso, giallo, ND2.
Filettatura frontale 90mm.
Messo in commercio: settembre 1978. versione newFD: marzo 1980

Prezzo ebay: 300-400 euro (versione breach).
Prezzo ebay: 200-300 euro (versione newDF).
Esempio (montato su 1Ds con adattatore originale canon EOS-FD ed anello distanziale FD da 5mm).
Si noti lo sfocato tipico




































  • Zoom FD 35-70 mm 1:newFD autofocus

     

Questo zoom, introdotto nel 1981, fu il primo obiettivo Canon dotato di autofocus indipendente, il cui funzionamento, basato su un sistema di triangolazione telemetrico, fu oggetto di contese giudiziarie da parte di diverse case che ne rivendicarono la paternità. Troverete i dettagli su questo curioso obiettivo nell'interessante articolo di Marco Cavina.

Schema ottico:8 lenti in 8 gruppi.
Diaframma: 8 lame.
Paraluce: non previsto.

Messo in commercio: maggio 1981.


Prezzo attuale ebay: 150 euro.

Articolo di Marco Cavina








  • Moltiplicatori di focale

     

Nel sistema FD esistevano un semiduplicatore e 2 duplicatori:


































Extender 1.4X-A
Schema ottico: 4 lenti in 3 gruppi.
Per focali uguali o superiori a 300mm.
Correzione esposizione: nessuna.
Prezzo ebay: 150 euro.



















Extender 2X-A


Schema ottico: 6 lenti in 4 gruppi.
Per focali superiori a 300mm.
Correzione esposizione: +1/3 stop.
Prezzo ebay: 150-200 euro.


















Extender 2X-B


Schema ottico: 7 lenti in 5 gruppi.
Per focali inferiori a 300mm.

Correzione esposizione:
-2/3 stop con lenti F/1.8 o più luminose
-1/3 stop con lenti F/2.0 o più luminose

Prezzo ebay: 150-200 euro.

















Le correzioni indicate non sono richieste per il bianco e nero o per la negativa colore, ma per la diapositiva colore, la cui esatta esposizione è critica ai fini della saturazione dei colori.

A differenza di quanto accade con i duplicatori attuali, dove nella fotocamera viene indicato un diaframma dimezzato, nella fotocamera FD l'apertura massima dell'obiettivo non viene dimezzata, ma l'esposimetro tiene conto della caduta di luce posizionandosi due stop al di sotto del valore che si avrebbe senza duplicatore (per esempio se inquadrando senza duplicatore ho F/4 - 1/1000, montando il duplicatore avrò F/4 - 1/250).
Una scelta più intuitiva rispetto alla prassi odierna visto che da un punto di vista formale l'apertura massima dell'obiettivo non cambia, succede solo che la luce viene distribuita su una superficie maggiore grazie al duplicatore e questo ovviamente richiede un tempo di scatto più lungo.

Esempi FD 300/4L con duplicatore 2X-A:
Esempio 1
Esempio 2
Esempio 3




  • Adattamento di obiettivi FD sul sistema EOS

     

Quando si adattano obiettivi diversi sulla fotocamere, ancor prima delle questioni relative alla perdita degli automatismi, bisogna fare una considerazione preliminare sul tiraggio, che è la distanza tra il piano pellicola ed il bocchettone di innesto.

Se l'obiettivo da adattatare ha un tiraggio inferiore a quello originale, metterà a fuoco davanti al piano pellicola e sarà possibile utilizzarlo solo interponendo una lente correttiva, visto che non lo si puo' fisicamente avvicinare.

Se invece ha un tiraggio maggiore, metterà a fuoco dietro il piano pellicola, in questo caso basta allontanarlo interponendo un anello avente spessore pari alla differenza di tiraggio (fatte salve considerazioni relative al cerchio di copertura).

Il sistema FD (ma anche i predecessori FL ed R) ha un tiraggio di 42mm mentre il sistema EOS ha un tiraggio di 44mm.

Questo è il motivo per cui adattare le ottiche FD richiede una lente negativa di correzione.

Paradossalmente quindi il sistema canon FD è il più penalizzato perché di fatto l'adattamento di tali obiettivi è problematico, se non addirittura sconsigliato.

All'epoca dell'introduzione del sistema EOS nel 1987 furono messi in commercio da canon 2 adattatori per poter usare il sistema FD su EOS.
Non furono mai venduti al pubblico ma vennero venduti come pezzi di ricambio solo ai professionisti (quello che oggi corrisponde al CPS)
L'adattatore con il gruppo ottico costava la bellezza di 735.000 lire nel 1993.


Il primo, denominato "Canon Lens Converter FD-EOS":























fu pensato per utilizzare esclusivamente i seguenti supertele FD:

Fissi:
  • FD200/1.8L
  • FD200/2.8
  • FD300/2.8
  • FD300/4
  • FD300/4L
  • FD400/2.8
  • FD400/4.5
  • FD400/4.5L
  • FD500/4.5L
  • FD600/4.5
  • FD800/5.6

Zoom:
  • FD50-300/4.5L
  • FD85-300/4.5
  • FD150-600/5.6L
(il catadiottrico 500/8 può essere montato solo interponendo un tubo di prolunga FD da 5mm, perdendo la messa a fuoco ad infinito)


Tale adattatore quindi non era utilizzabile con nessun altro obiettivo a causa del gruppo ottico sporgente; aveva un fattore di moltiplicazione della focale pari ad 1.26, oltre ad assorbire luce per 2/3 di diaframma.

Oggi è introvabile (capita raramente su ebay, ma si arriva a pagarlo oltre 1500$ essendo considerato una rarità; questo fotografato è il mio esemplare personale).

La qualità ottica garantita da questo speciale adattatore montato su un supertele FD su fotocamere digitali è elevatissima; osservate a titolo di esempio due fotografie: la prima di un palo della luce distante 50 metri, la seconda di un gruppo di case a circa 500m. (Obiettivo FD 500/4.5L su fotocamera 1Ds mark III con adattatore originale)

Esempio 1

Esempio 2


Recentemente sono apparsi in commercio adattatori universali muniti di una lente correttiva (alcuni muniti di chip di conferma per la messa a fuoco) che permettono l'adattamento di qualsiasi obiettivo FD; tuttavia essendo incorporata una sola lente (al massimo due), qualche volta in plastica, spesso prive di trattamenti antiriflesso (contro le 4 lenti in 3 gruppi dell'originale con trattamento S.S.C. super spectra) si puo' facilmente capire a quale qualità di immagine si potrà andare incontro; a titolo di esempio vi mostro il decadimento qualitativo degli adattatori FD commerciali usando un FD500mm F/8 reflex canon con distanziatore da 5mm:

Questa foto è ottenuta con l'adattatore in commercio:

Questa foto invece con l'adattatore originale:


A parte il fattore di riduzione pari ad 1.26 introdotto da quest'ultimo, la differenza qualitativa è abbastanza evidente.


Una nota importante:

L'adattatore non è pienamente compatibile con i primi teleobiettivi breach lock. In tali obiettivi infatti il lamierino delimitatore del cerchio di copertura posto sul fondello ha una sagoma rettangolare che impedisce l'ingresso del gruppo ottico sporgente. Sui modelli successivi con innesto newFD tale lamierino fu sagomato appositamente.
In questa foto potete vedere la sagoma originale ed in rosso l'ingombro del gruppo ottico:



















Su alcuni forum americani ho letto che le ultime versioni dei modelli breach furono aggiornate con il lamierino sagomato, ma non ho nessun riscontro in merito.
La soluzione però è semplice: si tratta di smontare il lamierino e sagomarlo con una lima.





Il secondo adattatore originale, denominato "Canon macro lens mount converter FD-EOS":














è un anello vuoto pensato solo per recuperare l'uso di ottiche macro FD, e naturalmente non permette la messa a fuoco ad infinito. Anche questo, è raro ed introvabile, ma ne esistono di produzione attuale; entrambi dispongono di una levetta (quasi mai raffigurata) che permette di portare il diaframma a tutta apertura per effettuare la misura della luce.


L'ovvia perdita degli automatismi impone di lavorare in modo manuale, oppure in priorità di diaframmi.




  • FD 20 mm 1:3.5 Photomicro

     





















Obiettivo specialistico per microfotografia da usare sul bellows, dotato di innesto filettato RMS (Withworth 0,8" x 1/36") per microscopio.

Schema ottico:















Prezzo attuale ebay: 400 euro

Esempio 



  • FD 35 mm 1:2.8 Photomicro

     





















Obiettivo specialistico per microfotografia da usare sul bellows, dotato di innesto filettato RMS per microscopio.

A titolo di curiosità vi mostro i componenti di questo particolare obiettivo:


Da sinistra, adattatore RMS-FD, obiettivo, e tappo conico svitabile per poter avvitare il raro duplicatore di film.

Schema ottico:















Prezzo attuale ebay: 400 euro

Articolo di Marco Cavina

Esempio





  • Canon FD duplicator 8

     

Il duplicator 8 è un accessorio dell'obiettivo photomicro, 20mm F/3.5.
Insieme ad altri due duplicatori, il duplicator 16 (da montare sul 35 F/2.8 photomicro) ed il duplicator G (su cui non esiste nessuna documentazione) fu pensato per trasferire su pellicola in formato 135 i filmini 8mm, 16mm (all'epoca molto usati) e fotografie ad uso medico prodotte da fotocamere dedicate (G).

Tale rarissimo accessorio richiede di essere avvitato sopra uno dei due obiettivi per microfotografia, il cui elemento frontale conico è svitabile tramite filettatura proprietaria (non RMS).

L'elemento ottico Köhler del duplicatore, derivato dalla microscopia, è dotato di condensatore e diaframma di campo fisso, e serve per illuminare uniformemente il fotogramma. Tramite l'obiettivo fotomicro montato sul soffietto bellows si può ingrandire il fotogramma del film a piacimento (nei limiti della risoluzione del film originale).
E' ovvio che trasferire un intero film 8mm sul formato 135 sia un'impresa immane, in quanto occorre rifotografare ogni singolo fotogramma manualmente non essendo previsto nessun automatismo per lo scorrimento del film, occorre cioè spostare manualmente il film fotogramma per fotogramma fermandolo tramite il sistema di blocco incorporato nel duplicatore, la cui testa incernierata è ribaltabile.

Lo scopo di questo duplicatore è quello di recuperare singoli fotogrammi, o comunque brevi sequenze di fotogrammi limitate dalla capacità massima del sistema FD new, ossia i cento fotogrammi del dorso speciale, corrispondendi a poco più di 4 secondi di filmato, oppure i 250 fotogrammi del sistema old.

Ecco come si presenta il duplicator 8 affiancato al 20 F/3.5 photomicro con anello conico rimosso:





















Ed ecco invece come si presenta una volta montato e piazzato sul bellows tramite l'adattatore RMS-FD in dotazione
























Qui invece potete vedere il duplicatore con l'elemento Köhler ribaltato per consentire l'inserimento del film, guidato da perni in acciaio:
























Essendo dedicato all'uso in accoppiamento con gli obiettivi photomicro, non ha nessuna utilità preso a sé.

Se qualcuno fosse in possesso di preziosi filmini 8mm familiari e volessere recuperare qualche fotogramma, ora sa come fare.

Non posso dirvi quale sia la sua quotazione su ebay: gli ho dato la caccia per 4 anni senza mai vederlo, e solo recentemente ne sono entrato in possesso, pagandolo 82 dollari.




Obiettivi non FD


  • FL-P 38mm 1:2.8  esclusivo per Pellix


























Schema ottico:4 lenti in 3 gruppi.
Diaframma: 6 lame.
Angolo di campo: 59°.
Paraluce: non previsto.
Portafiltri: 48mm.
Messo in commercio: maggio 1965.
Prezzo ebay: 350-400 euro.
Esempio




  • S 50 1:0,95 con baionetta M per telemetro Canon 7 e Canon 7S.

     

Questo obiettivo è una leggenda: il primo obiettivo di serie, messo in commercio 50 anni or sono, con luminosità minore di F/1, emulato dal noctilux solo 30 anni dopo.
E' stato soprannominato "dream lens".



Schema ottico:7 lenti in 5 gruppi, lenti al lantanio.
Diaframma: 10 lame.
Angolo di campo: 46°
Paraluce: dedicato.
Portafiltri: 72mm.
Messo in commercio: agosto 1961.



Questa invece è una radiografia che mostra l'elevata densità ottica di questa leggenda (cortesia di Marco Cavina e del Dr. Milos Paul Mladek di Wien):


Prezzo ebay: 1000-1500 euro.

Esempi (da Flickr)
Esempio 3
Esempio 4
Articolo di Marco Cavina



Ringrazio ancora il Prof. Vicent Cabo che dopo aver letto il mio articolo mi ha inviato lo schema ottico corretto del 50 f/0.95

Infine vi segnalo questo interessante articolo di Marco Cavina sull'adozione della Fluorite da parte di Canon nei primi teleobiettivi FL





Questo articolo ha richiesto diversi anni di ricerche; rimarrà un lavoro in evoluzione: aggiungerò infatti nuove informazioni ogni volta che riuscirò ad entrare in possesso di altri obiettivi, fotocamere od accessori di questo smisurato ed affascinante sistema fotografico.

Vi ringrazio per la pazienza dimostrata nella lettura di questo chilometrico lavoro e spero di aver suscitato in voi il desiderio di voler conoscere macchine ed obiettivi d'altri tempi, concepiti per durare e regalare grandi soddisfazioni, ancor oggi.



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