giovedì 8 dicembre 2016

Ispirazioni.



Lo scorso novembre, in occasione delle festività dei Santi, vennero a farmi visita Marco ed Alice.

Marco, originario del basso Piemonte è andato a lavorare in Germania (beato lui), dove ha conosciuto Alice, e siccome frequenta gli stessi spazi virtuali che frequento anche io, si è creato il pretesto per la visita: desiderava farmi vedere una sua Rolleiflex con un problema alla lente anteriore.

Ingenuamente, dando per scontato che la mia esperienza sulle Hasselblad fosse facilmente trasmissibile anche alle creature di Frank Heidecke, ritenni di poter sistemare l'inconveniente, ma la cosa purtroppo non funzionò, lo smontaggio di quelle diaboliche scatole richiede attrezzatura, cognizioni e documentazione che non ho mai avuto, e siccome l'azzardo in questi casi può costare caro, preferii ritirarmi piuttosto che fare un danno.

Mentre io e Marco studiavamo la sua macchina, la bella Alice in silenzio osservava il mio laboratorio, le mie stampe e tutto ciò che stessimo facendo, con occhio attento e limpido.

In particolare poi mostrai loro le stampe delle foto fatte con il superachromat al porto di Genova dove il trionfo dei colori è qualcosa che va visto; sono sempre più convinto che la diffusione della fotografia tradizionale deve passare per la visione delle stampe. Nessun surrogato informatico ha la stessa potenza emotiva.

Al termine della piacevole mattinata, non potendo pranzare con loro per altri impegni, li accompagnai presso una trattoria tipica del luogo, dove furono accolti e serviti con una gentilezza che in liguria spesso è sconosciuta.

Ritenevo che la questione si fosse chiusa li, al di là dei contatti sporadici sugli odiati social.

Invece l'altroieri sera a sorpresa ho ricevuto un messaggio di Alice che mi ha lasciato di sasso.

Ispiratasi ad una mia fotografia, ha realizzato un quadro ad olio da ben 70x100 centimetri:



La cosa mi ha lasciato attonito su più fronti.

Non sapevo infatti che Alice sapesse dipingere, so che lavora all'Università in Germania, ma nel breve incontro non mi ha detto molto altro di lei.

Ma sapere che una mia banale fotografia le ha ispirato un quadro mi ha colmato di gioia, e non è tutto, era anche convinta che la cosa non mi avrebbe fatto piacere!

In italia siamo abituati a vivere in mezzo a squali che ti strappano le gambe senza troppe cerimonie, e la sua modestia mi ha davvero sconcertato.

E allora la sua ispirazione da me ha generato una mia ispirazione da lei.

Ho deciso cioè di ristampare quella stessa foto facendola assomigliare il più possibile al quadro che lei ha dipinto.

In pratica si è trattato di studiare la fattibilità di un triplo viraggio: rosso nella parte superiore, grigio nella parte inferiore, e nero nella parte centrale.

Dopo una serie di provini a quali ho dedicato la mattina di festa sono arrivato a qualcosa di molto somigliante:



E perfezionato ulteriormente il procedimento ho fatto la stampa finale, che nei prossimi giorni le spedirò a casa quale omaggio doveroso alla sua bella personalità.



Per quanto ciò possa valere (cioè nulla), la stampa sarà un esemplare unico, firmato, siglato con timbro a secco e dedicato personalmente alla musa ispiratrice!


mercoledì 23 novembre 2016

Storia di una rinascita.

Lo scorso settembre mi si è presentata un'occasione importante che non potevo assolutamente perdere: è apparsa su ebay una macchina RA4 per la stampa del colore: una Jobo Printlab 3504.
Si tratta di una macchina professionale cosiddetta "dry to dry", perché le stampe escono lavate, stabilizzate e già asciutte. 

Quando la stampa RA4 era al culmine, negli anni 90, questa macchina era il non-plus-ultra per un piccolo laboratorio di stampa, perché ha tutte le caratteristiche tipiche delle macchine di fascia più alta, ma è di dimensioni contenute.
In particolare è una macchina per banda 35, con quattro vasche:

- Sviluppo colore
- Sbianca-fissaggio
- Lavaggio (oppure stabilizzatore)
- Lavaggio (oppure stabilizzatore)

Tra le caratteristiche di rilievo di questa macchina vi sono l'integrazione automatica di CD e BX in base alla superficie di carta sviluppata, il lavaggio in acqua sempre fresca, il cui rateo di integrazione è programmabile, funzioni di carico, scarico e lavaggio completamente automatizzate: si imposta il ciclo di pulizia e la macchina scarica la chimica e poi effettua una serie di lavaggi con acqua corrente per pulire vasche e telai.

La stampa entra in macchina su un velo d'aria per evitare danni all'emulsione: la stessa ventola che raffredda la scheda madre crea anche il velo d'aria.
 

In caso di inutilizzo resta in attesa, mantenendo la temperatura, ma appena si inserisce una stampa, le stesse fotocellule che misurano la superficie ne rilevano la presenza,  facendo partire i telai e l'asciugatura, che poi si fermano se non vengono inserite altre stampe di seguito.
Insomma, un vero gioiello, entrato in produzione (credo) nel 1995 e dismesso nel 2007; la mia macchina è datata dicembre 1996.
Un gioiello che costava diverse migliaia di euro quando era in catalogo (l'ultimo prezzo di listino è stato di $10.340)


Il prezzo richiesto dal venditore ebay era modesto (291 euro) e devo dire che non mi aspettavo una grande battaglia per aggiudicarmela, perché non è una macchina per fotoamatori, abbisogna di cinque litri per ogni vasca, ha un consumo elettrico elevato, ed è molto complessa, ha un sistema di menù e sottomenù molto articolato perché è completamente programmabile in ogni sua funzione.

Infatti me la sono aggiudicata con la sola offerta di base.



Durante il corso dell'asta avevo chiesto al venditore in che condizioni fosse la macchina che era venduta "in buone condizioni", e mi confermò lo stato di esercizio, sostenendo di averla usata e poi dismessa, oltre a mandarmi qualche altra foto, dalla quale però non si capiva un granché.




Le foto erano confuse e poco utili per capire lo stato della macchina, ma considerando il basso prezzo richiesto non ho voluto investigare ulteriormente per non fare mangiare la foglia al venditore, nell'ipotesi che stesse vendendo qualcosa di cui non conosceva l'effettivo valore.

Non vi dico il timore per il trasporto di un oggetto tanto delicato e pesante allo stesso tempo; fu concordato un prezzo di trasporto extra di 50 euro per un imballo sicuro, poi per tutto il tempo della spedizione sono entrato nella fase "anima in pena", ma quando la macchina mi è arrivata mi è preso un colpo.

L'imballo, a malapena sufficiente, era aperto, richiuso poi alla carlona dal corriere con del nastro da pacchi.
Aperto lo scatolone mi si è presentata davanti una triste verità: la macchina oltre ad essere sporca e mal tenuta, era priva dei quattro telai che movimentano la stampa, quindi del tutto inutilizzabile.





Lo sconforto, credetemi è stato grande, in pratica senza i telai non vi erano speranze di poterla utilizzare e in quegli istanti pensavo sinceramente che sarebbe stato impossibile trovarli; a posteriori non escludo nemmeno che i telai siano andati smarriti durante la spedizione.
Ma non era tutto: la macchina doveva essere stata tenuta sporca per chissà quanti anni: tutti i tubi della chimica erano neri e quando, superato il malore iniziale, l'ho approntata per avviarla, nelle vasche luride giravano continuamente pezzi di materiale nerastro appiccicoso che avrebbero insozzato le stampe.
Un altro grave problema riguardava la valvola di ripartizione a sei vie: la piastra di alluminio visibilmente corrosa era deformata provocando un continuo gocciolamento a terra di tutti i liquidi che essa controlla.
Inoltre il display era difettoso perché delle quattro righe una era spenta, impedendo la comprensione dei menù di programmazione, mancavano anche i filtri in vasca, le taniche erano luride e forate, e le sonde di temperatura completamente sballate.
Insomma, avevo preso una bella fregatura, così ho aperto una contestazione e richiesto il rimborso, che ho ottenuto con le scuse del venditore, il quale, perlomeno alla fine, si è dimostrato corretto, ammettendo di non avere mai usato la macchina e rimborsandomi l'intero prezzo sborsato, trasporto compreso.
Non mi è stato dato sapere perché la vendesse e dove l'avesse presa, ritengo che l'abbia ritirata da qualche laboratorio che stava per gettarla via senza sapere minimamente come funzionasse.

Nei giorni seguenti, nervoso ed arrabbiato ho portato la macchina in cantina, e lasciato decantare il mio stato d'animo: pensavo sinceramente che ormai questa macchina fosse destinata alla discarica.






Nei giorni successivi, perso per perso ho deciso di contattare l'assistenza della Jobo, ed in particolare il Sig. Klaus-D. Seynsche, che in passato mi aiutò a risolvere alcuni seri problemi che avevo avuto con la mia CPP2.
Ho scoperto con stupore che la Jobo ha ancora il set di telai di ricambio, il display ed i filtri mancanti ed ho capito quindi che potevo rimettere in marcia questa macchina da stampa.
Certo la spesa è stata elevata, ma con i telai nuovi la macchina si può considerare nuova una volta risolti gli altri problemi.
Purtroppo per la valvola a sei vie non sono previste le guarnizioni di ricambio, ma solo l'intero corpo valvola ad un prezzo esorbitante, per cui mi sono industriato per ripararla da solo.

Ringrazio pubblicamente il Sig. Klaus, che nonostante sia andato in pensione, ha preso a cuore la mia situazione adoperandosi per farmi avere i ricambi e tutta la documentazione necessaria.
E' stato simpatico quando gli ho chiesto se ricordasse la procedura di taratura delle sonde termiche: mi ha risposto che 25 anni fa aveva programmato la piastra madre ma ora non ricordava più nulla, ma era certo che ci sarei arrivato da solo. In effetti la sua fiducia in me è stata ben riposta.

Prima di ordinare i ricambi, dato il costo elevato, ho deciso di smontare la valvola di controllo dei liquidi, per capire se potessi ripararla da solo, vista la mancanza di ricambi ed il prezzo esorbitante richiesto per il pezzo completo.

La valvola ha diverse funzioni, ed è molto complessa: la macchina ha due tubi di ingresso (CD e BX) che però fungono anche da tubi di uscita a fine lavoro, poi vi sono due tubi di uscita per il troppo pieno di CD e BX, che durante il funzionamento drenano l'eventuale sovraflusso di integrazione in una tanica a perdere (ma non nello scarico), questi tubi di uscita durante il lavaggio cambiano funzione e servono a mandare nello scarico il troppo-pieno del lavaggio. Poi ci sono le due vasche di lavaggio che vengono scaricate in una tanica se contengono stabilizzatore, e nello scarico durante il ciclo di lavaggio.

Tutto questo è gestito dalla complessa valvola, azionata da un motore il cui posizionamento è controllato elettronicamente. Per evitare contatti tra la chimica ed il metallo, i liquidi circolano in due spesse piastre di poliammide grigie, la valvola apre e chiude i passaggi mediante una doppia membrana in silicone, che tappa i fori di passaggio tramite la pressione esercitata da sfere in acciaio, spinte nella sequenza corretta da un albero rotante sagomato; infine sopra la doppia membrana in silicone è appoggiata la piastra in alluminio a cui sono avvitati i blocchi in plastica, il motore, l'albero di comando ed i bilancieri che premono le sfere.

Poiché la costruzione assomiglia a quella delle valvole idrauliche usate nelle presse industriali, sulle quali ho avuto esperienza in passato, ho deciso di smontarla per capire perché perdesse copiosamente durante il funzionamento,  pensando sinceramente ad una foratura della membrana.

Invece la membrana era perfettamente intatta. Il problema nasceva dalla piastra di alluminio che regge la valvola e tutti i suoi componenti: la lunga permanenza a contatto con l'umidità ed i vapori corrosivi ha generato una ossidazione distruttiva, atipica nell'alluminio, ma decisamente deleteria, perché aggredisce la superficie in profondità.

Smontata la valvola ed avuto accesso alla piastra la situazione era questa:



Si vede la "fioritura" dell'alluminio, che gonfiandosi ha deformato la piastra, staccandola dalla guarnizione e generando la perdita.

Questi invece sono tutti gli altri componenti della valvola:



Per rimuovere l'ossido dalla piastra ho usato una levigatrice orbitale con carta di grana 400, che ha rimosso l'ossido; questo però non ha potuto ripristinare la perfetta planarità della piastra. 
Come si può osservare guardando i bordi, lo sconfinamento del disco abrasivo ha causato uno smusso che è tipico di queste lavorazioni e non eliminabile; per rettificare le superfici occorrono ben altri macchinari e le relative lavorazioni costano non poco.

Quindi sapevo di sicuro che anche così ripulita non avrebbe garantito la tenuta; l'ho comunque rimontata per controllare che la chiusura delle sfere fosse perfetta, e della perdita perimetrale mi sarei occupato più tardi.

Questa è la valvola ripulita e rimontata col motore alimentato direttamente, cosa che mi ha permesso applicando aria compressa ai vari tubi, di controllare la tenuta durante la chiusura delle sfere.


Poi ho rimontato la valvola in macchina per controllare che la logica di funzionamento, sotto il controllo dell'elettronica non fosse stata per qualche motivo alterata.


Anche in questo caso il risultato è stato positivo: perfetto funzionamento delle tre posizioni.
Risolto questo problema ho dovuto affrontare il successivo: eliminare la perdita perimetrale.
Sulla base della mia esperienza ho deciso di spalmare le superfici di contatto con un sigillante speciale, e la scelta è caduta su di un MS polimero prodotto dalla Soudal, neutro ma resistente alla aggressione chimica, trasparente e permanentemente elastico.
L'ho ingenuamente spalmato con le dita pensando che potesse bastare, ma non è stato così, la perdita copiosa si è fermata, ma restava un comunque inaccettabile gocciolamento.
Quindi dopo aver smontato e ripulito tutte le superfici dal precedente sigillante, le ho rilavate con etere di petrolio e questa volta ho applicato l'MS polimero con un rullo di gomma.
Questo intervento è stato risolutivo.




Ho lasciato la macchina con le quattro vasche piene di acqua per dieci giorni, senza notare nessuna traccia di perdite dalla valvola.

A questo punto, confortato dall'esito della riparazione, ho fatto il passo successivo: innanzitutto ho ripulito le vasche dai depositi dovuti ad anni di incuria, e non è stato facile perché i residui erano incorporati nella plastica, quindi ho carteggiato le vasche e poi le ho pennellate di diluente nitro, che sciogliendo lo strato esterno ha praticamente "verniciato" la superficie della plastica rendendola idrorepellente.

Poi ho comprato i tubi in silicone e tutti i raccordi di collegamento, e li ho sostituiti uno per uno, pazientemente, fascettandoli su ogni raccordo; nello stesso tempo ho pulito l'interno degli scambiatori di calore che riscaldano il contenuto delle vasche, la doppia pompa di circolazione, ripulito le elettrovalvole di ammissione acqua, preparandomi per una prova generale con acqua.

L'esito della prova ha confermato il perfetto funzionamento della componentistica idraulica, ma è stato infausto per la gestione delle temperature, che rimanevano costantemente più alte di 4 gradi rispetto a quanto segnalato dal display. 
Dato atto che la gamma di tarature delle sonde termometriche, limitata a due gradi non permetteva l'aggiustamento, ho scritto a Klaus, il quale mi ha risposto spiegandomi che l'errore era dovuto alle sonde guaste.

Era giunto quindi il momento di ordinare tutti i ricambi: i 4 telai nuovi, le due sonde termiche, il display LCD retroilluminato, i filtri delle vasche.

Senza questi componenti non avrei potuto comunque valutare il funzionamento della macchina, vi era il ragionevole dubbio che qualcosa potesse andare storto, e dopo aver fatto la spesa sarebbe stato un dramma.
Ma la fortuna che mi ha accompagnato in questa mia nuova avventura mi ha suggerito che potevo osare. In qualche modo, se avessi avuto altri problemi, li avrei risolti.

In effetti dal momento in cui i ricambi sono arrivati il percorso ha iniziato la discesa verso il successo finale.

Ecco come si presenta la macchina con i nuovi telai durante la taratura della temperatura:



I primi due telai rossi sono in ordine quello per lo sviluppo e per la sbianca-fissaggio, poi vi è il telaio blu di lavaggio/stabilizzatore, ed infine il telaio bianco di lavaggio/stabilizzatore con la torretta di asciugatura, entro la quale il soffiatore nero sulla destra insuffla aria riscaldata e filtrata.
Ogni telaio è diverso per tipologia dei rulli, tipo di gomma, durezza, finitura superficiale e forza di trazione.
Sulla destra dei telai si vede l'albero di comando con i 4 gruppi a vite senza fine, e tra i telai e l'albero di comando vi sono le sopraelevazioni che racchiudono i 3 troppo pieno: le due vasche di lavaggio lo hanno in comune sulla terza, perché l'acqua fresca entra dall'ultima vasca e poi tracima nella penultima tramite un passaggio a sfioramento, in questo modo l'acqua dell'ultimo lavaggio è sempre più pulita di quello precedente.




Ed ecco qualche video che illustra il funzionamento della macchina, ancora in cantina, nel collaudo con acqua.

E nei video successivi il funzionamento della macchina con i telai scoperti, con i coperchi anti-evaporazione, e con il coperchio a tenuta di luce.





I coperchi anti-evaporazione sono molto utili, impediscono l'evaporazione dei liquidi in vasca essendo sagomati per far ricadere il vapore condensato sopra il telaio, e nello stesso tempo gli impediscono di condensarsi sul coperchio a tenuta di luce, che essendo di frequente rimozione non si bagna fastidiosamente come accadeva con la precedente Thermaphot.

Superati tutti i collaudi in cantina, era giunto il monento di portare la macchina in laboratorio, tre piani con 40 chili sulla groppa, ed un ingombro di 90x60x40 centimetri.

Prima però ho dovuto realizzare l'alimentazione di acqua corrente per i lavaggio e scarico.

Poiché anche l'idraulica non è un mistero per me, non è stato difficile, tranne che per la foratura dei 30 centimetri di soletta armata della casa. Le mani mi vibrano ancora adesso.

Sulla linea di acqua ho montato un filtro autopulente per evitare l'ingresso di particelle sabbiose o ferruginose, e tutto lo scarico è stato realizzato con tubi da cucina in plastica e raccorderia adeguata.


Ecco finalmente rinata, dopo 20 anni dalla sua fabbricazione, questa splendida macchina da stampa: è già diventata la regina del mio laboratorio!




Sopra la macchina vi sono le due taniche da cinque litri di CD e BX in posizione di lavoro; vengono poi messe sul pavimento a fine ciclo di stampa, in modo da ricevere il contenuto delle vasche: il carico e lo scarico delle taniche di chimica avviene per gravità, ma sempre sotto il controllo della macchina.
Sotto la macchina invece, nel cesto azzurro, due taniche di sovraflusso per stabilizzatore e CD/BX, servono a ricevere l'eventuale traboccamento di integrazione durante il lavoro; a fine ciclo drenano l'esiguo quantitativo di chimica rimasto nei tubi e non lambito dal lavaggio.
Nel cesto rosso invece le due bottiglie provvisorie per CD e BX dalle quali le pompe perilstatiche di integrazione prelevano il quantitativo consumato durante la stampa. Le bottiglie definitive sono previste del tipo a soffietto e di plastica nera (forse l'unico caso un cui servono le odiate bottiglie pieghevoli), perché l'aspirazione del liquido schiaccia la bottiglia in modo che non entri aria che ossiderebbe le soluzioni di lavoro. I due cesti contenitori servono a raccogliere i liquidi in caso malaugurato di perdite o trabocco.

L'unica modifica che ho fatto all'elettronica della macchina è stata di montare un interruttore per spegnere il display di controllo.


E' vero che la luminosità è programmabile al 10% di quella totale durante la stampa, ma questo livello non permette di leggere il display né al buio né alla luce e resta così per tutto il ciclo di stampa (a differenza di quello delle sviluppatrici CPP che ha una fotocellula di controllo). Così quando spengo la luce per fare la stampa all'ingranditore, disattivo il display della macchina, poi quando la stampa è in macchina ed il coperchio chiuso posso riaccenderlo, per controllare sia la posizione della stampa durante il percorso, sia i parametri operativi (temperature, superficie di carta usata, integrazione rimanente nelle bottiglie, stato dei sensori).
I due cerchietti bianchi accanto al pulsante start sono luminescenti al buio, e mi permettono di trovare il tasto quando risulta necessario azionarlo per vari motivi.

E' stata una sfacchinata senza precedenti, forse l'ultima (ma conoscendomi non ne sono tanto sicuro), ma ne è valsa veramente la pena!

Il collaudo definitivo l'ho fatto con due fogli di cui uno esposto alla luce, ed uno invece non esposto.

Nel primo caso il nero è stato spettacolare: uniforme, senza macchie, aloni o irregolarità; nel secondo caso il bianco assoluto della carta ha dimostrato la totale assenza di infiltrazioni dal coperchio a tenuta di luce.


La temperatura di asciugatura è regolabile, e questo è un gran vantaggio perché permette di contrastare la curvatura della carta e di adeguarsi alla temperatura ambientale a seconda della stagione.
Un'altra utile funzione è la "anti cristallizazione" che in caso di inutilizzo della macchina ogni cinque minuti aziona brevemente i telai e la ventola per evitare appunto la cristallizzazione dello sviluppo o della sbianca sui rulli.

Questo post vuole essere un omaggio ad un tempo in cui si costruivano le macchine per farle durare: se vi capita un'occasione come quella che è capitata a me, non lasciatevela scappare, tutte le fatiche saranno poi lautamente ricompensate da una qualità superiore, da una praticità di uso eccezionale figlia di uno studio attento e di un grande lavoro di squadra. 
Provate a chiedere lo stesso ad una sputainchiostro di 20 anni fa...


Aggiornamento 27 novembre.

Dopo avere usato la macchina per una settimana, mi sono reso conto che durante la fase di riempimento delle vasche di lavaggio, e durante la fase di carico acqua per la pulizia, veniva caricata acqua in eccesso, provocando il trabocco  dei vari troppo pieno.
Di per sé non sarebbe un problema, ma nel malaugurato caso di un malfunzionamento, avrei rischiato l'allagamento del laboratorio, o della macchina, cosa poco piacevole.
Visto che il tempo di carico acqua non è tra i parametri regolabili, ho ipotizzato che la macchina fosse stata programmata per una determinata pressione dell'impianto idraulico, e che nel mio la pressione fosse superiore, causando un eccessivo riempimento.
Così, visto che questo dato non è specificato sul manuale, ho scritto al Sig. Klaus, che con la consueta gentilezza mi ha dato i parametri: 1.5-2.5 bar. Il mio impianto ha 3 bar, troppo.
Così ho montato una valvola regolatrice di pressione con manometro, e regolato la pressione sino a quando il riempimento delle vasche cessa prima del trabocco, circa 1.7 bar.



Inoltre ho montato un aspiratore centrifugo comandato da un interruttore a tiretto (come le lampade di sicurezza) per ricambiare l'aria durante i cicli di stampa.



Infine ho comprato due bottiglie a soffietto da due litri per l'integrazione di CD e BX (sono veramente orrende, ma è l'unico modo per non fare ossidare troppo in fretta i prodotti), e poi aggiunto un piccolo rubinetto per il lavaggio extra dei telai o delle vasche se necessario.

martedì 26 luglio 2016

Stampare oggi diapositive a colori.

Come molti sapranno, oggi non esiste più un modo diretto per stampare le diapositive a colori.

Il famoso, ed abusatamente citato procedimento Cibachrome, fu studiato nei laboratori Ciba Geigy, nota casa farmaceutica, che mise a punto, con la collaborazione della Ilford il sistema a distruzione di coloranti che permise per la prima volta su larga scala la stampa diretta delle diapositive.
Nel 1969 poi la Ciba comprò la ilford, ma dopo averla venduta nel 1989 il procedimento Cibachrome fu rinominato Ilfochrome, e tale è rimasto sino allo scorso anno, quando ne fu annunciata la cessazione.
Ho stampato parecchio con l'Ilfochrome, a differenza di chi ne parla soltanto per sentito dire, e devo dire sinceramente che non mi manca affatto, sia perché le diapositive, per via del contrasto intrinseco elevato, necessario in proiezione, sono un pessimo supporto per la stampa su carta, che risulta spesso contrastata in modo elevato ed innaturale. Le stampe perfette si potevano fare studiando attentamente la luce ed usando diapositive a basso contrasto, come le Fuji Astia, che non esistono più da anni.
E poi la chimica ilfochrome è puzzolente ed estremamente irritante.

Recentemente mi è stata affidata una diapositiva di 35 anni fa, ricordo di famiglia, della quale mi è stata chiesta una stampa.

La diapositiva purtroppo presentava una fortissima dominante azzurra dovuta all'invecchiamento, forse anche per una conservazione non ottimale; eccola sul visore luminoso a luce diurna:


Vista la situazione devo dire onestamente che ho pensato di farne una scansione, per poi darla in pasto al laboratorio di turno.

Tuttavia nei giorni successivi sembrava quasi che quella diapositiva mi guardasse sconsolata, presagendo una sorte ineluttabile. Nel frattempo ho rimunginato ulteriormente sulla faccenda, e preso una decisione di petto.

Ho allestito il sistema di riproduzione Hasselblad, previsto appositamente per le diapositive medioformato, composto da un soffietto posteriore per la scelta del rapporto di ingrandimento, e da un soffietto anteriore sul quale si innesta il portadiapositive, deputato alla messa a fuoco preliminare; la messa a fuoco di precisione si fa infine con la ghiera dell'obiettivo.

Non mi è stato possibile utilizzare lo spettacolare S-Planar, né il 120, né il 135, perché entrambi richiedevano un tiraggio supplementare di undici centimetri, che potevo ottenere soltanto montando due tubi di prolunga 55 dietro il soffietto posteriore.

Questo avrebbe provocato una caduta di luce che mi avrebbe costretto a lavorare con tempi superiori al secondo, cosa scomoda ed insidiosa per le potenziali vibrazioni che avrei rischiato di introdurre nel sistema.

Così, confortato dal Manuale Hasselblad di Freytag, edito nel 1970 dal mitico e compianto Cesco Ciapanna, ho montato il planar 80 in versione cromata del 1958, di cui a lungo ho parlato su queste pagine per le sue eccezionali doti di risolvenza e planarità di campo.
Pur avendo anche un planar 80 con trattamento antiriflesso T*, ho scelto di non usarlo, per non aggiungere ulteriore contrasto ad un sistema che già normalmente ne avrebbe avuto tanto.
Giova ricordare infatti che le diapositive nascono per essere proiettate, e poiché durante la proiezione si perde molto contrasto per il decadimento quadratico della luce in rapporto alla distanza, segue che le diapositive sono state pensate per avere un contrasto superiore, adeguato allo scopo finale.

Così ho attrezzato l'impianto, come potete vedere in questa foto:


Il sistema di riproduzione Hasselblad per la serie C, non è automatico, occorre quindi caricare separatamente obiettivo e fotocamera, e poi usare un apposito doppio scatto flessibile ritardato, perché i volet posteriori devono aprirsi prima dell'otturatore; quando si preme il pulsante di scatto sulla fotocamera tutto ciò è automatico, ma separando l'obiettivo dal corpo la sequenza deve essere rispettata comunque, pena una posa mancata, da qui l'esigenza dello speciale doppio scatto.

La diapositiva è stata preventivamente smontata dal telaietto originale e montata tra due vetri sottili per ingranditore, di cui uno con trattamento antinewton per evitare la comparsa degli anelli di interferenza che tipicamente appaiono in queste circostanze.

L'idea brillante è stata quella di illuminare il portadiapositive con la testa a colori di un ingranditore, in modo da poter controllare visivamente l'eliminazione della dominante azzurra, mediante gli appositi controlli; nella fattispecie l'azzurro è bilanciato dal giallo, ma ho applicato anche del magenta perché vi era anche una debole dominante verde.
Dopo aver messo a fuoco con il cappuccio ingranditore e bloccato i registri, ho montato il prisma esposimetrico per valutare l'esposizione da dare al negativo. L'indice segnava 8EV ed ho fatto una forcella di tre scatti, 7-8-9, per assicurarmi da eventuali errori nella valutazione.

Questo è ciò che vedevo nel pozzetto:



Si può già notare, nei limiti della fotografia fatta con lo smartphone, che la dominante appare eliminata; in casi come questo è ovvio che non si possono restituire i colori originali che sono perduti, ma ciò che conta veramente è rendere credibile il colore dell'incarnato ed evitare dominanti grossolane.

Il passo successivo è stato di sviluppare il negativo, dove ho avuto la conferma che l'esposizione era corretta e che gli scatti a forcella non sono serviti, ma questo verrà bene le prossime volte.

Ecco quindi il negativo appena appeso ad asciugare:



Poi ho fatto il provino a contatto:





Dal quale si evince che la correzione del giallo è stata eccessiva.

Questo non deve stupire, l'occhio umano ha una grande capacità di adattamento al colore, e vede di colore corretto ciò che si suppone lo sia.

Ma questo non è stato comunque un problema, perché durante la stampa, sotto l'ingranditore, ho potuto correggere facilmente l'eccesso di giallo. Contemporaneamente ho ingrandito la porzione centrale eliminando le parti laterali, inutili e confusionarie.

Ed ecco infine la stampa finita (misura 20x30 cm), pronta per essere rifilata e consegnata:




Ora quella diapositiva è felice: sa che il ricordo che conteneva è stato perpetuato con amore e dedizione e farà felice coloro che lo stanno attendendo.

Ed io sono ancora più contento, perché immagino il sorriso di quelle persone quando vedranno la mia stampa; ciò mi dà una gioia molto simile a quella che proveranno loro, tenendo tra le mani un caro ricordo di famiglia.

Contattatemi se avete dei cari ricordi da stampare, li tratterò esattamente come se fossero della mia stessa famiglia.


Aggiornamento del 31 luglio.

Devo ringraziare tutte le persone che mi hanno contattato a seguito del post sulle diapositive, onestamente non immaginavo un tale riscontro.

Ho riflettuto ulteriormente su come migliorare il procedimento, sia per standardizzarlo, in modo da perdere meno tempo nelle messe a punto, sia per migliorare ulteriormente la qualità.

Il punto fondamentale per la riproduzione di diapositive normali, ossia con i colori non rovinati dal tempo, è anche questa volta la temperatura cromatica della luce di ripresa, che in questo caso deve essere come quella della luce diurna, cioè 5500°K.

Questo quindi richiede la misura della luce emessa dalla testa colore dell'ingranditore per portarla al valore ottimale, cosa che si può fare tramite uno strumento detto "termocolorimetro":

Ne possiedo uno stupendo, costruito dalla Minolta nel 1971, che oltre ad essere precisissimo ancora oggi, è realizzato interamente in metallo, con finiture stupende, che nulla hanno a che vedere con gli strumenti prodotti oggi.
Con questo strumento ho regolato la filtratura della testa colore, agendo sul filtro ciano, in modo da portarla a 5500 gradi kelvin.

Inoltre per comodità operativa non ho smontato la testa dall'ingranditore, ed ho piazzato il sistema di riproduzione hasselblad su un piccolo ma robusto treppiede, in modo da averla ad una altezza comoda sia per la messa a fuoco, sia per la misura dell'esposizione.

Infine invece di usare i vetri portanegativi dell'ingranditore, ho utilizzato un telaio per diapositive 6x6, che è munito di vetro antinewton, e che rende la gestione della diapositiva molto più agevole, e sopratutto pulita. Per il montaggio uso una pistola elettrostatica per evitare l'attrazione della polvere, ed opportune pompette per eliminarla, maneggiando la diapositiva con le speciali pinzette Gepe in modo da non lasciarvi impronte.

Nelle foto seguenti potete osservare l'assetto definitivo per la riproduzione di diapositive su negativi.

Grazie a tutti per l'attenzione.

P.S.: le distorsioni nella visione del pozzetto sono dovute alla ripresa ravvicinata con il fotocellulare.






Aggiornamento 8 agosto.


I miei lettori sanno quanto sia perfezionista, e l'idea di non poter usare lo Special-Planar per la riproduzione delle diapositive mi seccava un poco, dato che si tratta di un obiettivo specialistico ideato appositamente per la riproduzione a distanza ravvicinata.
Ho riflettuto qualche giorno su come poterlo utilizzare ed ho trovato una soluzione di tutto rispetto, forse ancora più pratica di quella utilizzata precedentemente.

Sfruttando il soffietto del mio ingranditore, che ha una escursione di 16 centimetri, ho potuto ottenere l'incremento della distanza minima di messa a fuoco che mi ha consentito l'uso del 135 S-Planar.

Ho utilizzato un accessorio del portanegativo dell'ingranditore che permette il montaggio rapido delle diapositive già intelaiate, che esiste sia per il piccolo formato, che per il medio.




In questo modo il cambio della diapositiva è rapidissimo ed essendo lontana dalla sorgente di luce soffrirà sicuramente meno di curvamento da calore.

Quindi ho rimosso l'accessorio portadiapositive dal soffietto hasselblad e dopo aver allineato la testa ho appoggiato i due soffietti tra loro, eseguendo l'ingrandimento e la messa a fuoco tramite i comandi del soffietto, sino ad ottenere l'esatta proporzione 1:1, garantita dalle linee tracciate sullo schermo di messa a fuoco, che come pochi sapranno, sono lunghe 12 millimetri ed intervallate di 12 millimetri.
Basta quindi che il fotogramma inquadrato abbia la larghezza pari alla somma dei tre segmenti, per avere il rapporto di ingrandimento 1:1.

Ecco l'impianto in opera:




E la visione dal prisma esposimetrico:


Le "C" luminose sono alette metalliche che guidano la diapositiva.


Utilizzare il rapporto di riproduzione 1:1 mi permette inoltre di sfruttare il magazzino 6x4.5, in modo da poter ottenere 16 riproduzioni sul rullo 120 al posto di 12.

Al mio ritorno dalle ferie estive valuterò la bontà di quest'ultimo sistema rispetto a quello dove ho usato invece il Planar 80.


Buone ferie a tutti.

domenica 17 luglio 2016

Occhio d'aquila.

Adlerauger, ovvero "occhio d'aquila".

Così fu soprannominato lo schema ottico Tessar, inventato nel 1902 da Paul Rudolph, e nel soprannome vi è l'essenza di quella geniale idea, un obiettivo arioso e capace di un dettaglio impressionante.
A quello schema, opportunamente modificato, la Zeiss si affidò per creare i teleobiettivi fortemente voluti da Victor Hasselblad, grande appassionato naturalista, che videro la luce nel 1961, insieme allo scrivente,  sotto il nome Tele Tessar.



Ne furono commercializzate due versioni: il 500mm f/8, di cui ho già parlato in queste pagine, ed il 350mm f/5.6, che comprai lo scorso anno, subito dopo aver comprato il 500 ed esserne rimasto letteralmente entusiasta.
Lo pagai poco perché era venduto come difettoso, per via dei tempi lenti non funzionanti, cosa piuttosto comune sugli obiettivi C.
Tuttavia il difetto si risolve applicando poche micro gocce di olio Moebius 9010/2 sui perni degli ingranaggi del gruppo ritardatore, cosa che ad una mano allenata come la mia, richiede solitamente meno di mezz'ora.
Purtroppo avevo sottovalutato l'ermetica costruzione del teletessar. Anzi, dovrei dire monolitica.
A differenza degli altri obiettivi, dove i gruppi ottici sono preassemblati e possono essere smontati in pochi istanti, nel caso del tele tessar il lungo cono che contiene le lenti anteriori non si può separare dal gruppo otturatore facilmente, come avevo ingenuamente pensato.
Occorre smontare tutte le lenti, ma la cosa più difficile è togliere un anello delimitatore di campo posto dopo il secondo gruppo, difficile da raggiungere, difficile da svitare, e poi difficilissimo da riavvitare. Inoltre tutto l'interno è trattato con una vernice molto opaca che si sporca facilmente con le ditate, diventando lucida. Guanti di cotone, isopropanolo, attrezzatura abbondante ed appositamente modificata, ordine, metodo e tanta pazienza.

Alla fine questo magnifico teletessar è rinato tra le mie mani, ed oggi, in una splendente giornata di luglio con poca foschia, ho deciso di provarlo, sia per verificare il funzionamento dell'otturatore, sia per controllare che il rimontaggio delle lenti fosse stato corretto.
A differenza del fratello maggiore, il 350 è perfettamente utilizzabile a mano libera senza affaticamento eccessivo. L'acute matte D poi fa il resto, e consente una messa a fuoco infallibile.

Ho scelto appositamente le ore più assolate per valutare la proverbiale attitudine degli obiettivi C nello scavare impressionanti dettagli nelle ombre, e di restituire quell'ariosità, quella tridimensionalità, quella naturalezza e quel dettaglio mozzafiato che mi ha fatto perdutamente innamorare di essi.

Ho usato una pellicola 400 asa, la Kodak Tmax, solo perché ne avevo altre due in attesa di sviluppo, e non avevo voglia di fare bagni diversi. Diversamente avrei provato con una FP4, per avere ancora più dettaglio.

Ed ecco gli scatti, che penso non abbiano bisogno di nessun ulteriore commento.















Impressionante il dettaglio nei mucchi di carbone.


Aggiornamento 27 luglio.


Ecco la prova colore su Portra 160 di questo superbo teleobiettivo.
Lascio parlare le foto perché c'è poco da aggiungere, se non una precisazione: i più attenti potranno notare una quota di aberrazione cromatica residua. E' del tutto normale in un progetto degli anni 60.
I vetri speciali e la fluorite per correggere lo spettro secondario arrivarono molti anni dopo, e difatti furono realizzati anche i tele-apo-tessar. Ma i costi, ancor oggi, sono proibitivi.
L'aberrazione cromatica residua tuttavia è appena accennata e si nota soltanto negli ingrandimenti spinti, nulla quindi che possa disturbare il normale utilizzo.