giovedì 23 febbraio 2017

La rivincita del Distagon

L'amico Francesco di Roma mi ha affibbiato un bel lavoretto: riparare un Distagon 50 serie C per hasselblad, con una vistosa ammaccatura sul portafiltri e la totale inoperatività dei tempi lenti e del diaframma; inoltre vi erano anche delle muffe sulle lenti.





Il problema più serio, nei casi in cui l'obiettivo sia caduto, è la difficoltà, anche notevole, che si può trovare nello smontarlo, a causa delle deformazioni subite.

In quegli anni tuttavia erano così lungimiranti in fase di progetto da prevedere la caduta dell'obiettivo tra i danni possibili, quindi realizzarono sistemi di montaggio tali da non essere pregiudicati da ammaccature.

In effetti l'anello di ritegno che blocca la campana ed il gruppo sottostante è arretrato rispetto alla filettatura del portafiltro, quindi in caso di ammaccatura, anche grave può essere smontato.

Ma in questo caso l'obiettivo è rimasto anche inutilizzato a lungo, probabilmente ha sviluppato ossidazione e inoltre la campana si sarà probabilmente ovalizzata a causa dell'urto; ciò non mi ha permesso di smontare l'anello "portanome" con i classici tamponi gommati:



Ho scaldato la campana per dilatarla, ma inutilmente, e poi ho provato anche con tubi di plastica dello stesso diametro dell'anello, sulla cui costa ho applicato un potente biadesivo poliuretanico, cosa che molto spesso mi ha tolto dalle secche, ma invano.
Ho fatto quindi presente a Francesco che avrei dovuto praticare due fori sull'anello, per poterlo svitare con una chiave a compasso, ma che li avrei anche verniciati in modo da renderli accettabili.

In questi casi occorre rinunciare alle lusinghe degli strumenti elettrici ed ho usato un mandrino a mano da orologiaio per praticare i due fori, con una punta da 1.25 mm, appena accennati in profondità, giusto per far entrare le punte della chiave.




So che non è un'operazione "filologica" ma era l'unico modo di salvare un obiettivo altrimenti destinato alla spazzatura.

Smontata la ghiera finalmente è risultato accessibile il gruppo ottico anteriore, che si smonta con chiave a compasso.





Gli obiettivi Hasselblad sono stati progettati e realizzati per garantire la massima semplicità operativa a chi dovesse occuparsi della loro manutenzione.
Con pochissime eccezioni (i due teletessar), tutti gli obiettivi hanno i gruppi ottici anteriore e posteriore premontati su canotti di ottone (poi diventati di plastica con la morte di Victor e l'avvento della serie CF) in modo che possano essere tolti senza dover scomporre (e poi riallineare) le singole lenti.




Fortunatamente le muffe erano deboli, già morte, ed avevano "infestato" soltanto le lenti esterne, questo mi ha consentito una facile pulizia con isopropanolo senza dover smontare i gruppi. Per sicurezza poi ho esposto i gruppi ai vapori di formaldeide per scongiurare future recidive.




La campana è tenuta da tre viti che si erano allentate (succede abbastanza spesso con i distagon e con i teletessar), ed è stato facile rimuoverla. Immediatamente sotto la campana altre tre viti tengono in posizione le due ghiere tempi e diaframmi e bisogna stare attenti ad una molla che carica la sferetta del movimento a scatti, che può saltar via facilmente.

Lo scoglio veramente duro arriva quando si deve accedere all'otturatore.

Come si vede da questo esploso, l'otturatore è protetto da una cassa in lega di alluminio che ha anche lo scopo di mantenere avvitato il gruppo ottico anteriore. In questo modello specifico il gruppo è avvitato ad una ghiera di ottone a sua volta avvitata nella cassa. E' la costruzione speciale degli otturatori prediaframmati usati anche sui due s-planar. Si dicono prediaframmati perché il diaframma non si apre al massimo, ma rimane leggermente chiuso, nascosto poi da un anello delimitatore. In questo modo hanno potuto sfruttare al massimo il progetto anche a tutta apertura, dove solitamente si ha la peggior resa, migliorandola con una prediaframmatura.


Questa cassa, o calotta che dir si voglia, è avvitata sul supporto tramite una serie di viti che non sono tutte uguali per forma e lunghezza, inoltre due di queste viti mantengono in posizione le due molle che servono ad accoppiare le ghiere tempi e diaframmi (045 e 046 nell'esploso).



La calotta ha una serie di piedini forati perimetrali a sbalzo sui quali vi sono i fori per le viti, e questi piedini interferiscono con alcuni elementi dell'otturatore (la levetta autoscatto-flash VXM, ed il relativo pulsante, la preselezione del diaframma, il contatto pc-sync, il connettore isolante in plastica del contatto pc-sync (unica parte in plastica in tutta la costruzione).
Inoltre la levetta della selezione dei tempi scorre in una feritoia posta a metà altezza della cassa.

A prima vista è impossibile estrarre questa cassa, ogni tentativo errato comporta potenziali danni a tutti gli elementi in interferenza.
Esiste uno ed un solo modo per estrarla, e poiché questa manovra non è documentata in nessuno dei manuali di cui dispongo, all'inizio è stato veramente arduo, tanto che più volte ho rinunciato. Poi ho comprato un obiettivo rotto per fare esperienza e dopo ore di tentativi ho scoperto come fare. Ora impiego pochi secondi a toglierla, ma ho vissuto momenti di grande sconforto.

Ecco quindi la cassa estratta ed accanto tutte le viti nell'esatto ordine in cui vanno messe; questo è un altro aspetto critico perché alcune viti sono più lunghe di altre e se erroneamente montate al posto di quelle corte, uscirebbero dalla platina dell'otturatore, andando a danneggiare i delicati indici mobili della profondità di campo che si trovano "al piano di sotto".





Tolta quindi la cassa si accede finalmente all'otturatore. Il precedente manutentore ha pensato di scrivere a matita la data dell'ultima revisione: 11-6-1990. Ventisette anni or sono. Nonostante questo l'incredibile robustezza costruttiva permette di riportare questi obiettivi al loro normale funzionamento in breve tempo (se non vi sono rotture di pezzi, cosa peraltro rara).




Il grande anello ramato sotto il paraluce nero è la ralla che regola i tempi di scatto, tramite una serie di asole sagomate che impegnano, a seconda dei tempi scelti, il gruppo dei tempi lenti oppure quello dei tempi veloci. I due gruppi non lavorano insieme e quello dei tempi veloci è dotato di una levetta che lo disaziona quando entra in funzione l'altro, sempre tramite la grande ralla sagomata. E' una cosa di notevole complessità concettuale.


Smontati l'anello paraluce nero, e tolto l'anello elastico che trattiene la piastra rotante di selezione dei tempi, si accede finalmente alla pregiata meccanica dell'otturatore.




Si riconoscono nell'ordine:

Ad ore 12 il contatto per il flash, con il ritardatore da 15 millisecondi per le lampade al magnesio.
Ad ore 1 il pignone con la molla motrice principale, che apre l'otturatore ed anche il diaframma.
Tra ore 2 ed ore 5 il complicato gruppo dei tempi veloci.
Ad ore 5.30 la coppia di ingranaggi collegati all'alberino di comando che effettuano la carica.
Tra ore 6 ed ore 8 il gruppo dei tempi lenti e dell'autoscatto.
Al di sotto della piastra che regge questi gruppi abbiamo poi la meccanica dell'otturatore e quella del diaframma.






E' tipico negli obiettivi della serie C il difetto che rallenta i tempi più lenti dell'otturatore: 1 secondo, mezzo secondo, un quarto di secondo; per risolverlo occorre lubrificare i perni del relativo ritardatore che sporgono sulla platina con un olio specifico per orologeria (moebius 9010/2, costa venti euro un flaconcino da 3ml) tramite un attrezzo specifico per orologiai detto lubrificatore ad asta.
L'eccesso di olio è molto più deleterio della sua mancanza, perché col tempo imbratta otturatore e diaframma incollandoli e richiedendo poi uno smontaggio totale di tutto l'otturatore che è estremamente oneroso (che vada bene 4 ore di lavoro).
La lubrificazione invece richiede pochi minuti se otturatore e diaframma sono puliti.

Fatto questo si ripulisce la superficie delle platine con un panno che non lasci filacce e ci si appronta a richiudere la cassa, badando con molta cura all'allineamento dei due ingranaggi, il più piccolo dei quali è collegato al pignone di ricarica. Un solo dente di disallineamento comporta l'alterazione di tutta la complessa sincronizzazione delle operazioni della fotocamera, rendendo inutilizzabile l'obiettivo.





Prima di richiudere la malefica cassa protettiva è bene provare tutti i tempi dell'otturatore, la manovra del diaframma ed il funzionamento della prechiusura, altrimenti bisognerà nuovamente rimuovere la cassa per sistemare quello che non va.

Ecco la cassa rimontata.





Sistemato il funzionamento dell'otturatore si passa alla lubrificazione dell'elicoide di messa a fuoco.

Anche in questo caso vi sono notevoli insidie: la filettatura dei manicotti di messa a fuoco non ha un solo principio, come nelle viti, ma ne ha molti di più, per consentire con una breve rotazione una notevole escursione.
Negli obbiettivi hasselblad si arriva ad avere sino a 21 principi per il distagon 40, il che significa che se si estrae il manicotto senza segnare accuratamente il punto di ingresso, si hanno 21 possibilità di montaggio delle quali una sola è giusta, tutte le altre alterano la scala metrica di messa a fuoco; inoltre l'abbocco delle parti filettate è difficilissimo, perché richiede di presentare i pezzi perfettamente allineati tra loro, pena il danneggiamento di qualche principio.
Gli obiettivi di lunga focale (dal planar 80 in poi) hanno addirittura un doppio elicoide concentrico, la cui messa a punto può far venire la febbre a chi non abbia l'esperienza e la manualità necessarie.

Raramente estraggo i manicotti, lo faccio solo nei casi peggiori, quando il movimento è estremamente ruvido o bloccato.
In questo caso il movimento era accettabile, quindi ho estratto il manicotto sino al limite massimo di escursione senza toglierlo, provvedendo con uno spazzolino ed uno straccio inumidito con etere di petrolo alla rimozione del vecchio grasso e della sporcizia.






Una volta pulita la filettatura, ho applicato il grasso nuovo (è un grasso industriale per applicazioni estreme):





Poi ho fatto distribuire il grasso manovrando la messa a fuoco più volte e rimuovendone infine l'eccesso.

Già che ero "al piano di sotto" ho lubrificato la camma che sposta gli indici mobili della profondità di campo, che è particolarmente delicata e si vede nella foto sopra ad ore 6.

Infine ho rimosso i funghi anche dal gruppo ottico posteriore.





Poi ho rimontato provvisoriamente il gruppo ottico anteriore per evitare che la polvere arrivasse sulle lame dell'otturatore.





A questo punto è rimasta da raddrizzare l'ammaccatura sulla campana.

Ho preparato un listello di faggio (legno duro) lungo una trentina di centimetri, spesso 1,5x1,5 cm, rastremato leggermente in punta e l'ho stretto in una morsa da banco. Poi ho appoggiato il bordo della campana sul listello e con un martello con punte in plastica dura da mezzo chilo ho ribattuto l'ammaccatura con colpi leggerissimi, ruotando continuamente la campana avanti e indietro.
Le ammaccature erano due, non una, e con questo sistema le ho perfettamente raddrizzate.

Ovviamente la filettatura non poteva essere rimasta intatta, ed ho dovuto ripristinarla, non con quegli attrezzini di alluminio cinese che vendono su ebay, ma con una "lima ripristino filetti" in acciaio duro che non è nemmeno facilissima da usare a mano libera.




Rimane solo un problema: la lima ha asportato l'anodizzazione dell'alluminio nelle parti dove ho corretto la filettatura, rendendola più tenera e mostrando il colore del metallo.
Il colore non è un problema, basta la punta di un pennarello permanente, quando alla delicatezza della filettatura, visto che al massimo ci si avvita un paraluce, ritengo che sia del tutto trascurabile.
Naturalmente ho ripetuto l'aggiustaggio della filettatura sino a quando l'anello portafiltri si è avvitato correttamente.

Infine la prova generale sul corpo macchina, e poi la spedizione all'impaziente ragazzo, che ha letteralmente patito le pene dell'inferno sino a quando non lo ha ricevuto!


Ecco il lavoro finito.