mercoledì 13 maggio 2015

Delicate sfumature.



Victor Hasselblad presentò la sua rivoluzionaria fotocamera nell'ottobre del 1948, presso l'Athletic Club di New York.







La macchina, denominata 1600F era un modello con otturatore a tendina sul piano focale ed obiettivi Kodak, più precisamente lo standard Ektar 80mm f/2.8, il teleobiettivo Ektar 135mm f/3.5 ed il grandangolare Ektar 55mm f/6.3.





Fin da subito il tempo di scatto di 1/1600" diede problemi per l'accuratezza non rispettata e difficoltà nella messa a punto in produzione, tanto che nel modello successivo, 1000F, che rimpiazzò la 1600F nel 1952, il tempo di scatto più breve fu portato a 1/1000".

La scelta di usare le pregiate ottiche americane derivò dal consolidato rapporto economico tra l'azienda Hasselblad e la Kodak, di cui essa era rappresentante esclusivo per la Svezia, quindi apparve naturale rivolgersi a Rochester anche perché la Germania nell'immediato dopoguerra non poteva ancora riprendere la produzione, e la Zeiss era stata smembrata e divisa dal muro di Berlino.
Tuttavia le ottiche Kodak erano costose perché in quegli anni il dollaro era molto quotato contro le divise europee, compresa la corona svedese.
Grazie all'apprendistato effettuato da Victor alla Zeiss 20 anni prima, si poterono successivamente dotare le fotocamere 1000F di obiettivi Zeiss, per la precisione ottiche Tessar 80mm f/2.8, Sonnar 135 mm f/3.5 e Distagon 60mm f/5.6, oltre un Sonnar 250mm f/4; più avanti fu aggiunto addirittura un Dallmeyer 508mm.



La 1600F e la 1000F erano di concezione diversa rispetto ai modelli odierni ed avevano alcune limitazioni che pregiudicavano l'ammodernamento futuro delle fotocamere.

C'è da dire infatti che l'otturatore a tendine scorrevoli sul piano focale poneva seri limiti nei tempi da usare con il flash, inoltre gli obiettivi erano realizzati per essere usati ad apertura effettiva, con conseguente rabbuiamento del mirino, e comportavano manovre che rallentavano l'utilizzo della fotocamera.
La macchina in effetti era stata concepita negli anni 40 ed apparve chiaro che per affrontare il futuro dovesse essere totalmente rimodernata.

Fu così quindi che arrivati al 1957, fu presentata la nuova 500C, anche questa volta a New York:



Fu un enorme successo, che consegnò questa fotocamera alla storia della fotografia, come tutti ben certo saprete.




Fin da subito la nomenclatura dei modelli fu impostata in modo razionale: il numero indicava il tempo di scatto più breve (1/1600" per la 1600F, 1/1000" per la 1000F, 1/500" per la 500C) mentre la lettera designava il tipo di otturatore: F per otturatore sul piano focale e C per quello centrale.
Nel 1965 fu introdotto il modello con motore elettrico 500EL, e successivamente furono applicati gli schermi di messa a fuoco sostituibili, così si rese necessario identificare tali modelli e la 500EL divenne 500EL/M, mentre la 500C divenne  500C/M e beneficiò anche di un miglioramento del sistema di ammortizzamento della corsa dei volet posteriori (otturatore ausiliario), mentre sparì invece la presa flash ad esso collegata posizionata sul fianco sinistro (che era stata prevista per l'uso sul soffietto in accoppiamento a microscopi oppure ad ottiche adattate).
Su qualche raro modello di transizione (come la mia) si hanno entrambe le cose: presa sincro sul volet e schermo sostituibile, con marcatura 500C, perché la sigla C/M fu decisa successivamente all'avvio della produzione dei modelli con schermo sostituibile.

All'esordio la 500C fu dotata di un obiettivo standard Zeiss Planar 80 mm f/2.8, ma a differenza delle precedenti 1600F e 1000F, l'otturatore era stato disposto dentro l'obiettivo intercambiabile.

Tale otturatore, un Syncro-Compur 0-MXV CN 1210 022, raggiungeva il tempo minimo di 1/500" ed era sincronizzato su tutte le velocità sia con lampo elettronico (posizione X), sia con lampade al magnesio (posizione M, con gli ovvi limiti delle curve di combustione e senza la possibilità di regolare l'anticipo di accensione come nei modelli precedenti, essendo fissato in 15 millisecondi).



Esso era di concezione moderna: il diaframma restava sempre a tutta apertura chiudendosi al valore effettivo al momento dello scatto, inoltre era dotato di autoscatto e pulsante di effettiva chiusura del diaframma per la verifica della profondità di campo.
La stessa profondità di campo che poteva essere valutata sulla scala delle distanze tramite due indici meccanici mobili ed automaticamente collegati all'apertura del diaframma, con una costruzione complessa ma ben studiata.
L'autoscatto introdusse una notevole complicazione costruttiva, richiedendo due azionamenti separati per l'otturatore: uno per chiuderlo provvisoriamente all'inizio del conteggio, ed un'altro collegato alla molla principale per aprirlo e richiuderlo dopo il conteggio; non era infatti possibile usare la molla principale per effettuare la prima chiusura: ciò avrebbe scaricato la macchina richiedendo un secondo armamento e la perdita di un fotogramma, manovra decisamente insensata.
L'osservatore attento avrà notato che quando parte il conteggio dell'autoscatto l'otturatore si richiude con le 5 lame in una posizione leggermente più aperta da quella che hanno quando è chiuso dopo uno scatto normale. Ciò è dovuto alla diversa forza della molla che effettua la manovra di pre-chiusura (particolare 170 nell'esploso, mentre la molla 264 chiude il diaframma al valore impostato).
La manovra di pre-chiusura viene effettuata anche in caso di sollevamento anticipato dello specchio, per evitare, con i volet aperti, di impressionare la pellicola prima del tempo.

Nel 1982 l'autoscatto fu allegramente eliminato nella nuova serie CF, proprio per la grande difficoltà produttiva che richiedeva un ulteriore treno ad orologeria, perdipiù molto complesso da regolare.

Victor si era presentato alla fabbrica della Compur con i progetti già da lui studiati per il nuovo otturatore, e gli ingegneri della fabbrica risposero che come lo voleva lui, con un tempo minimo di 1/1000" era semplicemente impossibile da realizzare e inoltre non avrebbero potuto garantire la sincronizzazione del flash.
Dopo molte discussioni si raggiunse l'accordo per produrlo col tempo minimo di 1/500"; Victor quindi dovette rinunciare a malincuore al suo ambizioso progetto, per garantire affidabilità e costanza di qualità.


Il planar iniziale in esecuzione cromata satinata aveva uno schema ottico a 6 lenti, tuttavia la produzione di questa versione fu interrotta dopo soli ventinovemila esemplari, ed esso venne sostituito da una versione a 7 lenti, di immutate caratteristiche ottiche. Sembra, ma non ci sono notizie certe in merito, che l'aggiornamento si rese necessario per migliorare la risolvenza a tutta apertura, giudicata inadeguata per il livello dell'ottica. Tuttavia la versione a sei lenti pesa 459 grammi, mentre la versione con sette lenti pesa 425 grammi, mentre a rigore di logica dovrebbe pesare di più, visto che a parità di ingombri e misure una lente in più deve far aumentare il peso. Evidentemente c'è dell'altro e la questione resta un mistero irrisolto.

Schema a sei lenti
Schema a sette lenti



Tutte le ottiche prodotte a partire dal 1957 con barilotto cromato godettero di un trattamento antiriflesso a singolo strato, e soltanto nel 1973 fu introdotto il nuovo trattamento antiriflesso multistrato, denominato T* (trasparenz), mentre contemporaneamente la livrea del barilotto fu modificata in nero anodizzato (vi fu una breve serie di transizione di pochi esemplari con livrea cromata e trattamento T*, oggi molto ricercati tra i collezionisti).

Fin qui è storia.

Mi sono sempre chiesto quale potesse essere la resa degli obiettivi Zeiss cromati prodotti in quegli anni, perché ho sempre avuto soltanto obiettivi T*.

Non è mio costume fare richieste nei forum perché so bene che la maggior parte delle persone risponde con frasi copiate ed incollate chissà da dove. Tuttavia ho letto tante discussioni in merito, e molti ritengono queste ottiche "obsolete" ed inaccettabili per il basso contrasto e per l'intollerabile flare generato controluce.
Una sola persona definì le foto generate da questi obiettivi "delicate e sognanti".
E poiché quell'uomo l'ho conosciuto di persona e so che non è un cialtrone, mi è rimasta la grande curiosità verso questi obiettivi affascinanti.

Il caso vuole che recentemente sia entrato in possesso di uno di questi obiettivi cromati e, mannaggia a me, me ne sono innamorato perdutamente, ancor prima di poter vedere che razza di negativi potesse sfornare. Forse perché è così che lo ha immaginato e concepito il grande Victor Hasselblad, persona verso cui nutro una sincera ammirazione, e quando è montato sulla fotocamera, essa prende un altro aspetto, totalmente diverso da quando si montano obiettivi neri.
Penserete che sia pazzo, e forse è vero, ma questo Planar possiede un carattere delicato e fortissimo allo stesso tempo ed una capacità di leggere le ombre assolutamente stupefacente.  L'unico obbligo che impone è quello del paraluce. E non basta il paraluce normale, occorre il compendium.

Ora vi prego di osservare queste scansioni, poi potrete emettere un verdetto più sereno sulla mia salute mentale.




















L'obiettivo è giunto a me in condizioni catastrofiche, ed ha richiesto una revisione profonda ed accurata come mai non avevo avuto il coraggio di fare:




Ma ne è valsa la pena ed ora finalmente posso dire, a ragion veduta, che si tratta dell'ennesimo capolavoro del passato, figlio di uomini e di un tempo in cui nulla veniva tralasciato in nome della perfezione assoluta.

Ringrazio Massimiliano di Genova per avermi ceduto il suo planar cromato il cui anno di produzione ha per me un significato simbolico, ed averne accettato uno più recente, da me acquistato in sostituzione.


Aggiornamento del 18 maggio.


Ho provato anche una negativa colore, la Portra 400.




Ho usato il paraluce standard al posto del compendium, ed il flare è stato inevitabile.

Ma è sicuro che sia un errore?


E poi, ancora...





Aggiornamento del 24 maggio.



Torno ancora sull'argomento perché mi sembra incredibile che un obiettivo costruito oltre 50 anni or sono abbia una personalità tale da generare negativi assolutamente stupefacenti.
Più ci penso e più sono portato a credere che che le menti che hanno realizzato tutto questo fossero di un altro mondo; il paragone con ciò che viene prodotto oggi è così drammaticamente sproporzionato che sembra impossibile che soltanto in mezzo secolo l'umanità sia sprofondata nel fango fino al collo, e sia nello stesso tempo fortemente illusa di poter dominare ogni aspetto della propria vita con il clic di un microinterruttore a corsa corta, oppure strisciando le dita sulla superficie del totem, con un movimento goffo e patetico.




L'ariosità dello scatto è tale che sembra di poter respirare l'aria salmastra.

Come al solito il mio banco di prova della risolvenza è la lanterna: qui in un netto controluce si può osservare la struttura della gabbia del faro, i ponteggi a metà della torre, lo scudo crociato della Superba.





E non è finita...













I raggi della ruota della bicicletta sono più eloquenti di mille parole.



Aggiornamento del 30 giugno.


Questo è l'ultimo aggiornamento per rendere definitivamente  omaggio ad un incredibile gioiello di ottica e meccanica.

Ho usato una negativa colore che amo particolarmente per i suoi colori veritieri: la fuji 400H, e per esporre ho usato il bottone esposimetrico hasselblad, un vetusto esposimetro al selenio, da molti ritenuto superato ed impreciso...osservate il primo scatto: sono certo che manderebbe a bagasce gli esposimetri multi-tutto super tecnologici delle macchinette attuali.

Ma facciamo parlare gli scatti.


















8 commenti:

  1. Chapeau, Sandro, non trovo davvero altro da dire...
    Ciao
    Filippo

    RispondiElimina
  2. Bel racconto e belle foto! La resa dell'obiettivo mi pare incantevole. Già una resa di altri tempi.
    Mannaggia al digitale!
    Complimenti per il tuo lavoro, e per la condivisione.

    RispondiElimina
  3. mi piace moltissimo la resa sul bianco e nero, e lo sfuocato è bellissimo. Solo per curiosità di che anno è?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ti dico solo che cinquant'anni li ha passati da un bel pezzo!

      Elimina
  4. Senza parole, solo sincera ammirazione
    Per te e per il Planar ovviamente

    RispondiElimina
  5. Molto intenso, complimenti. Come al solito a fine pagina si rimane male che sia giá finita.
    Ti chiederei, se possibile qualche immagine dell'operazione a cuore aperto del Sig. Planar, dettagli sulle difficoltá incontrate e sulla cura dedicata alle lenti.
    Credo sia un'occasione piú che rara per chi ammira il modo di lavorare di un tempo, cosa che sicuramente condividi ed elogi e che é stata una delle ragioni che ti ha spinto a questa bellissima sfida. Grazie. Giuseppe.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ti ringrazio Giuseppe, ma non ho ulteriore documentazione sull'intervento al planar, ero troppo concentrato sul lavoro per divagare facendo foto. Mi sono preso una pausa dopo lo smontaggio totale e la pulizia prima di rimontare e in quella occasione ho fatto l'unica foto. Ho impiegato sei ore per fare il lavoro durante le quali non mi sono mai fermato, è un lavoro difficile e delicatissimo, occorre ragionare su tante cose che non sono documentate dagli esplosi, per capire cosa smontare prima e cosa rimontare prima. L'ho fatto anche con un pò di paura perché esiste comunque il rischio di sbagliare e rovinare qualcosa. Le lenti sono quelle che danno meno problemi, sono due gruppi preassemblati che non vanno scomposti di conseguenza si svitano, si puliscono le facce esterne e si riavvitano. A differenza degli obiettivi FD dove devi scomporre le singole lenti, col rischio di sporcarle, negli obiettivi hasselblad il lavoro risulta più facile perché è stato studiato in funzione della necessità di arrivare all'otturatore per la manuntenzione senza dover perdere la collimazione delle lenti.

      Elimina

Non saranno tollerati commenti anonimi o volgari.
Se volete dire qualcosa, firmatevi e sarò lieto di ospitarvi.